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13 maggio 2018

Senso di responsabilità:


Avete presente Giada Di Filippo, la studentessa originaria del Molise che si è tolta la vita in un modo orribile? E' trascorso poco più di un mese da questo evento e, sia online sia su alcune riviste, si continua a farne accenno. 
Quindi ora me la sento anch'io di esprimere ciò che penso a proposito. E, già da ora, mettetevi nell'ordine delle idee che in certi punti sarò piuttosto pungente, se non sarcastica. Come nel paragrafo che sto per scrivere qui sotto.

Domenica 7 ottobre mi sposo. Mamma mia che emozione!!! Ho già diffuso degli eleganti inviti su cartoncino bianco a parenti, amici e conoscenti, ho già fatto preparare i confetti, ai gestori del ristorante in cui ho effettuato la prenotazione ho già dato indicazioni precise sia sul numero di persone presenti a pranzo che sui tipi di menù. Domani vado a ordinare il modello dell'abito da sposa che mi piace di più: bianco neve con ricami di pizzo sulle maniche.
Però c'è un piccolo problema: che non sono fidanzata!!!! 

Non è affatto vero!!!! :-)
E' vero che quest'estate mi laureo, semmai. Ma la mia condizione di nubilato non ha i mesi contati, almeno per questo 2018!

Vi concedo due minuti per ridere, se siete persone intelligenti in grado di capire l'ironia. 
Comunque, questo non è stato l'esatto comportamento di Giada, della serie: "organizzo tutto quanto,  prendo in giro tutti quanti anche se manca un requisito fondamentale per poter rendere vero un traguardo che sto fingendo di raggiungere?!!?!!"
Vi ricordo che la ragazza aveva già fatto confezionare le bomboniere, aveva detto al padre di prenotare al ristorante, aveva scelto l'abito più elegante da indossare, si era addirittura inventata il giorno in cui avrebbe dovuto discutere la tesi! 
Però, capite bene che la preparazione della festa di laurea è vana e assurda se non si è riusciti a superare nemmeno un esame. Non è che fosse indietro o che gliene mancasse soltanto qualcuno: in cinque anni di iscrizione alla facoltà di Farmacia non aveva mai sostenuto esami. 
Anzi, vi dirò di più: non risultava nemmeno più iscritta all'Università, dal momento che lo scorso settembre non aveva più presentato il rinnovo dell'iscrizione con conseguente rata da pagare.
E così, nel giorno della "non-laurea", ormai incapace di sostenere tutto questo bel teatrino, si è buttata dal tetto dell'Ateneo di Napoli.
Un caso del genere, oltre che essere degno di essere messo "sotto i riflettori", non è estremamente patologico?

In un recente numero di "Famiglia Cristiana" una madre di famiglia, con entrambi i figli frequentanti l'Università, si chiedeva: "Ma perché una ragazza arriva a mentire così alla propria famiglia?"
Le è stato risposto che con i figli poco più che adolescenti bisogna continuare a dialogare e bisogna parlare del percorso di studi che hanno intrapreso, anche chiedendo loro di stampare, una volta all'anno, il libretto elettronico per vedere non soltanto il rendimento nei singoli esami superati ma anche il ritmo con cui il figlio affronta gli anni accademici.
I miei genitori hanno fatto con me più o meno così. La prima volta che mi hanno chiesto di stampare il registro elettronico è stato nel settembre 2016, quando ormai ero iscritta da quasi due anni.
Questo non per mancanza di fiducia nei miei confronti, ma per due motivi: rendersi effettivamente conto del mio buon andamento e conservare una copia cartacea del mio rendimento accademico.
La seconda e ultima volta che ho ristampato il mio piano di studi con i voti verbalizzati è stato nel luglio 2017, alla fine dell'ultima sessione estiva che ho affrontato.

Io comunque sono abbastanza d'accordo con la risposta data.
Tuttavia, bisogna tener presente anche che i giovani, nel momento in cui intraprendono gli studi universitari, sono tutti maggiorenni. La maggior parte degli studenti che frequentano l'Università è costituita da una fascia di età 19-27.
Ribadisco, come ho fatto in altri post, che intorno ai 20 anni una persona dovrebbe essere responsabile delle scelte che compie, nello studio come nel lavoro. Innanzitutto, si dovrebbe iniziare a intraprendere un corso di laurea con la ferma intenzione di terminarlo in tempi ragionevoli.

Ad ogni modo, è estremamente doveroso da parte mia precisare che, sebbene ai giorni nostri sia aperta a tutti la possibilità di conseguire una laurea, non tutti i giovani sono "adatti allo studio" o almeno, a "sostenere gli impegnativi ritmi accademici". Probabilmente anche Giada non era adeguata a proseguire gli studi dopo le scuole superiori. Sia ben chiaro: con la mia affermazione non intendo disprezzare nessuno. Sto dicendo la verità: c'è chi fa fatica perché non riesce a concentrarsi, c'è chi non riesce nemmeno ad aprire i manuali, c'è chi continua a iscriversi agli appelli e poi, per qualche oscuro motivo, non si presenta mai al momento dell'esame...
Voglio soltanto affermare che chi non è portato per lo studio e chi più semplicemente non ne ha la minima voglia non è né un perduto né un fallito: può sempre lavorare come commesso, cassiere, barista o cameriere, tutti lavori onestissimi e dignitosissimi.
Lavori spesso precari, è vero, ma piuttosto di essere un "nenè" (non studente né lavoratore), va bene anche un contratto lavorativo di sei mesi, perché, bene o male, guadagni qualcosa e ti senti utile.
Prima di considerarvi dei falliti aspettate di raggiungere i 60 anni, di essere dei pluridivorziati che vivono sul lastrico e che non riescono a rapportarsi con i figli.
Questi io li chiamo dei veri e propri fallimenti esistenziali, anzi, catastrofi esistenziali.
Però non aspettate i 26 anni (Giada è morta a questa età) per capire che non siete "tagliati" per lo studio. Aspettate al massimo i 22: quando, arrivati alla mia età di adesso, vi rendete conto di faticare un sacco negli studi, oppure prendete atto del fatto che non riuscite a dare/superare esami, parlate con i genitori, considerando la possibilità di iniziare un lavoro.
Oltre ai lavori elencati sopra, so che si può sempre frequentare un biennio specialistico per prendere un secondo diploma di istruzione superiore. Questa è stata una grande invenzione da parte della Fedeli, perché, dopo questi due anni di scuola aggiuntivi, il 98% dei frequentanti riesce a trovare lavoro in tempi rapidi.
Perché la laurea deve essere l'unico sbocco possibile dopo la maturità??!
Comunque, i genitori sono importantissimi, per me almeno mamma e papà lo sono stati, pur con le loro abissali diversità di carattere e con il loro differente modo di porsi nei miei confronti.
Se siete sinceri con gli adulti che vi hanno cresciuto, scoprirete che vi daranno una mano volentieri nel cambiare i vostri percorsi di vita.

Ma perché lei non è riuscita a dire alla famiglia che non riusciva a combinare nulla all'Università?
Me lo sono chiesta per diversi giorni.

Secondo mia madre i genitori di Giada nutrivano troppe aspettative verso la loro figlia e dunque lei avrebbe nascosto le sue reali difficoltà per paura di essere giudicata.
Per mia mamma insomma, si tratta di un rapporto generazionale che non ha funzionato, in cui una giovane figlia non si è sentita compresa né ascoltata.

Per me può essere anche questo, non avendola conosciuta, ma ci tengo a puntualizzare il fatto che a 26 anni una non è più una bambina, ma una giovane donna adulta. Nessuno l'ha costretta a raccontare balle colossali puntandole una pistola alla tempia. L'ha voluto lei. 
Anche le bugie sono scelte, sapete: una persona, per evitare di accettare la realtà con tutte le sue complicazioni, decide di rovinarsi con una serie di menzogne. Poi, una bugia tira l'altra, fino al punto in cui diviene difficile tornare indietro.

Con tutto il rispetto per una morta suicida, ma Giada era molto immatura.
Piuttosto di ingannare così tanto le persone che amava, poteva dire chiaramente che non ne poteva più di Università, che non ne aveva voglia, che voleva andare a lavorare, anche a costo di essere buttata fuori di casa.
O forse Giada non aveva voglia nemmeno di trovarsi un lavoro??
Ho capito che per i genitori è sempre una delusione quando un figlio interrompe gli studi, ma mille volte meglio un figlio mai laureato che lavora piuttosto che un menzognero nullafacente. Questa ragazza che cosa ha fatto per il bene di se stessa in questi ultimi anni? Niente!

Io penso che se il 9 aprile, invece di uccidersi in quel modo schifoso, lei avesse rivelato alla sua famiglia la verità, penso che comunque sarebbe finita sui giornali.
Dai, è troppo clamoroso un caso in cui i genitori scoprono nel giorno della laurea che la loro figlia non ha mai combinato niente in cinque lunghi anni!
E allora a quel punto io avrei cercato di contattarla in tutti i modi per poterle dire:
"Giada, ti faccio conoscere un mio coanimatore che, oltre ad essere dotato di una grande umanità, si gestisce la sua quotidianità tra lezioni accademiche, studio individuale, lavoro in trattoria quasi ogni sera. E sai che cosa fa nell'unica serata che potrebbe tenersi libera? Viene al gruppo adolescenti a fare l'animatore, tutte le settimane! È mancato pochissime volte! Pensa a quanto è bravo e responsabile! 
Quindi, se provi a chiedergli che cosa significano il senso del dovere e il valore dei sacrifici, vedrai che sa sicuramente risponderti in modo tale da farti sentire inutile nella tua attuale condizione di nullafacente. Non pensare nemmeno un secondo al fatto che sia esagerato o che stra-faccia: è il ragazzo più serio che abbia mai conosciuto! Sta lavorando per il suo avvenire; tutte queste esperienze gli servono. Però, tenendo presente che è anche bello, te lo faccio conoscere ad una condizione: che tu ti accontenti di parlargli soltanto per una mezz'oretta, in cui è lui soprattutto che parla e che ti fa la morale. Se tu desiderassi una storia con un ragazzo del genere, punteresti troppo in alto, cara mia! Tu non saresti degna nemmeno di lustrare le scarpe ad un così gran personaggio!"

Comunque non è l' unico mio coanimatore che concilia lo studio con il lavoro. Ma lui soprattutto è un ottimo esempio di persona che si impegna in tutto quello che fa.
Un po' di morale, a pensarci bene, potrei fartela anch'io, ora che non ci sei più: io non lavoro in un ristorante, ma studio duramente. Sono quasi arrivata alla laurea triennale.
Non sono nemmeno lontanamente paragonabile alle mie quasi coetanee che partecipano a "Uomini e donne": quelle str****tte, per fare una bella figura di fronte al pubblico e di fronte ai loro corteggiatori, dicono che studiano o che sono "laureande", ma se lo fossero davvero, non avrebbero il tempo di farsi ammirare in televisione quasi ogni giorno.
Io sono una vera laureanda. E, nonostante abbia terminato il ciclo di esami previsti nel piano di Lettere, non ho il tempo materiale per farmi vedere su uno schermo televisivo. Sto facendo più fatica a scrivere un post la settimana in questo periodo che non quando ero una semplice studentessa che dava esami, pensa un po'!! Perché devo leggere, consultare, scrivere, aggiungere, prestare attenzione alla lunghezza dei capoversi dei paragrafi, fare le note a piè di pagina con precisi riferimenti bibliografici, distinguere bene il maiuscolo, il maiuscoletto e il corsivo, attenermi ad una struttura di lavoro contenutistica oltre che grafica e di interlinea.
La tesi è parecchio impegnativa, per questo mi dà un po' fastidio quando sento qualcuno che, non avendo la minima idea di come si scrive un elaborato per il conseguimento della laurea, dà d'intendere agli altri che "si sta occupando della tesi".
Oltre al mio attuale lavoro di studentessa, conta che faccio e ho sempre fatto attività di volontariato: negli scorsi anni nel mio comune e partecipando ad alcuni campi di lavoro fuori Verona, quest'anno in parrocchia e, per qualche mese, l'ho svolto anche di domenica, all'interno di una sala cinematografica.
Oltre a ciò, tieni presente che da un anno a questa parte do qualche ripetizione per pagarmi almeno qualche acquisto e i biglietti d'autobus.
Cioè, io nella mia vita, adesso come adesso, ho appena il tempo di mangiare, di dormire e di andare in bagno. A casa, quando non studio, aiuto i miei nei lavori domestici. Ormai so fare tutto tranne che stirare.

Capisci che la laurea non ti arriva se schiocchi le dita? 
Nemmeno il moroso arriva con un semplice schiocco di dita!
Non siamo maghi, siamo esseri umani. Per raggiungere una meta, dobbiamo per forza faticare e metterci un determinato periodo di tempo.

Io però effettivamente, qualche colpa tendo ad attribuirla anche ai genitori e al fidanzato di Giada.
Possibile che nessuno abbia mai sospettato la verità? Come hanno fatto a crederle su tutto?
Possibile che lei sia stata così abile a ingannarli tutti?
Ma dai... e il fidanzato disperato che faceva già dei progetti di matrimonio... ma dai... ma prima di sposarsi bisogna finire di studiare e cominciare a lavorare!
Ma dai... ma che fidanzamento è un rapporto in cui non ci si dice la verità, in cui non si riesce a mettere a nudo le proprie fragilità? Ma quanto dialogo c'è stato tra questi due?

Vabbè dai, non rincaro la dose di commenti.
Concludo con un pensiero, una teoria: se critico l'atteggiamento di Giada non è perché mi ritengo la ragazza migliore del mondo. 
E' perché detesto la falsità.




8 maggio 2018

"Quasi amici": la diversità come risorsa


Lo abbiamo fatto vedere ai nostri adolescenti (annata 2003) e ieri sera, nel corso della verifica finale, abbiamo scoperto che questo film è stata una delle cose che a loro è piaciuta di più.
Effettivamente l'ho rivalutato molto.

Il film è ambientato nella piovosa Francia e i protagonisti della storia sono Philippe, un tetraplegico colto, molto ricco, vedovo e malinconico e Driss, giovane disoccupato di origini africane che proviene da un ambiente familiare economicamente e culturalmente misero.
Proprio come Max e Kevin in "Basta guardare il cielo", Philippe e Driss all'inizio sembrano due mondi diametralmente opposti, troppo diversi tra loro per poter instaurare un rapporto significativo.

Che cos'è per voi l'amicizia?
Io mi sono accorta di non sapere la risposta. Perché non mai  sperimentato per davvero l'amicizia. L'ho cercata, ma non so ancora in che cosa consiste precisamente. Ad ogni modo, tutte le esperienze che ho provato a fare per anni, tutta la mia cieca e ingenua fiducia che ho riposto per anni in alcune persone mi hanno insegnato che l'amicizia, prima ancora che gli interessi in comune, esige la reciprocità: se il mio interesse per l'altro come persona non è ricambiato questo significa che non siamo amici e che il nostro è un rapporto a vicolo cieco, destinato a finire tra rabbia, risentimento e delusione.
Per alcuni l'amicizia è un rapporto che implica il continuare a coltivare i contatti con persone conosciute nell'infanzia, in genere vicine alla propria età; per altri è una relazione che si instaura solo se si possono condividere molti interessi in comune e solo se si possono avere delle personalità simili, per altri ancora è un qualcosa che riguarda soprattutto il vedersi di tanto in tanto in qualche bar o pizzeria o locale notturno.
Ma forse le vere amicizie solide e durature scaturiscono da incontri inaspettati, da occasioni che, almeno all'inizio di un'esperienza, non ti fanno istintivamente sognare una futura-prossima amicizia.
Vale a dire: occasioni o primi incontri che non inducono subito la tua mente a immaginare un film illusorio, in cui vengono proiettate avventure e chiacchierate che ci si aspetta di fare con una persona appena conosciuta che suscita in noi simpatia.

E a questo punto, un po' anche come provocazioni oltre che come domande di riflessione, vi chiedo: Quando è possibile un rapporto di amicizia tra due persone molto/troppo diverse? Che cosa, a vostro avviso, nei rapporti quotidiani può far finire un'amicizia?

Per ragionare partite dalla derivazione latina della parola diverso: "divergo, divergere", e quindi "dissimile, contrastante".
All'inizio del film, quelle di Driss e di Philippe sono delle personalità contrastanti, delle abitudini contrastanti, degli stili di vita contrastanti.
La parola "contrasto" non necessariamente deve sempre essere collegata al litigio.
Cioè, dipende dai contesti: a volte è un litigio, altre volte è sinonimo di "diversità stridente", che però può diventare motivo di fascino.
Per gli artisti: sapete meglio di me che cos'è il contrasto cromatico. Come se io accostassi all'interno di un dipinto il verde e il rosso, il primo colore freddo, il secondo colore caldo. A me sinceramente non fa schifo vederli accostati in un dipinto. Però la loro grande divergenza salta immediatamente all'occhio.
Dipende dai contesti considerare esteticamente bella la loro compresenza:  dipingere le mura interne di una cucina con righe verdi e rosse è un'idea degna di persone piuttosto grezze, dipingere una bandiera di rosso e verde invece è una buona idea, ci sta.
Ci sono dei casi in cui rosso e verde stanno molto bene insieme, me ne accorgo in questi giorni che sono spuntati anche i papaveri in mezzo ai campi: danno un po' di vivacità a tutto quel verde alimentato dalla pioggia.
E così è anche tra le persone: talvolta, come nel caso di Philippe e Driss, le divergenze evidenti che appaiono incolmabili possono in realtà essere attenuate dagli atteggiamenti o dalle situazioni.
Il contrasto è proprio sempre negativo? 
Io credo che, se vissuto con maturità ed equilibrio, può portare alla nascita di un rapporto sincero e autentico. 
La schiettezza di Driss, seppure inizialmente venata anche da grossolanità e da ignoranza, convince Philippe ad assumerlo. 
La loro occasione di incontro è un colloquio di lavoro al quale Driss viene sottoposto.

Per quel che riguarda la seconda domanda, anche in questo caso potrei aiutarvi fornendovi alcune cause che possono minare anche un ottimo rapporto di affinità tra due persone: incapacità di accettare osservazioni, doppie facce, freddezza, incostanza.


Ad ogni modo, dicevo che Philippe, sin dall'inizio, intuisce e apprezza la schiettezza di Driss.
E, pur sapendo che è un ex-drogato con dei precedenti penali, decide di assumerlo come badante.
Nei primi tempi il giovane non si rivela proprio attento e serio: basti pensare quando di proposito versa sulle gambe di Philippe l'acqua bollente da thé e anche alla scena in cui, nel fargli la doccia, tutta la schiuma dello shampoo finisce sui piedi dell'assistito... e nonostante tutto ciò, Philippe ride sotto i baffi e al massimo, lo rimprovera bonariamente.

A me è piaciuta soprattutto la scena in cui loro due, in seguito a una piccola crisi respiratoria di Philippe e dopo una passeggiata notturna per Parigi, entrano in un locale aperto dove Philippe racconta a Driss il suo passato, piuttosto infelice non soltanto per il grave incidente subito che ha comportato la paralisi del suo corpo, ma anche per la perdita della moglie Elise: "il mio vero handicap non è la paralisi, è non avere più lei", dice a un certo punto.

Driss, nei confronti di Philippe si comporta molto meglio dei familiari di quest'ultimo: la figlia adolescente di Philippe è frivola, prepotente, incurante del padre. Però lo spettatore non se la sente di condannarla, dal momento che è una ragazza triste, oppressa dalla solitudine e dalla poca stima in se stessa, orfana di madre e con un padre infermo.
Il fratello di Philippe mi è sembrato un uomo freddo: quando lo incontra non gli chiede mai "come stai?" o "come ti senti?". Mai! Lo rimprovera, mettendolo in guardia da Driss: "Non ha nessuna pietà nei tuoi confronti! Non puoi far entrare chiunque in casa tua, soprattutto nel tuo stato."
E Philippe, molto calmo, gli risponde: "E' esattamente questo quello che voglio: nessuna pietà."

Se Philippe è molto bravo nel prendere con ironia il comportamento di Driss, quest'ultimo è dotato di un grande pregio, rispetto agli altri badanti: mai una volta che manifesti commiserazione per la paralisi o per le crisi notturne o per il dolore della perdita. Vale a dire che lo tratta da pari: l'approccio di relazione è esattamente quello che si può avere con una persona sana. Sostanzialmente, è di questo che Philippe ha bisogno.

Il finale è stupendo. E la colonna sonora è principalmente di Einaudi.
Però, come mai "quasi amici" e non "amici in perfetta sintonia"? Alla fine del film entrambi sanno comprendere bene l'uno lo stato d'animo dell'altro. Però, entrambi si rendono conto di non poter rimanere legati per tutta la vita. Il loro è un rapporto bellissimo, ma Driss è ancora molto giovane e per questo, secondo Philippe, merita di sperimentare altre opportunità di lavoro.

Quel che è magico in quest'opera cinematografica è che l'uno prende qualcosa dell'altro, come di per sé dovrebbe essere anche nei rapporti d'amore: Philippe inizia a dire qualche parolaccia e ad adottare degli atteggiamenti un pochino rudi nei confronti dei badanti neo-assunti che non gli piacciono, Driss invece esce "sgrezzato" dalla lussuosa villa di Philippe. Esce con un bel po' di cultura in più (ha imparato a capire l'arte contemporanea e a dare la definizione di un verso alessandrino!) e con la capacità di regolare e moderare certi comportamenti aggressivi.

Il Mereghetti, dizionario di critica cinematografica molto duro e molto "cattivo" nel dare voti e giudizi ai film, scrive a proposito di "Quasi amici":

"Tratto da una storia vera, quella dell'aristocratico Philippe Pozzo di Borgo, immobilizzato dopo un incidente di deltaplano, e del suo assistente magrebino Abdel, il film costruisce la sua riuscita sulla complicità che i due personaggi mettono in campo: non si scherza alle spalle ma in faccia, senza pietismi o condiscendenze, sottolineando l'impossibilità di Philippe di muoversi e le sue frustrazioni sessuali. I due registi (Omar Sy e Francois Cluzet), autori anche della sceneggiatura, dimostrano furbizia e senso dello spettacolo, ed è indubbio che si rida spesso e di una comicità pacificante e liberatoria. Driss porta un soffio di vita nell'esistenza di un uomo ricco e depresso."

Poi però, nonostante tutti questi apprezzamenti, che voto gli mette?! 5/10. Carogna! Illogico!
Come se io, nel correggere un tema di un alunno, gli scrivessi un commento del genere "Forma chiara e corretta, contenuti buoni e ben organizzati" accompagnato da un 5 e non da un 8.

Alcune settimane più tardi, ho proposto ai miei adolescenti uno spezzone dal cartone di Shrek 1.
Anche qui, Ciuchino e Shrek divengono magicamente amici, nonostante la profonda diversità di carattere, nonostante i modi profondamente diversi di approccio alla vita.



Per quasi tutto il film, è soltanto Ciuchino che ci tiene a instaurare l'amicizia con un orco burbero, chiuso e antipatico.
Però questo è un dialogo che funge da anticamera per la nascita di un buon rapporto tra di loro: Shrek confida a Ciuchino che cosa lo mette a disagio, Ciuchino gli fa da appoggio, essendo privo di pregiudizi.

Devo aver detto ai ragazzi una cosa di questo genere:
"I muri e le muraglie non sono positivi se servono a isolarsi dal mondo esterno o a dividere. Pensate alla storia, al muro di Berlino che ha separato fratelli, amanti e amici.
Se nei rapporti innalziamo dei muri verso l'altro, significa che in noi c'è timore di conoscere l'alterità e di rapportarsi. Il muro è chiusura e pregiudizio. Pregiudizio che spinge qualche vostro coetaneo a comportarsi in modo molto pesante verso qualcuno, in modo tale da renderlo vittima di bullismo. Prendere in giro qualcuno perché è diverso è segno di fragilità e di paura. Accoglierlo in gruppo e apprezzarne le qualità è un bene, un qualcosa che si dovrebbe sempre fare. Perché poi potrebbe succedere che un ragazzino della vostra età, visto che ha sofferto molto le derisioni, decida di chiudersi in se stesso. Fate in modo che questo non accada né nella vostra vita scolastica, né in futuro, quando proseguirete gli studi e andrete al lavoro."

Ed è con questo commento che concludo il post. Sperando che gli animati che mi leggono abbiano ben compreso il senso di quello che volevo trasmettere. Avendo subito del bullismo psicologico, sapevo bene quello che stavo dicendo.

Una precisazione importante: il video su Shrek era collegato anche al tema della fiducia, argomento che i miei coanimatori avevano sviluppato anche con dei giochi e con la proposta della lettura di un brano del Vangelo sul cieco nato che si reca nella piscina di Siloe e si lava gli occhi e così scopre di vederci, scopre che i suoi occhi sono in grado di dare forma e colori alle cose. Meraviglioso!!





29 aprile 2018

Due nascite dolorose:


E' da molto tempo che nelle mie riflessioni letterarie non coinvolgo più delle poesie in lingua inglese. Dovrei farlo più spesso! Il tema della nascita però mi consente di farlo: partendo da un componimento del poeta londinese William Blake, vissuto a cavallo tra XVIII° e XIX° secolo, cerco qui di collegare anche l'opera di Leopardi, per poi chiudere con un'altra poesia di Blake dal tono decisamente più gioioso. 

INFANT SORROW:
"My mother groaned! my father wept.
Into the dangerous world I leapt,
Helpless, naked, piping loud;
Like a fiend hid in a cloud. 

Struggling in my father's hands,
Striving against my swaddling bands;
Bound and weary I thought best
To sulk upon my mother's breast."


"Mai madre gemette! Mio padre pianse,
io balzai in questo mondo pericoloso
indifeso, nudo, gridando forte
come un diavolo nascosto tra le nuvole.

Dimenandomi tra le mani di mio padre,
combattendo contro le mie fasce,
legato ed esausto, pensai che fosse meglio
essere scontroso sul petto di mia madre."




L'ho tradotta io, non ho voluto servirmi di altre traduzioni per poterla comprendere bene. 
Parto da una riflessione lessicale. 
Esistono diversi modi per indicare il "dolore" in inglese. Qui sotto li elenco cercando di spiegarne le significative differenze:
1) "ache": solitamente utilizzato per indicare un dolore costante in una parte del corpo. Esempi sono i composti: "headache" (mal di testa), "stomachache" (mal di stomaco) e le espressioni "arm ache" (mal di braccio) e "leg ache" (mal di gamba). 
 
2) "pain": questo vale sia per il dolore fisico che per quello psicologico. Un aggettivo piuttosto frequente che deriva dal presente sostantivo è "painful" ("doloroso"): "I'm having a terrible pain in my eye" ("Ho un dolore terribile all'occhio")/ "Eurydice's definitive loss was painful for Orpheus". ("La definitiva perdita di Euridice fu dolorosa per Orfeo").
3) "grief": Decisamente meno utilizzato rispetto agli altri due, indica nello specifico soltanto il dolore che si prova quando qualcuno se ne va per sempre. "My grandfather passed away six years ago. He was very ill, too ill. My grief was so strong that for almost one year I couldn't  help thinking about him without crying".
4) "sorrow": Questo termine, oltre che nella letteratura, si trova anche in alcune canzoni anglo-americane. E' sinonimo di "sadness", "tristezza". E' il dolore causato da un problema, da una situazione che rende tristi.
Una frase idonea a portare un esempio del suo impiego può essere quella della canzone "Miracle of love": "How many sorrows do you try to hide?" ("Quanti dispiaceri/eventi che ti hanno fatto diventare tristi, più che dolore al plurale, provi a nascondere?")
Il titolo di questa poesia è "Infant sorrow", ovvero "Dolore infantile". Il tormento del bambino appena nato è causato appunto dall'atto di nascere. Ma in questo contesto non è soltanto il bambino appena venuto al mondo a soffrire, ma sono anche i genitori: la madre, a causa delle doglie di un parto naturale, e il padre, che piange. Però quel "wept", passato di "weep", è a mio avviso piuttosto ambiguo. Piange in che senso, quando lo vede nascere? Non si piange soltanto perché si è tristi, ma a volte anche per sollievo o per gioia. Quindi, o questo neo-padre sta piangendo per un senso di sollievo (il bambino è totalmente uscito dal grembo materno, il travaglio del parto per la moglie è concluso), o per la gioia di una nuova vita (non è assurdo, ma all'interno di questo contesto lo trovo improbabile) oppure, cosa abbastanza possibile anche se propendo più per la mia prima ipotesi, perché assiste ad un evento che inevitabilmente fa soffrire la donna che ama compromettendone la vita (due secoli fa almeno era così: molte nascite erano motivo di pianti e di disperazioni per la morte della donna). In questo componimento la nascita, ovvero la "childbirth", è un momento di sofferenza umana, per tutti e tre i personaggi coinvolti.
Notate bene, almeno nella traduzione, che il neonato appare sia come creatura debole ("naked", "helpless"), ma anche come essere dotato di alcune caratteristiche di "forza": "piping loud", cioè il "gridare forte".
Mi dicono dalla regia che quando sono uscita dall'utero ho subito voluto far capire a medici e ostetrica che i miei polmoni e le mie corde vocali funzionavano perfettamente, perché ho urlato un sacco, proprio come William Blake. Però, non potevo stare con mia mamma: pur non essendo prematura, ero decisamente più piccola e più magra di quello che ci si aspettava, e quindi per qualche giorno sono stata nella stanza delle culle termiche.
E a proposito di temperatura, mi hanno sempre detto che il 26 settembre del '95 era stata una giornata calda, con sole e punte di 30° gradi, roba ancora da lungomare insomma. Due notti dopo la mia nascita, c'era stato un forte temporale. Scherzetti di settembre, di fine estate: le temperature calde ci sono ancora, ma non durature come quelle di luglio-agosto.
E' molto forte la similitudine : "come un diavolo nascosto in una nuvola". Penso che indichi lo spaesamento del bambino appena venuto alla luce, in un mondo enorme, pieno di pericoli e di insidie, in un mondo che sarà sempre e comunque troppo grande per lui, impossibile da conoscere interamente. E il petto della madre sembra il luogo più sicuro in cui stare. 
Io è da anni che mi faccio una domanda piuttosto delicata: se sei madre è automatico e spontaneo amare i tuoi figli? Più cresco più mi rendo conto che non sempre è un sentimento viscerale e "secondo le leggi della natura". Pensate alla situazione di Antoine Doinel nel film di Truffault, ad esempio. Ci sono certe st**z*e che non hanno e non avranno mai idea di cosa significa essere madri e crescere dei figli, crescerli non soltanto nel senso di dar loro cibo e un tetto dove abitare. Crescerli nel senso di ascoltarli, dar loro delle regole, renderli consapevoli dei propri limiti, amarli, impegnarsi e far del proprio meglio perché diventino delle buone persone. Non tutte le madri vogliono bene ai loro figli. Non è così scontato, purtroppo. Se lo fosse, credo che in questo mondo non esisterebbero freddezza, insicurezze, immaturità e odio. Cioè, se la cosa fosse ovvia, si vivrebbe in un mondo certamente migliore. Invece  purtroppo ci sono anche delle madri che se ne fregano altamente della loro prole.
Come affermava Pasolini, un grande intellettuale di vera sinistra, nei suoi "Scritti Corsari" (io lo cito indirettamente, secondo quello che ho assimilato per l'esame di Letteratura Italiana 3): "Il coito, che può comportare il concepimento, deve implicare un senso di responsabilità, perché abortire significa uccidere".
Il contenuto di questo breve poemetto mi ha richiamato alla mente la terza strofa del "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia" di Leopardi. Praticamente, in questo componimento il narratore è, in prima persona, il pastore che, dopo una giornata di duro lavoro, la notte, davanti alle stelle e ad una luna che gli appare indifferente di fronte alle sofferenze umane, esprime il suo lamento.

TERZA STROFA, "CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL'ASIA" 
(vv 39-60):

"Nasce l'uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,
L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell'umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
E' lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale."

Anche Leopardi ammette che la nascita di ogni individuo avviene mediante un travaglio. E' un trauma, la nascita: da un piccolo mondo interno in cui si era protetti si passa a un mondo esterno. La natura ha un'enorme pretesa verso i bambini, della serie: "Bene, per nove mesi sei stato al sicuro e in stretta simbiosi con un genitore e ora esci, staccati e respira da solo".
Qui però, Leopardi, al contrario del poeta inglese, mette l'accento sull'importanza del ruolo genitoriale: coccolare, sostenere, consolare per alleggerire l'iniziale ed enorme peso dell'esistenza. La vita non è soltanto dolore, ci tengo a precisarlo ora: il nostro poeta vuol dire anche che madre e padre hanno il compito di valorizzare tutto ciò che di bello e di positivo esiste nella vita del loro figlio e di farglielo notare, di far diventare visibile "un essenziale che ci fa vivere".
Negli ultimi versi della strofa però, Leopardi cambia tono: perché si ritrova influenzato dalla sua esperienza di vita personale: madre anaffettiva, padre rigidissimo, spendaccione e probabilmente anche fedifrago. Varie esperienze al di fuori di Recanati, ma nessuna realmente gratificante, nessuno che abbia saputo valorizzarlo per il gran genio che era.
La luna è un elemento della natura che appare cieca e sorda di fronte alla miseria del mondo. Leopardi la definisce addirittura "intatta", vergine, quindi assolutamente ignara.
Non è più la "graziosa luna" dell'idillio "Alla luna", capace di accogliere la sua tristezza e di ascoltarlo. 
Concludo con un altro componimento di Blake, sempre relativo alla nascita, ma di tutt'altro tono:

" 'I have no name:
I am but two days old.’
What shall I call thee?
‘I happy am,
Joy is my name.’
Sweet joy befall !

Pretty joy!
Sweet joy, but two days old.
Sweet joy I call thee:
Thou smile,
I sing the while,
Sweet joy befall thee!"


Non ho alcun nome:
ho solo due giorni.”
Come vuoi che ti chiami?
Io sono felice,
Gioia è il mio nome.”
Dolce gioia ti tocchi!
Cara gioia!
Dolce gioia, ma di soli due giorni,
dolce gioia ti chiamo:
tu sorridi,
io canto ancora
dolce gioia ti tocchi."


Notate bene che, mentre la precedente poesia di Blake era piena di verbi al passato, questa potrebbe tranquillamente essere messa in musica, perché dotata di diverse ripetizioni di suoni e di parole: notate ad esempio l'anafora di "sweet joy" ai versi 8 e 9, "befall" alla fine sia della prima che della seconda strofa.

Questo testo contiene delle forme arcaiche: "thee" per "te", "thou" per "tu" e "dost" per "do", famigerato ausiliare frequentissimo, oggetto di parecchie verifiche di grammatica a scuola. Ma d'altra parte, non essere in grado di formare domande in inglese con "do" equivale più o meno a non saper utilizzare il presente indicativo italiano.
Si è evoluta di un bel po' anche la lingua inglese e, secondo me in meglio, perché si è semplificata. L'inglese del Trecento (brutto, ridondante e infatti è per questo che ho odiato Jeoffrey Chaucher ) è ben diverso da quello del Cinquecento e l'inglese del Settecento, per certi aspetti, è un po' lontano dall'inglese contemporaneo. Me ne sono resa conto quando preparavo il mio primo esame di linguistica.
Allora, differenza sostanziale rispetto all'altra poesia: qui non è narrato o ricordato il momento della nascita, qui il bambino ha già due giorni ed è gioioso, affamato di vita.
E' un componimento dal carattere arioso, è un dialogo tra il bambino piccolo e il poeta che condivide la sua gioia di esistere. 
Puntualizzando sul fatto che è impossibile che un bambino così piccolo parli, è utile spiegare che non si tratta di una creatura precocemente sviluppata che il poeta ha incontrato nella vita reale. Blake vive proprio nel periodo in cui nasce il movimento culturale del Romanticismo, diffusosi dapprima in Europa settentrionale, ovvero, in Inghilterra e in Germania. I poeti e gli artisti romantici odiavano le convenzioni sociali e amavano, oltre che la libertà dell'arte creativa, l'anticonformismo nei comportamenti, la trasgressione delle norme sociali , avvertite come pesanti e opprimenti. 
E' probabile quindi che questo bambino, chiamato "gioia", sia felice perché libero e ancora incosciente delle convenzioni e delle strutture sociali.
"Dolce gioia ti tocchi" è un augurio stupendo. D'altra parte, soltanto coloro che veramente ci amano possono augurarci una vita serena, costellata di gioie e di soddisfazioni.

22 aprile 2018

... E se Ettore e Andromaca, invece di rimanere a Troia, fossero fuggiti?


Ma... e se Ettore e Andromaca, invece di rimanere a Troia, fossero fuggiti con una nave? Se avessero deciso di ricominciare altrove una nuova vita?
Grazie al cielo in questi giorni c'è abbastanza caldo! L'altro ieri, dal momento che avevo un po' di tempo libero, ho fatto una bella camminata in campagna. Ad un certo punto mi sono seduta all'ombra di un ulivo e, cercando di immedesimarmi in Andromaca, ho scritto i suoi pensieri di giovane moglie in viaggio che scappa dalla guerra.
Nel testo qui sotto riportato non leggerete dialoghi né troverete informazioni storico-letterarie: ci sono soltanto i pensieri di Andromaca, da me creati. Aprile mi ha ispirata!
E' una specie di tema. 

"Dietro di me vedo soltanto una densa nube di polvere che si innalza verso il cielo azzurro, dispersa da questo fresco vento che fa ondeggiare le maniche del mio abito.
E' una guerra violenta e sanguinosa questa, di cui non riesco a prevedere la fine.
L'arroganza dell'esercito acheo ha spezzato molte giovani vite, ha annullato e dissolto i sogni e l'avvenire di uomini forti e valorosi, di amabili mariti e padri di famiglia. 


La nostra civiltà é oppressa e minacciata da quasi 10 anni. Per questo ora noi ci troviamo su una nave diretta in Africa.
Stiamo fuggendo da questo inferno in cui regnano soltanto l'odio e la violenza.


Davanti a me, le infinite onde del mare brillano alla luce del sole. 
Mi ha sempre affascinata il mare, con le sue gradazioni di blu, con la sua spuma e con la sua melodia che spesso mi fa chiudere gli occhi e mi fa immaginare un mondo molto migliore di questo, privo di rabbia, di vendetta e di ira e colmo invece di pace, di calma e di dolcezza.
 

Tra le mani tengo un piccolo fiore viola che, poco prima di partire, ho colto dal giardino del nostro palazzo. Lo stringo tra le dita e inizio a piangere, mentre la nave inizia a muoversi lentamente, allontanandosi dalla riva. Le lacrime non mi permettono più di vedere in modo nitido gli alberi fioriti e il volo degli uccelli.
Ci stiamo lasciando tutto alle spalle: sia le terribili discordie e le atroci ostilità, sia quella bellezza semplice e genuina di una natura che è appena rinata. Nemmeno il soave cinguettio degli uccelli riesce a farmi smettere di piangere. Mi mancherà il profumo dei fiori di Troia.
 

Accanto a me, Ettore tiene nostro figlio tra le braccia. Silenziosamente, mi accarezza il volto bagnato. E io prendo la sua mano tra le mie e la stringo. Ettore è l'altra metà del mio cuore: non riuscirei mai a immaginare un futuro senza di lui.
La sua calda, confortevole e silenziosa presenza sembra dirmi: "In Africa ritroveremo la gioia, rinnoveremo e rinforzeremo il nostro nido d'amore e magari avremo altri figli."

Mi ritorna alla mente il giorno del nostro matrimonio: il lauto e sontuoso banchetto, quel meraviglioso tramonto che dipingeva il cielo e il mare con i suoi caldi riflessi arancioni, le farfalle che si rincorrevano tra i fiori colorati... e la grande felicità di Priamo ed Ecuba, i miei suoceri.
 

Ci sono anche loro su questa nave. Sono seduti l'uno vicino all'altra, come noi. Anche loro, come noi si abbracciano in silenzio, con i volti un po' malinconici ma con una piccola fiamma di speranza nel cuore. Quella fiamma che ci sta dando la forza di emigrare in una terra straniera e sconosciuta, per dire addio a un luogo di strazio e di dolore."







13 aprile 2018

Ettore e Andromaca, l'amore vero (II):


Proseguo le mie traduzioni e le mie riflessioni sull'episodio letterario dell'incontro tra Ettore e Andromaca.
Ritengo giusto però fare un riepilogo sulla parte analizzata venerdì scorso: ad Ettore corre incontro la moglie Andromaca, seguita da una serva che tiene suo figlio in braccio. E' decisamente angosciata, poverina: già reduce di un passato orribilmente tragico, vorrebbe che il marito rimanesse con lei anziché ritornare in battaglia. Quella mia traduzione "Per me sarebbe molto meglio, dopo essere stata di te privata, sprofondare sotto terra" non è molto letterale. E' una frase che ho un po' interpretato, perché Marcello Campolongo traduce semplicemente "Per me sarebbe molto meglio, dopo essere stata privata di te, morire". Io invece ho voluto proprio cercare di rendere nel miglior modo che potevo la disperazione di una giovane moglie e madre impossibilitata a confidare in un futuro felice.
Campolongo continuava poi la traduzione del periodo così: "poiché per me non ci sarà più altro conforto"; e io invece ho fatto in modo completamente diverso: "per me non ci sarà nessun altro che potrà mantenermi in vita con il proprio calore umano." C'era una parola nel testo originale greco, θαλπωρὴ (zalporè), che come primo significato ha "calore". Per questo istintivamente ho pensato al calore umano, a quell'impagabile calore umano che soltanto un uomo dolcissimo ma al contempo molto forte e capace di amare con tutto se stesso ti può dare.
Mi sono fermata al verso numero 439, ora riprendo dal 440. Questa seconda parte verte soprattutto sulla risposta di Ettore.

VV. 440-465:

Vaso greco a figure rosse: Ettore, Andromaca e Astianatte
Allora le disse il grande Ettore dall'elmo abbagliante: " Tutto questo mi preoccupa, moglie mia, ma mi vergognerei terribilmente di fronte ai Troiani e alle Troiane dai lunghi pepli se come un inetto mi tenessi lontano dai combattimenti; né il mio animo può indursi a ciò, dopo che, essendo consapevole della mia grande lealtà e del fatto che io ho sempre combattuto nelle prime file dell'esercito con i Troiani; ho cercato di ottenere una grande gloria sia per mio padre sia per me stesso. Io infatti conosco tutte le tue innumerevoli sventure e le tengo quotidianamente nella mente e nell'animo: verrà un giorno, quando la sacra Ilio verrà distrutta e con essa perirà Priamo e il popolo dalla buona lancia. Ma non mi preoccupa tanto la tragica sorte dei Troiani, né mi preoccupo per la stessa Ecuba né per Priamo sovrano né per i miei fratelli, che pur essendo molti e valorosi cadranno nella polvere sotto i piedi dei nemici, quanto piuttosto sono angosciato per te, quando qualcuno tra gli Achei dalla corazza di bronzo ti trascinerà via piangente, privandoti così della libertà. E vivendo ad Argo tesserai il telaio per un'altra e porterai acqua dalla fonte Messeide o dell'Ipereia, controvoglia. Un grave destino ti opprimerà e qualcuno, nel vederti in lacrime, dirà: "ecco l'amata donna di Ettore, che era il migliore a combattere fra i Troiani domatori di cavalli, quando combattevano ad Ilio." Così qualcuno ti dirà, e per te il dolore sarà raddoppiato, a causa della mancanza dell'unico uomo che avrebbe potuto proteggerti ogni giorno dalla schiavitù. Ma la terra versata sopra il mio cadavere possa coprirmi prima che io senta le tue urla disperate."

Preciso ancora che Ilio è il nome greco per la città di Troia.
E' proprio quando leggo questo punto del loro dialogo che scoppio a piangere. 
Cioè, gli tocca tornare in battaglia e dire addio alla moglie per colpa delle convenzioni sociali e militari vigenti nella Grecia arcaica... Gli tocca morire e lasciare che Andromaca venga catturata e ridotta in schiavitù da qualche acheo. 
Ma perché riesco a immedesimarmi così tanto nel dolore dei personaggi dei libri che leggo e che studio?
Comunque, quel che soprattutto mi chiedo è: se Omero (ammesso sempre che sia davvero esistito) avesse deciso di far rimanere Ettore all'interno della città con la moglie e il figlio, cosa gli sarebbe successo?? Innanzitutto, credo che come minimo i Troiani lo avrebbero fatto allontanare dalla città. 
E sarebbe stato oltremodo disonorevole, dal momento che egli era il principe di Troia, valorosissimo combattente. Ma i Troiani, con o senza Ettore, avrebbero comunque perso la guerra. 
La vittoria achea era già stata prestabilita da alcune divinità, come Atena.
Nella Grecia arcaica l'uomo non può far nulla contro il destino.
Deve solo accettarlo, non deve affatto pretendere di poterlo cambiare o di poter posticipare la morte. Deve accettare di essere sottomesso a degli dei che governano non soltanto il mondo ma anche le vite dei mortali.

In questo discorso Ettore sembra più un profeta che un guerriero: predice la schiavitù della giovane moglie, la sconfitta troiana, la morte dei fratelli, la rovina di suo padre Priamo, re di Troia.
D'altra parte dovete pensare che "profeta" deriva da due parole greche: dalla preposizione "πρό" (pro), "prima" e dal verbo "φαìνω" (fàino), "manifestarsi, apparire." Il profeta "vede" ciò che accadrà in futuro, e lo scorge prima degli altri. L'avvenire quindi, gli appare chiaro nella mente ancora prima che divenga presente.
L'epifania, la cui ricorrenza cade sempre il 6 gennaio, è anch'essa una manifestazione. Però, poco prima di φαìνω c'è la preposizione "ἐπί" (epì), "davanti". L'epifania è la rivelazione della venuta al mondo di Gesù ai re magi, nobili ed eleganti stranieri che hanno modo di stargli dinanzi mentre lo visitano e lo onorano con i loro doni. E inoltre, il dono di Dio all'umanità si manifesta dinanzi a loro.
Ma ciò che preoccupa maggiormente Ettore è proprio il tristissimo destino di Andromaca: la sconfitta troiana distruggerà inevitabilmente la famiglia e il nido d'amore che con lei ha costruito. E' questa la spina molto appuntita che ferisce il cuore dell'eroe: l'umiliazione di Andromaca, che da principessa diverrà una serva.
Ettore le dice: "... per te il dolore sarà raddoppiato a causa della mancanza dell'unico uomo che avrebbe potuto proteggerti ogni giorno dalla schiavitù". 
La parola per mancanza in greco omerico è χῆτος (chètos). Però questo è un nominativo singolare, mentre nel testo c'è il dativo singolare χήτεϊ (chètei). Da cui anche il verbo χατω (catèo), "mancare, aver bisogno".

Se uscite da uno scientifico, da un linguistico o da un classico sicuramente ricordate che il latino ha sei casi, e che l'ablativo corrisponde a molti dei complementi indiretti italiani (causa, fine, mezzo, strumento, modo, tempo). In greco antico l'ablativo non esiste, perché tutte le sue funzioni le assolve il dativo. E questo è un dativo di causa: "soffrirai per la mancanza", si poteva anche tradurre.
Quindi, è come se il marito le dicesse: "Sentirai il bisogno di avermi al tuo fianco, ma io non ci sarò più. E la tua vita con me non potrà mai più essere rivissuta."
Oltre a perdere la sua condizione di donna nobile e libera, Andromaca soffrirà il dolore della perdita e la nostalgia. Sapete da dove deriva il termine "nostalgia"? Da due parole greche, e questo ce lo insegna l'Odissea: "νόστoς" (nòstos) "ritorno" + "ἄλγος" (àlgos), "dolore". Dunque, il dolore causato dal desiderio di ritornare in un luogo in cui non sei e in cui magari hai lasciato tutti i tuoi affetti e i tuoi legami familiari. I nostri immigrati provano "il dolore causato dalla distanza e dalla lontananza", un dolore che quasi quasi ti fa venire voglia di ritornare per riabbracciare i parenti che hai lasciato. Come Remòn, nel libro della Barra. Ma non puoi tornare giù nella miseria, perché sei in cerca di una vita economica più dignitosa.
"Mancanza" e "nostalgia" sono sinonimi? Più o meno. Anzi, dipende dai contesti. La prima parola indica il bisogno di qualcuno o di qualcosa, la seconda invece fa riferimento più a uno stato psicologico di tristezza collegata a un desiderio.
Se ho scritto che la somiglianza tra "mancanza" e "nostalgia" dipende dai contesti è perché bisogna considerare queste differenze:

A1) "Mi manca mia mamma". = Ho bisogno di parlare con una persona che in questo momento non c'è  .
A2) "Mi manca un ombrello". = E' molto nuvoloso qui fuori, mi trovo all'aperto, è probabile che cominci a piovere ma non ho portato l'ombrello e ne avrei bisogno.
 
B1) "Ho nostalgia di casa". = vorrei essere dove non sono ora. Mi manca questo ambiente.
B2) "La nostalgia dell'infanzia è tipica di molti" . = Se potessi avere una macchina del tempo, tornerei volentieri indietro all'epoca delle elementari e delle medie, per quel che mi riguarda.

C'è una tragedia di Euripide, intitolata proprio "Andromaca", in cui la giovane donna risulta la protagonista: vedova e privata del figlio, si trova nella condizione di concubina a casa di Neottòlemo, guerriero acheo. Da Neottòlemo ha avuto un altro figlio. Neottòlemo non la tratta mai male, anzi la ama più di come ama sua moglie Ermione, bellissima figlia di Elena ma sterile. Però il dramma sta soprattutto nel fatto che Ermione odia Andromaca, al punto tale che progetta di ucciderla.
"Ma la terra versata sopra il mio cadavere possa coprirmi prima che io senta le tue urla disperate."
Ettore ama talmente tanto sua moglie che desidera essere seppellito ancora prima di sentire il suo pianto disperato.  E così poi, nel ventiquattresimo e ultimo canto dell'Iliade, avviene. 
Priamo si reca alla tenda di Achille per ritirare il cadavere di Ettore, in modo tale da poter celebrare una cerimonia funebre con il suo popolo. Dopo averlo ottenuto, lo fa trasportare in città. E anche qui troviamo Andromaca che parla al cadavere piangendo: " Oh sposo, troppo giovane lasci la vita e me vedova nella tua casa abbandoni: non parla ancora il bambino che generammo tu ed io, disgraziati, e non penso che verrà a giovinezza, Prima la città intera sarà distrutta, perché tu sei morto, il suo difensore, tu che la proteggevi, salvavi le spose e i figli piccoli." (...)

Compianto sul corpo di Ettore
Ettore ama Andromaca con tutto se stesso, eppure loro due, forse poco più che ventenni, non hanno più futuro insieme. Perché guerra, odio, violenza e crudeltà del destino li divide. 
Anche in questa parte del dialogo compare il concetto di κλέος (clèos), ovvero; gloria, fama, notorietà. La notorietà che si ottiene nell'affrontare con ardimento le battaglie, per farsi onore di fronte ai propri compagni d'esercito. La κλέος εὐρύ (clèos eurù) è "la fama larga e diffusa".

Facciamo ora una breve riflessione linguistica sul punto in cui Ettore dice: "un grave destino ti opprimerà".  Per "destino" qui c'è la parola ἀνάγκη (anànche), derivata dal verbo ἀναγκάζω (anancàzo), il cui primo significato è "costringere"
Ci sono diversi termini in greco antico che indicano la sorte e il destino, ma tutti quanti costituiscono delle diverse sfumature di significato. 
Aνάγκη contiene la sfumatura di "costrizione, destino ineluttabile". E in questo contesto è dunque una parola molto idonea perché allude al probabile destino di Andromaca: in condizione di schiavitù una persona vive nella costrizione di dover fare delle cose che, se fosse libera, non farebbe di certo. 
Le schiave dei guerrieri non erano soltanto dedite alla tessitura e ai lavori domestici, ma abbastanza spesso venivano anche costrette a rapporti sessuali con il loro padrone. 
C'erano casi in cui il padrone si innamorava davvero di loro, e altri invece in cui si divertiva a opprimere e a violare la loro corporeità. In fin dei conti, le "parentele a cespuglio" esistevano già alcuni secoli prima di Cristo. Gli uomini greci potevano servirsi sessualmente di tutte le donne che volevano: della moglie (molto spesso una ragazzina), delle schiave, delle prostitute. E risultavano dunque spesso"pieni di figli".

C'è un epiteto curioso all'inizio del discorso di Ettore, attribuito alla componente femminile della popolazione troiana: "Troiane dai lunghi pepli ".  
Il peplo era il tipico abito femminile dell'epoca. Lo testimonia anche la statuaria greca:

La κόρη (kòre), in greco, è la "ragazza giovane, nel fiore degli anni". Le κόραι (kòrai),  plurale, nella scultura del VII° secolo a.C., erano sempre raffigurate frontalmente, con capelli lunghi pettinati a piccole trecce e con un peplo aderente alla forma fisica.

VV. 466-481:

Dopo aver detto questo il glorioso Ettore tese le braccia verso il bambino ma l'infante si ritrasse gridando sul petto della balia dalla bella cintura, dal momento che l'aspetto del padre lo impauriva, e temeva il bronzo e il cimiero dalla equina criniera, che vedeva ondeggiare spaventoso dalla cima dell'elmo. Il caro padre rise teneramente e anche la nobile madre e subito dal capo il fulgido Ettore si tolse l'elmo, lo depose a terra tutto risplendente e poi baciò il caro figlio e dopo che lo sollevò tra le braccia disse, invocando Zeus e tutti gli altri dei: "Zeus e tutti gli dei, fate in modo che questo mio figlio cresca così come me, il più valoroso fra i Troiani, così,  forte e valoroso e regni su Ilio e qualcuno possa dire un giorno: "è molto più valoroso del padre", quando tornerà dalla battaglia. Porti egli le spoglie d'armi cruente del terribile nemico abbattuto, e l'animo della madre si rallegri nell'udire e nel vedere ciò".

Ora magari vi chiederete: ma se un attimo prima ha predetto distruzioni, morti e rovine, perché ora si augura che suo figlio cresca e divenga valoroso e coraggioso in battaglia? 
L'animo umano è complicato, ma credo che Ettore pronunci questo augurio a causa di un attimo di serenità e di ottimismo che l'innocenza del figlioletto gli infonde, quell'innocenza incontaminata dalla guerra che non ha ancora consapevolezza della morte.
Per un padre, per un vero padre; il figlio è il futuro della famiglia, è la creatura che nei primi anni di vita va protetta ed educata per assicurarle un avvenire il più possibile sereno.
L'espressione: "ἐκ δ᾽ ἐγέλασσε" (èx d'egèlasse) significa "e ne rise". Il "teneramente" l'ho aggiunto io. Perché effettivamente fa tenerezza un bambino molto piccolo che mostra reazioni di spavento di fronte alla figura tutta ricoperta da elmi e armature.
E anche questo punto del canto sesto è molto dolce e lo rende tale il dativo plurale χερσὶν (chersìn) da χείρ (chèir), "mano". Qui andavano bene sia "lo strinse tra le mani" sia "lo sollevò tra le braccia".

L'eroe si augura che il figlio divenga re di Troia e che possa essere un combattente di grande abilità e valore, ammirato da tutti.
In realtà, purtroppo non avviene così: Astianatte, poco dopo la fine della guerra, viene gettato giù dalle mura di Troia, mentre la madre viene caricata su una nave con le altre donne troiane, dirette verso un paese in cui saranno soltanto schiave. Il nome del bambino, che tradotto dal greco all'italiano significa "signore della città", sembra quasi un nome dato per antìfrasi: il suo significato non corrisponde al suo destino e al suo essere.

VV. 482-496:

Dopo aver parlato così, mise tra le braccia dell'amata sposa suo figlio: lei lo strinse al petto per farlo addormentare, sorridendo tra le lacrime; il marito si intenerì nel guardarla, con una mano la accarezzò e le disse: "Poverina, non angosciarti troppo per me nel tuo animo: nessuno infatti potrebbe gettarmi nell'Ade contro il volere divino; io penso sicuramente che nessuno tra gli uomini possa sfuggire alla morte, né il vile, né il valoroso, una volta nato. Ma ora ritorna a casa e attendi alle tue faccende, al telaio e al pennecchio e ordina alle ancelle che anch'esse si mettano al lavoro; la guerra è cosa da uomini, soprattutto mia.
Dopo aver detto ciò il glorioso Ettore riprese l'elmo dalla coda equina; mentre la sua amata sposa si dirigeva verso casa voltandosi spesso indietro, e continuando a versare molte lacrime.

Notate intanto che ho evidenziato il gesto di affetto dell'eroe verso la moglie. Questo perché non credo sia stato l'unico in tutto il dialogo tra di loro. La letteratura e l'epica sono finzioni: sono resi bene i sentimenti umani e la psicologia interiore ma c'è sempre qualcosa che manca in un racconto. Mai è resa perfettamente bene la realtà delle relazioni in un'opera letteraria, ci sono in ogni caso dei dettagli o dei particolari importanti omessi, non specificati. Proprio come questi.
Non credo che questo dialogo sia avvenuto in modo lineare come qui è riportato, senza interruzioni di abbracci.
La parola che Ettore pronuncia per definire la moglie "poverina!" è di nuovo "δαιμονίη", come lei, all'inizio del dialogo, aveva detto ad Ettore. Ma qui le uniche traduzioni possibili sono "sventurata" e "infelice". Io ho preferito il "poverina", per attribuire all'eroe l'esternazione della compassione verso di lei.
Per "morte" qui c'è la parola "μοῖραν" (mòiran), all'accusativo singolare. La μοῖρα è letteralmente, sul dizionario "la parte di vita assegnata a ciascun essere umano".
Le tre Moire, figure mitologiche greche, erano divinità che costituivano delle personificazioni del destino ineluttabile. Il loro compito era tessere il filo del destino di ogni uomo, svolgerlo ed infine reciderlo segnandone la morte.
Nella variante del greco attico, per "parte, porzione" è molto più diffuso il termine μέρος (mèros).

Bene, questi erano 104 versi tradotti e commentati...  
Non ancora del tutto soddisfatta di questo gran lavoro che ho revisionato più volte prima di copiare qui, ho voluto attribuire in greco degli aggettivi che definissero bene il carattere dei due protagonisti di questa parte. Per poterlo fare, ho inserito una tabella:





ETTORE


Ἀγαθός
(agatòs)
“buono”
Ἀνδρεῖος
(andrèios)
“coraggioso, valoroso in battaglia”
Μεγαλόθυμος
(megalòtimos)
“di animo generoso”


ANDROMACA


Πιστή
(pistè)
“fedele”
Καθαρή
(katarè)
“limpida e pura nei suoi sentimenti”
Αἰσθητική
(aistetichè)
“sensibile, madre tenera”.



6 aprile 2018

Ettore e Andromaca: l'amore vero (I):

Il dialogo d'addio fra Ettore e Andromaca si trova nel sesto libro dell'Iliade, dal verso 392 al verso 496. E' una sezione letteraria decisamente lunga, ma, dal momento che a mio avviso merita una lettura con commento, ho deciso di suddividerla in due parti: stasera mi concentro sui versi da 392 a 439, la settimana prossima parlerò dei rimanenti.
Ho ritenuto opportuno inoltre risparmiarvi il testo originale greco. 
La traduzione italiana di questa parte però è tutta mia e in certi punti non è molto letterale, anche perché si tratta di uno dei miei passi preferiti dell'Iliade, quindi ci ho messo molto cuore.

VV. 392-403:

"Quando, dopo che ebbe attraversato la grande città, giunse alle Porte Scee da cui si apprestava ad uscire verso la pianura, qui la moglie dai molti doni gli giunse dinanzi correndo, Andromaca, figlia del coraggioso Ezione che abitava al di sotto del Placo selvoso, Tebe Ipoplacia, che regnava su uomini della Cilicia; sua figlia era andata in sposa a Ettore dall'elmo di bronzo. Lei dunque gli andò incontro, e con lei andava l'ancella stringendo tra le braccia il bambino innocente, tuttora infante, figlio di Ettore amabile, simile a una fulgida stella. Ettore lo chiamava Scamandrio, invece gli altri Astianatte: infatti Ettore difendeva Ilio da solo."
 
"πολύδωρος" (polìdoros): significa "ricca di doni". Questo aggettivo lo si può intendere in vari modi, che qui elenco: economicamente, Andromaca sicuramente era benestante, figlia di un re, e dunque, disponeva di una dote ricca. Però la parola potrebbe anche riferirsi alle sue qualità esteriori e interiori: bella, sensibile, amabile e fedele. A me però piace pensare anche ad un altro senso da attribuire a πολύδωρος, ovvero, quello di "doni meravigliosi ricevuti dal marito, quali un sincero amore coniugale e il figlio".

"ἀταλάφρονα" (atalàfrona) è un composto, da ἀταλός (atalòs)= innocente + φρὴν (frèn)= mente.
Letteralmente dunque porta il significato di "mente innocente", quindi una "mente che non sa pensare al male". Adelaide Antici, madre di Leopardi, in un'epoca (inizio XIX° secolo) in cui la mortalità infantile era ancora spaventosamente alta, riteneva assurdo che i genitori piangessero la morte dei figli bambini, dal momento che "i bambini sono morti da creature innocenti, meglio dunque che siano andati in Paradiso prima di conoscere il male che corrompe l'anima umana". 
Capite bene ora il motivo per cui Giacomo era ateo... con una madre così cattolicamente ignorante e anche parecchio bigotta, tutti lo diventerebbero.

Forse vi starete chiedendo come mai Ettore avrebbe dovuto soprannominare un figlio così piccolo con un appellativo così strano come "Scamandrio". Io so che lo Scamandro era un fiume che scorreva nelle pianure vicine a Troia (Ilio per l'epica, da cui il titolo "Iliade").
Il soprannome Astianatte invece, composto che racchiude le parole italiane signore e città, dunque dall'italiano al greco omerico: ἄναξ (anax) + ἄστυ (àstu), avrebbe costituito una sorta di augurio per l'avvenire del bambino: i Troiani si auguravano che diventasse valoroso e forte come lo era il padre. 

VV. 404-420:
 
 "Invero Ettore, volgendo lo sguardo in silenzio verso il bambino, sorrise dolcemente; ma Andromaca gli si pose vicino versando lacrime, gli strinse la mano, gli parlò chiamandolo per nome: "Cattivo! Il tuo coraggio ti ucciderà, non hai compassione né del figlio ancora bambino né di me sventurata che presto sarò vedova, presto infatti tutti gli Achei ti faranno a pezzi dopo averti assalito. Per me sarebbe molto meglio, dopo essere stata privata di te, sprofondare sotto terra; infatti per me non ci sarà nessun altro che potrà mantenermi in vita con il proprio calore umano dopo che tu avrai seguito il tuo funesto destino di morte, ma soffrirò un terribile dolore: a me non sono rimasti né il padre né la nobile madre. Il divino Achille uccise mio padre, distrusse completamente la città dei Cilici che era ben abitata, la Tebe ben fortificata; uccise Ezione ma non lo spogliò delle armi; infatti temeva in cuor suo; ma lo bruciò con le sue armi ben lavorate ed innalzò una tomba: attorno ad essa le ninfe montane, figlie di Zeus Egìoco, piantarono olmi."

 "μείδησεν" (mèidesen), passato remoto di μείδάω (meidào). Eccolo qui il verbo per "sorridere dolcemente". La tenerezza di Ettore si manifesta con il volto, non con i gesti. Non è quindi plateale, ma contenuta.
Credo che sorridere dolcemente di tenerezza sia una delle cosa più straordinarie che un ragazzo o un uomo possano fare di fronte a una donna. Questo "sorriso tenero" è un qualcosa che, per una frazione di secondo, ti fa dimenticare il male e la cattiveria che ci sono nel mondo.

"δαιμόνιε!" (daimònie), l'ho già spiegato il 19 marzo, può essere tradotto con "cattivo", "infelice" o "sventurato". Vanno bene tutti e tre, dipende dal taglio che gli si vuole dare. Io ho scelto la prima, perché mi sono immedesimata nel ruolo della donna addolorata: "Sei crudele, perché pensi a fare l'eroe mentre è molto probabile che io rimanga vedova e nostro figlio orfano. E noi abbiamo bisogno di te!"
Ma d'altra parte, Ettore poteva davvero evitare di ritornare in campo? Per la mentalità socio-culturale dell'epoca era impensabile, era oltremodo vergognoso! Era meglio morire piuttosto che rifiutarsi di combattere!!
Se io dovessi re-inventare l'Iliade, certamente Ettore non morirebbe all'interno della mia narrazione. Sarebbe simile ad un eroe romantico dell'Ottocento che mette l'amore e gli affetti familiari prima di tutto il resto. Insomma, sarebbe uno che fuggirebbe via dall'inferno della guerra e della violenza caricando se stesso, la moglie e il figlio su una nave diretta in Africa Settentrionale, senza minimamente temere castighi divini. Questo, che io e voi denomineremmo come un comportamento romantico e conveniente per la propria incolumità, per i Greci antichi sarebbe stato egoismo e codardia.
Un po' di filologia greco-latina non fa male nemmeno a voi lettori, comunque.
Vi faccio notare un particolare interessante, sempre relativo a questa esclamazione: "δαìμων" (dàimon), in greco è "il demone, la divinità ostile e vendicativa". E' proprio da qui che deriva l'italiano "demonio".
Anche il nostro "diavolo" è un derivato dal greco, ma dal verbo "διαβάλλω" (diabàllo), "dividere, separare".
Il diavolo è creatore di discordie. Colui che è posseduto dal diavolo "divide" moralmente e psicologicamente le persone di un gruppo, e dunque è cattivo. Cattivo viene dal latino "captivus"
participio passato mi sembra di "capio" , "prendere". Il mio manuale di antologia italiana dice esattamente che in epoca cristiana il "captivus" era il "prigioniero del diavolo"= "Captivus diaboli".

"Mένος" lo si può intendere in diversi modi. Certo, qui ci sta bene il significato di "coraggio, ardore". Però Archiloco, nei suoi poemetti un pochino sconci, lo ha fatto diventare anche sinonimo di σπέρμα
La mia immaginazione mi ha fatto collegare questi due termini: se gli anni della giovinezza o comunque della giovane età adulta (la fascia di età 20-45) sono quelli che dovrebbero rappresentare l'apice delle energie fisiche, mentali e inoltre sono anche il periodo più opportuno della vita per generare, allora è molto chiaro che Andromaca non vede Ettore soltanto come un guerriero forte e un eroe glorioso per la città. 
E' ben consapevole di questo, certamente, ma vede in suo marito oltre che uno sposo anche un buon padre. Ettore è ancora giovane, potrebbe vivere più a lungo e darle altri figli e quindi altra gioia.

Questo secondo me è il pensiero di Andromaca: 

"IO NON HO NESSUN ALTRO. Quando morirai resterò sola, incompresa nel mio dolore, con un figlio di pochi mesi a carico. Sarò sola senza il mio scudo, la mia forza, il mio amore, il mio respiro, il mio tutto. E nessuno potrà comprendere il mio enorme dolore. Finirò schiava di qualche Acheo, e mio figlio non me lo lasceranno nemmeno tenere, lo uccideranno."

Per Andromaca Achille è un assassino spietato e crudele: nel paragrafo successivo vedremo inoltre che egli, oltre a uccidere il padre di Andromaca ha massacrato anche i suoi sette fratelli. Mentre dunque nel primo libro dell'Iliade potremmo anche scorgere una parvenza di ragionevolezza e di apprensione per il popolo acheo (Achille, in seguito allo scoppio della grave epidemia nel loro campo, desidera che Agamennone convochi una riunione tra guerrieri per capirne le cause), qui invece scopriamo tutto il suo lato negativo: combattere al fine di annientare e sterminare il nemico e al fine anche di portare dolore tra i pochi superstiti.
D'altra parte, il nome Achille contiene la parola ἄχος (àcos), dolore. Achille è portatore di dolore.

 VV. 421-439:

Andromaca prosegue il discorso.

  "I miei fratelli erano sette all'interno del palazzo; tutti in un solo giorno scesero nell'Ade, tutti li uccise il divino Achille piè veloce, presso i buoi dalle zampe contorte e presso le bianche pecore. Mia madre era regina sotto il Placo selvoso, dopo che la rapì con altre ricchezze; ma poi la liberò dopo aver accettato un enorme riscatto. Ma una volta ritornata nella dimora paterna, Artemide saettatrice la colpì. Ettore, tu sei per me padre e nobile madre e fratello, tu sei il mio fiorente sposo.
Ora dunque abbi compassione di me e di nostro figlio, rimani qui sulla torre; non rendere orfano il bambino e vedova tua moglie. Ferma l'esercito al caprifico, là soprattutto la città è accessibile e le mura sono più facili da scalare. Per tre volte dopo essere giunti in questo luogo lo hanno tentato i migliori compagni dei due Aiaci e di Idomeneo illustre, compagni degli Atridi e del forte figlio di Tidèo, sia che di ciò li abbia informati qualcuno che conosce gli oracoli, sia che il loro animo li spinga e li guidi."

In questa parte di testo, il luogo degli Inferi, ovvero, l'Ade, è indicato con il genitivo Ἄϊδος (=àidos).
Ade è sovrano dell'invisibile, ovvero, di ciò che nessun umano può conoscere prima di morire.
Nessun antico greco poteva conoscere l'aldilà, immaginato per lo più come cupo e tenebroso.
Oggi, nessuno di noi cristiani può fornire una descrizione esatta e precisa del Paradiso.
Diversi letterati italiani del Medioevo ne hanno dato delle descrizioni e delle rappresentazioni. Pensate a Dante: la Terza Cantica della Commedia (Boccaccio, che per tutta la vita lo ha profondamente ammirato, ha aggiunto l'aggettivo "divina") è intitolata il Paradiso. Per Dante il Paradiso è formato da nove cieli, rappresentati nei disegni come dei cerchi concentrici; in ognuno di questi risiedono i beati, che godono dell'eterna contemplazione di Dio, Sommo Bene.
Giacomino da Verona, circa 70 anni prima, nella sua "Gerusalemme celeste", descrive il Paradiso come luogo di fontane e mura d'argento, fiumi d'oro e perenni dolci canti angelici.
Ah, tra l'altro: in un cielo dantesco, i cosiddetti spiriti contemplativi (tipo San Paolo, Semele, Giacobbe) si muovono lungo una scala dorata.

Tutti noi abbiamo costruito, soprattutto nell'infanzia, un'immagine molto positiva e piacevole del Paradiso. Ma, finché viviamo sulla terra, non potremmo mai essere sicuri di ciò che ci aspetterà dopo la morte. Si può solo sperare e credere che ci sia qualcosa.
Ἄϊδος comunque, come afferma il critico letterario Marcello Campolongo, ha l'alfa privativo: α +ϊδ
"Iδ" (id) è la radice del verbo irregolare άω (orào), "vedere". Il perfetto (in greco il perfetto corrisponde al nostro italiano passato prossimo) di questo verbo è οἶδα (oida)= (ho visto e quindi so).

La povera Andromaca elenca tutte le sue grosse disgrazie.

Il Caprifico era all'epoca un luogo in cui vi erano dei fichi selvatici. Era un giardinetto circondato da mura deboli, si diceva, deboli perché fabbricate da mortali e non da un dio.

E credo non ci sia altro di importante da rilevare... Questo era il discorso di Andromaca, la settimana prossima farò un'analisi della risposta di Ettore e anche in questo caso, ci sarà abbastanza da divertirsi con le parole.

Prossimamente, semmai dovessi avere una mezza giornata libera, potrei anche tentare di scrivere a modo mio la storia di Ettore e Andromaca!!! Ci proverò prima o poi, ci proverò! ;-)