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20 ottobre 2017

"Philomena", Martin Sixsmith:


Ricordate la mia recensione sull'omonimo film? Ho appena terminato la lettura del libro, scritto dal giornalista che ha aiutato Philomena nella ricerca del figlio.
Ma, mentre nel film si sottolinea soprattutto la grande bontà d'animo della protagonista, nel libro il personaggio principale diviene suo figlio Anthony Lee, divenuto poi Michael Hess.
Il giornalista Sixsmith infatti racconta come si è svolta l'esistenza di Mike negli Stati Uniti.
Per raccontare e riassumere a voi la sua storia, preferirei partire dalla fine.

La vera Philomea di fronte alla tomba del figlio.
"Michael Anthony Hess,
uomo di due nazioni e molti talenti.
Nato il 5 luglio 1952, abbazia di Sean Ross, Roscrea.
Morto il 15 agosto 1995, Washington DC, USA."

Questa è la scritta sulla lapide. Se Mike fosse vivo, e potrebbe benissimo esserlo se non avesse contratto l'aids, avrebbe ora 65 anni.
Questa è la scritta che la sua madre naturale legge alla fine delle sue estenuanti ricerche. 
Anthony, divenuto poi Michael, è morto senza mai poterla incontrare una volta divenuto adulto.
Tra le lacrime, la donna dice davanti alla tomba:"Grazie a Dio sei di nuovo a casa in Irlanda, figliolo. Sei qui ora dove posso farti visita... Ma tu sei venuto qui e nessuno ti ha raccontato niente. Nessuno ti ha detto che ti stavo cercando e che ti amavo, figlio mio. Come sarebbe stato tutto diverso."
Sì, perché quello che il film non fa vedere è che anche Michael, spirito inquieto e angosciato, quando era in vita si era recato più di una volta in Irlanda per poter riuscire a contattare la madre biologica.
Questo spezzone di film è piuttosto significativo, è tre minuti prima della fine.


Brutta religiosa str*n*a!!  E' inutile predicare tanto la castità e la purezza se poi, anche a distanza di tempo, non soltanto non si è minimamente in grado di comprendere il dolore altrui ma anche e soprattutto si è assolutamente incapaci di carità e di umanità! 
Vedete... i danni della malvagità umana sono spesso così gravi che lasciano un solco profondo nell'esistenza di chi subisce la crudeltà da parte di altri.

E ora mi riaggancio all'inizio della vicenda: Philomena aveva 18 anni quando ad una fiera di paese aveva conosciuto John McInerney, poco più che ventenne, con il quale aveva concepito un figlio.
La famiglia di Philomena, piena di risentimento verso la ragazzina, l'aveva affidata alle suore dell'abbazia di Sean Ross, luogo in cui decine di ragazze madri lavoravano duramente, quasi come schiave.
Philomena aveva 19 anni quando aveva partorito in convento e ne aveva 22 quando le era stato sottratto per sempre il figlio, una settimana prima di Natale. Si dice che la ragazza abbia pianto talmente tanto che aveva suscitato una grande irritazione presso le suore.
Per questo motivo era stata cacciata da Sean Ross poco dopo.
A una madre non dovrebbe succedere di rimanere vittima di angherie e di crudeltà da parte di persone assolutamente insensibili e aride. 
A 22 anni poi... Quale ragazza riuscirebbe mai a reggere un dolore del genere? Mi vengono i brividi solo a pensarci!
Dopo tre anni, la sua famiglia si vergognava ancora di lei e soprattutto, della sua scappatella da ragazzina ingenua che non aveva mai ricevuto una vera educazione all'affettività.
Così si era recata a Dublino dove si era iscritta a una scuola per infermiere. Pochi anni dopo era stata assunta a lavorare in un ospedale psichiatrico, mestiere che le piaceva, tra l'altro.
Poi si era sposata con un suo collega di lavoro dal quale aveva avuto due figli. 
Anni dopo però, quando i figli erano già cresciuti, il suo matrimonio era fallito e, una volta ottenuto il divorzio, era ritornata a Roscrea.
Ma, nonostante lo scorrere del tempo, Philomena non aveva mai dimenticato il bambino nato nel '52. E' convissuta con il dolore di un distacco atroce, senza mai odiare e senza mai rassegnarsi.

Anthony era stato adottato da Doc e Marge, una coppia americana che aveva già un altro figlio naturale, James. Oltre a lui, i due coniugi avevano adottato, anzi, acquistato Mary, la figlia della migliore amica di Philomena.
I figli delle ragazze madri erano stati venduti spesso a famiglie americane, quindi erano fonte di guadagno per le istituzioni cattoliche irlandesi.
Mary e Anthony si erano sempre voluti bene come due fratelli e d'altra parte, potevano anche esserlo anagraficamente: Anthony/Michael era nato nel luglio del '52 e Mary nell'ottobre del '53.

I due bambini erano partiti dal convento con i loro nuovi genitori il 18 dicembre 1955.

"Nei suoi primi mesi americani Mike fu un enigma: un attimo era disponibile e affettuoso, quello dopo diventava introverso e respingente, evitando la compagnia e ritirandosi nel silenzio. In seguito all'espulsione dalla serenità di Roscrea, la sua innata fiducia nel mondo, la sua innocenza e apertura avevano subito un duro colpo. Il brusco passaggio ad una nuova vita in un paese sconosciuto, la perdita di tutti i riferimenti, lo avevano reso più insicuro, meno convinto che il mondo fosse fatto a sua misura. Non poteva dimenticare il passato, che a volte compariva nei sogni o nei suoi discorsi con Mary e, in genere, gli mancava da morire."

Quel che è impressionante è che Mike, in uno dei suoi dialoghi con Mary, le dice: "Le nostre mamme non ci hanno voluto perché eravamo cattivi. Ci odiavano. Così ci hanno mandati via."
Vi faccio presente soltanto questo: 3 anni e mezzo. A tre anni e mezzo era già così, triste, inquieto.
Mike non si è mai sentito amato dagli adulti, quando era piccolo.
Questo è stato il suo grosso problema, con il quale ha purtroppo convissuto per tutta la vita.
Ogni persona ha dei problemi interiori-personali. Anch'io ho avuto e ho i miei. 
Per esempio, da bambina tendevo ad essere un pochino malinconica, avevo una strana sensazione, ovvero, quella di credere di essere priva di qualità che gli altri bambini avevano. Non è facile da spiegare, ma praticamente, a volte ero convinta che gli altri fossero tutti molto migliori di me e che io valessi poco. Non invidiavo nessuno, mi sottostimavo. Era soprattutto questa l'origine della mia insicurezza.
Ve l'ho detto, tutti abbiamo i nostri problemi. Ma le frasi di Mike rivelano una sofferenza tremenda, un senso di abbandono che nessun bambino così piccolo dovrebbe sentire.

A mio avviso, Mike non ha avuto una vita felice: è stato strappato a sua madre quando aveva 3 anni, il padre adottivo era molto autoritario e anaffettivo (quella che voleva altri figli era Marge, in realtà) e con James, il figlio biologico dei genitori adottivi, non aveva mai avuto feeling. 

Da adolescente soffriva di violenti scatti d' ira.
Questo è ciò che il ragazzo dice allo psicologo curante, parlando della madre naturale irlandese: "Qualche volta sento la sua mancanza. Qualche volta la odio. Ma so, cioè sento che non può essere una persona cattiva. Qualche volta credo di ricordarmela e la ricordo buona. Ma questo significa... che sono io quello cattivo. Deve avermi odiato per qualcosa... qualcosa che ho fatto... o per la persona che ero. Altrimenti perché mi avrebbe abbandonato?"

Non riesce a smettere di odiarsi, di odiarsi ingiustamente per qualcosa che ha subìto da piccolo, non per qualcosa di sbagliato che ha fatto.

Pensate che per tutta la vita Mike non ha mai saputo se Philomena lo avesse abbandonato subito dopo la nascita o dopo qualche anno.

Come ho già accennato sopra, era gay.
A vent'anni compiva le sue prime orgie notturne con altri uomini, in locali malfamati.
Soltanto diversi anni dopo ha conosciuto Pete, colui che è diventato il suo compagno fisso.
Ne approfitto per aprire una parentesi sull'argomento omosessualità.
Allora, voi sapete bene che io sono per il rispetto universale, anche se gay e lesbiche hanno un modo molto diverso dal mio di concepire sessualità e affettività. Meritano il massimo rispetto, indubbiamente. Non dovrebbero essere disprezzati per questo, bisognerebbe cercare di valorizzare i loro pregi, cercare di integrarli e di accoglierli.
Bisognerebbe che nelle scuole si parlasse anche degli omosessuali, in modo equilibrato e intelligente però, tipo così: può darsi che un uomo si senta più in sintonia con un altro uomo che non con una donna, può darsi che una donna si senta più attratta da un'altra donna che non da un uomo. Ovviamente hanno il pieno diritto di amarsi e di assistersi nel corso della quotidianità.
Però non si dovrebbe permettere loro di crescere dei figli.
Una società che introduce termini ed espressioni come "utero in affitto", "acquisto di sperma" e "prestito dell'ovaio" e che soprattutto li fa passare come diritti umani fondamentali per una parte della popolazione, allora è una società che ha perso la propria umanità e il rispetto per l'innocenza infantile!
E ora mi viene in mente una frase che tempo fa ha postato una mia compagna di corso. La trascrivo lo stesso, anche se è una frase grossolana: "Non importa che cosa si ha tra le gambe, quello che conta è amare la persona."
Ma dai... ma dai, basta con c*zz*a*e di questo genere, concedetemi ogni tanto qualche parolaccia detta a fin di bene! Come se omosessualità ed eterosessualità fossero la stessa cosa!
L'unione omosessuale è sterile, l'unione etero invece permette la procreazione, che dà gioia.
Forse questi sono pensieri un pochino precoci per una ragazza appena ventiduenne, però certe sere, prima di addormentarmi, penso: la mia vita adulta sarebbe molto più significativa se avessi accanto a me un bambino da coccolare, da prendere in braccio, al quale insegnare a contare le stelle in cielo, al quale parlare della bellezza del Creato.
Un giorno vorrei lasciare questo pianeta con il sorriso sulle labbra, sicura di essere stata amata da un vero uomo e soddisfatta di aver trasmesso parte di me a dei figli che ho generato.

Poi personalmente, credo che dietro le tendenze omosex ci sia qualche causa remota, per esempio il distacco traumatico da un genitore oppure l'avversione verso il genitore dello stesso sesso che si è mostrato molto duro e dispotico. Magari è anche questa sofferenza che induce a cercare tenerezza in partner dello stesso sesso.
Nel caso di Mike comunque, entrambi i fattori sono presenti.
La psicologia non mi dà né torto né ragione. Ci stanno lavorando gli psicologi, su questa caratteristica particolare... non sanno ancora se sia congenita o derivata da situazioni difficili o di disagio che si sono sofferte durante l'infanzia.

Comunque, da ciò che scrive Sixsmith, Mike, sin da giovanissimo, ha sempre avuto una specie di doppia vita: brillante studente di giorno, alla ricerca di esperienze sessuali estreme di notte.

Si era laureato in Giurisprudenza e poi aveva conseguito la specializzazione in Diritto Costituzionale.
Considerato da tutti un eccellente avvocato, era riuscito a divenire consigliere capo del Comitato nazionale Repubblicano degli States.


 LA MALATTIA E LA MORTE DI MIKE:

Michael Hess poco prima della malattia
A questo bisogna proprio dedicare un paragrafo. In tutto il libro è presente la cronologia degli eventi avvenuti, ma io qui ho deciso di evidenziarli soltanto per quel che riguarda gli ultimi anni di vita di Mike.

Agosto 1993: Mike aveva appena scoperto di avere l'aids e, prima di morire, aveva sentito il desiderio di ritrovare la madre naturale.
A ventiquattro anni, subito dopo la conclusione degli studi, aveva già fatto un primo tentativo ma era stato accolto molto freddamente dalle suore.
Eccolo dunque di nuovo a Roscrea, a parlare con suor Hildegarde, ormai molto anziana:
"Mi permetta di chiederle una cosa. Un favore. Quando muoio, e morirò presto, il più grande rimpianto che mi porterò nella tomba sarà quello di non aver mai conosciuto la donna che mi ha fatto nascere. Non sono mai riuscito a raccontarle la vita che ho avuto o a chiederle dei sentimenti che nutriva per me. Ma se non posso trovarla in vita, forse posso trovarla nella morte... (...) Sorella, ciò che voglio chiederle è... mi permetterà di essere seppellito all'abbazia di Sean Ross? Perché ho sempre avuto la sensazione che mia madre stia cercando di trovarmi esattamente come io ho cercato di trovare lei. E se mi sta cercando, il posto in cui verrà è proprio questo."

Mike, per potersi assicurare una tomba, aveva fatto una generosa donazione all'abbazia.

1994: Mike era imbottito di farmaci ma, nonostante ciò, riusciva ancora a svolgere con efficienza il suo lavoro. Intanto continuava a nascondere sia la sua omosessualità sia la sua malattia.
Nel novembre 1994 gli era stato inserito un catetere di plastica, per poter sopravvivere il più a lungo possibile.
Da notare comunque che egli ha vissuto con grande dignità la sua gravissima malattia, cercando di vivere intensamente ogni attimo che il tempo gli donava.

Pasqua 1995: Mike e Pete avevano ricevuto una visita di Mary. Ed è proprio in questa occasione che Mike le aveva rivelato di essere molto malato. Mary aveva reagito con una forte crisi di pianto.
Da quel giorno, le condizioni di Mike erano iniziate vistosamente a peggiorare, diveniva sempre più debole.

Giugno 1995: Mike si era trovato costretto a trascorrere più tempo in ospedale che al lavoro. Stimatissimo dai colleghi, aveva ricevuto molta solidarietà nelle sue condizioni ormai disperate.
Sempre in questo mese, aveva redatto il suo testamento: lasciava la casa, l'automobile e tutta l'argenteria al compagno Pete, una somma cospicua di denaro alla sorella Mary e un'altra discreta parte di denaro a quell'abbazia irlandese che mai lo aveva aiutato a ritrovare la sua vera madre.

Dopo aver formulato le disposizioni del testamento, aveva detto a Pete: "Mi mancherai. (...) Ma non sentirò la mancanza di me. Perché la verità è che non ho mai saputo chi ero. Mi guardo indietro nella mia vita per questo, e a quanto sembra non ho mai trovato un posto nel quale potermi sentire a casa."

15 Agosto 1995: Mike, alle 11 della mattina, aveva subito un arresto cardiaco ed era morto al George Washington Hospital. Ad assisterlo fino alla fine c'erano Mary e Pete.

21 agosto 1995: Giorno in cui vengono celebrati i suoi funerali alla chiesa di St. Peter a Washington.

Solo queste parti del discorso di Pete mi sono piaciute, e le riporto: "Michael ci ha lasciati prima del tempo e ha lottato duramente fino in fondo. Ha voluto continuare a vivere fino alla fine. Tenere la sua malattia nascosta è stato il modo di concentrarsi sulla vita e di non arrendersi alla morte.  (...) So che sono una persona diversa per aver conosciuto Michael negli ultimi dieci anni: una persona migliore. E' con questa consolazione che gli dico addio ora sapendo che, attraverso di noi, lui continuerà a vivere."

9 maggio 1996: la salma di Mike viene trasportata a Roscrea, dopo essere stata cremata.

Ci tengo a sottolineare che, nonostante le sue avventure notturne compiute quasi tutti i fine settimana, Michael Hess non era affatto una persona cattiva. Colleghi e amici lo descrivono come un uomo gentile, affabile ma molto tormentato a causa dell'infanzia vissuta.
Tutti sapevano che aveva avuto pessimi rapporti con il padre adottivo e che soffriva moltissimo dal momento che non aveva mai vissuto con i suoi veri genitori naturali.

Qui sotto, per concludere il posto, ho messo un altro clip interessante sul confronto tra Martin e Philomena a proposito della questione "DIO".
Secondo voi, chi è il vero ignorante tra i due?





12 ottobre 2017

La poetica di Archiloco:


Archiloco era un poeta greco vissuto nel VII° secolo a.C.  Ci tenevo a presentarvelo in un post per il fatto che alcuni suoi componimenti presentano dei contenuti interessanti.


LA POESIA CONTEMPORANEA, LA POESIA RINASCIMENTALE E LA POESIA DELLA GRECIA ARCAICA:

Prima di presentare Archiloco e prima ancora di spiegare alcune delle sue liriche, mi piacerebbe soffermarmi sulle differenze che intercorrono tra la lirica greca e il nostro modo di concepire la poesia. Mi sembra molto importante.

Non so quanti di voi abbiano dato un'occhiata ai miei fascicoli di poesie che avevo caricato alcuni mesi fa. Ad ogni modo, le mie liriche hanno più o meno tutte le stesse tematiche: la contemplazione della bellezza della natura e l'idealizzazione dell'amore.
Ho messo per iscritto sentimenti, sensazioni, esperienze di camminate all'aperto.
La poesia che finora ho creato è frutto della mia originalità e del mio modo di essere.
Cioè, in quei versi c'è la parte migliore di me, ovvero, la ragazza dolce, sensibile e fantasiosa. La parte migliore, eh, non i difetti e le fragilità con i quali combatto ogni giorno!
Io, come d'altronde tutti coloro che in questo tempo si apprestano a comporre versi, scrivo poesie che mi vengono dall'anima, traduco in versi le immagini che mi colpiscono e quello che vedo in certi sguardi e in certi occhi che amo o che vorrei amare.
Un grande del Primo Novecento, Giuseppe Ungaretti, letterato al quale io non sono nemmeno lontanamente paragonabile, quando scrive "Veglia", fissa su un foglio di carta gli stati d'animo che, in una fredda e buia trincea, ha provato restando accanto a un compagno morto. Nelle poesie di Ungaretti, come d'altronde anche in quelle di Montale e di Quasimodo, traspaiono appunto il vissuto personale, i sentimenti provati in una certa occasione, gli stati d'animo che talvolta confliggono.
La poesia, da due secoli a questa parte, è quindi individuale, risultato dell'interiorità di un individuo. Tutti la definiamo così.
L'individuo compie un atto creativo per comunicare emozioni al lettore.
Se la nostra concezione degli scritti in versi è questa, lo dobbiamo senza dubbio al romanticismo, movimento culturale sorto agli inizi del XIX secolo, che metteva in risalto anche le personali possibilità creative di pittori, poeti e musicisti.

Ora provate a ritornare alcuni secoli più indietro, al Rinascimento, periodo in cui nelle corti fioriva il fenomeno della committenza. Pittori, poeti e musicisti molto spesso componevano opere finalizzate ad esaltare la grandezza di alcune figure nobiliari di cui erano ospiti. Gli artisti erano tutt'altro che liberi e non creavano per il mero piacere di creare: il loro lavoro doveva esaltare e lodare qualche personaggio aristocratico che assicurava loro una dimora e uno stipendio.

Per quel che riguarda l'ambito musicale, penso a Josquin Desprez, compositore fiammingo al servizio di Ercole I d'Este, che aveva composto una messa in onore del duca Ercole. Poi penso anche a Ludovico Ariosto, al servizio di Ippolito d'Este, che, nei versi iniziali dell'Orlando Furioso, aveva lodato la stirpe degli Estensi.

La poesia lirica, nella Grecia arcaica, è spesso densa di allusioni e vicende individuali. Archiloco rientra in casi come questi.

Con la sua produzione lirica, Archiloco descrive talvolta la sua condizione di soldato mercenario, talvolta invece, protagonisti dei suoi versi sono i valori in cui crede e anche i tormentati sentimenti che prova.
Se, per questo aspetto, la poesia di Archiloco è simile a quella degli ultimi due secoli, dall'altro lato della medaglia dobbiamo però considerare che, mentre i poeti moderni e contemporanei, nel delineare sensazioni, esperienze e immagini, sentono il bisogno di ricorrere a parole che possano risultare "poetiche", evocative e delicate; gli autori lirici della Grecia arcaica utilizzano invece un lessico  simile a quello omerico.
E' però bene precisare anche che non sempre i contenuti si riferiscono al proprio vissuto, ma talvolta narrano episodi attinenti con il mondo dell'epica e della mitologia. Per esempio Saffo, nel frammento 44 (l'ho studiato per l'esame di lingua greca, ma ho fatto un po' di fatica perché ci è giunto mooolto lacunoso) narra le nozze tra Ettore e Andromaca, episodio tratto probabilmente da qualche ciclo epico andato perduto.

Precisazione: Le traduzioni dei seguenti frammenti sono mie.





FRAMMENTI DI ARCHILOCO:

Fr. 5:
 "ἀσπίδι μὲν Σαίων τις ἀγάλλεται, ἣν παρὰ θάμνῳ,
ἔντος ἀμώμητον, κάλλιπον οὐκ ἔθέλων:
αὐτον δ' ἔξεσάωσα. τί μοι μέλει ἀσπὶς ἔκείνη;
ἔρρέτω: ἔξαῦτις κτήσομαι οὐ κακίω."


 "Qualcuno dei Sai si vanta del mio scudo 
che io ho abbandonato controvoglia in un cespuglio.
Che mi importa di quello scudo? Vada in malora!
Ne prenderò uno migliore."







Ecco, per esempio qualcuno che non conosce la letteratura greca potrebbe dire che questa non è poesia, è un semplice pensiero, perché non ci sono termini tali che stimolano l'immaginazione del lettore. "Che emozioni trasmette una poesia del genere?", potreste chiedervi.
(Sapete, sarebbe strabiliante per me sapere se sono abbastanza brava a indovinare i pensieri di alcuni di voi lettori, soprattutto di quella parte di pubblico giovane che ha più o meno la mia età!)
Insomma, qui non c'è nulla che commuove, e sono d'accordo.
La forma e il contenuto non commuovono nessuno che viva nel XXI° secolo. Per uno che vive nel XXI° secolo questa poesia non ha un grande significato. Ma perché bisogna inquadrarla bene in un determinato contesto antico, lontano dal nostro modo di pensare.

I Sai erano una popolazione della Tracia.
Qui però Archiloco risulta originale perché stravolge la mentalità omerica: il guerriero omerico preferisce una morte gloriosa alla fuga. La fuga, per Achille, Patroclo ed Ettore, è una vergogna terribile da sopportare. Abbandonare il campo di battaglia, per i combattenti omerici, era un atto di pura vigliaccheria.
Qui invece il poeta, protagonista della lirica, dichiara esplicitamente di aver abbandonato lo scudo.
Lo scudo che gli impediva di fuggire facilmente durante una sfortunata battaglia. Piuttosto di essere ucciso in battaglia allora, Archiloco preferisce abbandonare l'arma. Ha fatto davvero così?? Non possiamo saperlo, non lo sapremo mai.
Però notate bene che dice: "ne prenderò uno migliore". Quindi non è  una totale rinuncia al suo ruolo sociale di soldato.
Forse, questa lirica costituiva un consiglio dato ai propri compagni di battaglia, ovvero, il consiglio di non arrendersi davanti ad una sconfitta e a superare le umiliazioni.

Fr. 1:
"Εἰμὶ δ’ἐγὼ θεράπων μὲν Ἐνυαλίοιο ἄνακτος 
καὶ Μουσέων ἐρατὸν δῶρον ἐπιστάμενος."

 "Io sono servo del signore Enialio
ed esperto nell'amabile dono delle Muse".

 Enialio è un arcaico epiteto di Ares, dio della guerra.
In questi due versi Archiloco si presenta: egli è un guerriero valente in battaglia ma, al contempo, abile nel comporre versi (le Muse hanno ispirato anche Omero).

 Fr. 2:
"ἐν δορὶ μέν μοι μᾶζα μεμαγμένη, ἐν δορὶ δ᾽ οἶνος
      Ἰσμαρικός, πίνω δ᾽ ἐν δορὶ κεκλιμένος."

"Nella lancia per me è la focaccia impastata, nella lancia il vino ismarico.
Bevo dopo essermi sdraiato sulla lancia."

La lancia, uno degli elementi che caratterizzavano i soldati greci che combattevano nei ranghi di una falange, accompagna il poeta nella sua quotidianità. 
La lancia è qui simbolo dell'identità sia individuale che collettiva (il gruppo di soldati, tutti forniti di lancia).

Fr. 19: 
"Οὔ μοι τὰ Γύγεω τοῦ πολυχρύσου μέλει
οὐδ᾽ εἶλέ πώ με ζῆλος οὐδ᾽ ἀγαίομαι
θεῶν ἔργα, μεγάλης δ᾽ οὐκ ἐρέω τυραννίδος·
ἀπόπροθεν γάρ ἐστιν ὀφθαλμῶν ἐμῶν."

"Non mi interessano le ricchezze di Gige ricoperto d'oro,
né davvero mi prende l'invidia, e non ammiro
le imprese degne degli dei, né aspiro ad una grande tirannide:
infatti sono cose lontane dai miei occhi."

Gige era re della Lidia. Era un re che amava le ricchezze e soprattutto, amava tenerle per sé. Archiloco, nei versi successivi al primo, esalta il suo distacco dagli eccessi e dal lusso; propugna sostanzialmente la modestia e la frugalità.

Fr. 191:
"Τοῖος γὰρ φιλότητος ἔρως ὑπὸ καρδίην ἐλυσθείς
      πολλὴν κατ᾽ ἀχλὺν ὀμμάτων ἔχευεν,
κλέψας ἐκ στηθέων ἁπαλὰς φρένας ."


"Tale desiderio d'amore che nel mio cuore è penetrato
versò sui miei occhi molta nebbia,
rubando dal petto l'anima fragile".

Se questo non è amore passionale... 
Questo frammento forse è un po' più vicino alle esperienze di innamoramento delle anime sensibili: il sentimento è molto forte e sincero, ma si soffre... 
Per due motivi sostanzialmente, che non necessariamente coincidono: perché non si è ricambiati o perché non si riesce a trovare l'occasione per incontrarsi.
E' bellissima secondo me l'immagine della nebbia: il desiderio di amare e di essere amati è avvolgente, potente: la nebbia negli occhi (come dicevo io a 10 anni quando ero triste) qui non è malinconia o indice di pianto; è un qualcosa che ottenebra i sensi, che rende desiderosi di innamorarsi perdutamente.

Archiloco aveva scritto anche diversi componimenti su innamoramento e amore.
Non tutti i suoi componimenti sono così...
In alcune poesie infatti, descrive nel dettaglio gli atti sessuali che compie con la ragazza che vuole sposare. Ed è qui che il suo talento scade nella pornografia. Saffo è romantica ed erotica, Archiloco a volte è decisamente pornografico. 
Ho studiato, per l'esame di lingua greca che ho dato all'inizio del 2016, la traduzione del frammento numero 196... e credo di essere arrossita quando sono arrivata con la lettura alla scena di sesso, perché sentivo un gran caldo alle guance. 
E' un po' imbarazzante leggere e vedere cose come questa per me, sono abbastanza timida.

Non ho assolutamente nulla contro il sesso ma non mi è mai piaciuto il fatto che alcune persone ancora oggi lo vantino o comunque diffondano con qualsiasi mezzo un qualcosa che dovrebbe restare privato e intimo per il bene della propria dignità.
Come l'arte figurativa d'altronde, anche la poesia e la letteratura possono diventare sconce e "brutali".




6 ottobre 2017

Catullo e Foscolo a confronto:


Catullo è vissuto nel pieno del I secolo a. C., Foscolo invece è a cavallo tra Settecento e Ottocento.
Eppure, nonostante la lontananza cronologica, alcuni contenuti si assomigliano.

CATULLO, CARME 101:

La morte del fratello era stata una grave e dolorosa perdita per il poeta. Questo carme è simile agli epigrammi funebri per quanto riguarda l'aspetto del colloquio diretto con il morto.

"Multas per gentes et multa per aequora vectus
advenio has miseras, frater, ad inferias,
ut te postremo donarem munere mortis
et mutam nequiquam alloquerer cinerem,
quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum,
heu miser indigne frater adempte mihi.
Nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum
tradita sunt tristi munere ad inferias,
accipe fraterno multum manantia fletu,
atque in perpetuum, frater, ave atque vale."


"Venuto fra tante distese di genti e di acque,
giungo, o fratello, alle tue spoglie sventurate
per rendere l'omaggio supremo dovuto alla morte
e dire vane parole al tuo cenere muto,
poiché la fortuna mi tolse la tua umana presenza,
povero fratello a me ingiustamente rapito.
Ma l'offerta, secondo l'antico costume dei padri,
come l'ultimo triste saluto rivolto alla tomba,
accoglila aspersa di molto pianto fraterno, 
e ancora, o fratello, salute in eterno e addio."

(Traduzione di Luca Canali).

Statua di Catullo
Il carme si apre proponendo immagini che suscitano una sensazione di remota lontananza della tomba (situata in Asia Minore), dal momento che l'autore afferma di aver viaggiato molto, a lungo e faticosamente.
Nei primi due versi vi sono due forme verbali attinenti alla sfera del muoversi, del viaggiare.
Il primo è il participio passato "vectus" deriva da "veho", ovvero "trasportare, andare", il secondo è il presente indicativo "advenio", verbo intransitivo che ha il significato di "arrivare, giungere". Da advenio deriva anche "adventus", sostantivo della quarta declinazione che significa "arrivo, venuta".
Fra circa un mese e mezzo (e quindi tra non molto) entreremo nel tempo dell'Avvento, periodo di quattro settimane che precede il Natale. Ecco, sappiate che la parola "avvento" ha mantenuto nel corso dei secoli lo stesso significato che aveva in latino.
Il secondo verso "advenio has miseras, frater, ad inferias" io l'ho tradotto così, perché comunque le mie traduzioni sono meno libere e meno eleganti di quelle di Canali:  
"io giungo, o fratello, per queste tristi offerte."
Le "inferiae" (questo il nominativo plurale), erano delle offerte a base di latte e miele che si soleva portare presso le tombe dei morti.
Notate poi l'espressione "mutam cinerem" al verso quarto, che troviamo anche nel sonetto di Foscolo "In morte del fratello Giovanni", perfettamente traducibile con "cenere muto". 
Queste parole richiamano certamente la decomposizione del corpo del defunto e, ciò che nel testo le separa, ovvero, "nequiquam alloquerer", il "parlare invano", evidenzia l'impossibilità di contatto tra i vivi e i morti. 

Mi fermo un attimo con l'analisi linguistica per farvi due domande: secondo voi, perché si piange quando muore una persona cara, che sia un familiare o un amico di lunga data?! 
Esiste un'altra vita dopo la morte? 
Oddio, mi rendo conto che una chiara e sicura risposta alla seconda domanda non ce l'hanno nemmeno i teologi e gli studiosi di Bibbia. Il Regno Ultraterreno è una speranza, non una certezza.
E qui mi permetto di riportare un passo del romanzo che sto scrivendo. E' ancora in fase di aggiunte e di modifiche e non so se potrà mai avere successo. Chissà se mai lo pubblicherò, perché non sono mai del tutto soddisfatta di ciò che scrivo!
Comunque, il contesto è questo: Zoe, la protagonista, è una ragazza di 17 anni molto sensibile e riflessiva, che ha seri problemi di relazione con le persone della sua età. 
Durante un progetto extra-scolastico conosce Laura, poco più grande di lei, con la quale scopre di avere molte cose da condividere.
Il loro dialogo, in uno dei capitoli è questo: 
Zoe, posso farti una domanda?” mi chiede Laura, sorridendo appena.
Cosa vuoi chiedermi?”
Secondo te esiste il Paradiso? Da quando non c'è più mia madre io me lo domando spesso.”
Per un istante, la sua domanda mi mette in difficoltà.
Io credo che esista un bel luogo ultraterreno dopo la morte. Ma, come tutti d'altronde, non ne ho la certezza assoluta.
Ad ogni modo, non faccio fatica a descriverle l'immagine del Paradiso che mi sono costruita: “Credo di sì. Forse è un bel giardino pieno di fiori e di angeli che cantano.”
Vorrei averne la certezza, Zoe. Sai, io non frequento molto la chiesa e in famiglia non siamo mai stati molto praticanti. Mio padre dice che la religione non è necessaria nella vita delle persone.”

Notate bene che Zoe dice: "credo di sì"
Ed è ciò che tutti i credenti dovrebbero rispondere a una domanda come quella di Laura, apparentemente ingenua ma in realtà molto profonda e difficile.
"Credo di sì". Quel "credere" non è tanto l'emblema dell'incertezza, quanto piuttosto enunciazione di una caratteristica appartenente alla sfera religiosa cristiana: sperare che ci sia qualcosa dopo la morte, e non il nulla.

Ad ogni modo, se si piange parecchio quando qualche nostro caro se ne va per sempre, è perché la sua morte modifica in modo drammatico la nostra vita relazionale: è impossibile relazionarsi con una persona che fisicamente non c'è più, di conseguenza, è assurdo pretendere che risponda alle nostre domande o che replichi qualcosa alle nostre frasi, insomma, è assurdo pretendere che entri in un dialogo verbale con noi. 
Ma, come afferma Foscolo nel "Carme dei Sepolcri", l'atto del parlare di fronte alla tomba di un morto ci dà la consolazione di poter instaurare un legame con il defunto generato dal ricordo e dalla memoria.
Va da sè, comunque, che finché è ricordato, il morto non muore mai!

Ad ogni modo Catullo è profondamente addolorato. Lo si intuisce chiaramente soprattutto al verso sei: "Heu miser indigne frater adempte mihi"= "O povero fratello a me ingiustamente strappato".
"Adempte" è il vocativo del participio perfetto del verbo "adimo", ovvero, "strappare".

Nei versi finali, Catullo continua la cerimonia di consegna del dono alla tomba.
La formula "ave atque vale", cioè "addio per sempre" era pronunciata, nell'epoca dell'antica Roma, da parenti e amici nel momento della sepoltura del loro congiunto.


FOSCOLO, IN MORTE DEL FRATELLO GIOVANNI:

Giovanni Foscolo era il fratello minore di Ugo e aveva il brutto vizio del gioco d'azzardo. 
Nel dicembre del 1801, a causa dell'impossibilità di saldare un enorme debito, si era ucciso, a nemmeno 21 anni.

"Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentil anni caduto.

La madre or sol suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto,
ma io deluse a voi le palme tendo;
e se da lunge i miei tetti saluto,

sento gli avversi numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch'io nel tuo porto quiete.

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen le ossa rendete
allora al petto della madre mesta. "

Ritratto di Foscolo
Questo è un sonetto. Vi ricordate un pochino di Petrarca? Petrarca ne aveva scritti 366 nel Canzoniere!
Il sonetto è quel componimento formato da quattro strofe (due quartine e due terzine) di versi endecasillabi.

Foscolo aveva avuto un'esistenza molto tormentata non soltanto per vicende familiari tragiche come questa ma anche per vicende politiche.
Era stato in esilio per motivi politici.
"S'io non andrò sempre fuggendo di gente in gente" corrisponde a "Multas per gentes et multas per aequora vectus".
Ecco dunque che il senso di lontananza si unisce al dolore della perdita.
Foscolo si sente "sradicato" dalla terra in cui è cresciuto.

"Gemendo il fior de' tuoi gentili anni caduto". 
 Caduto concorda con fior; questa è un'ipallage, dal momento che sostantivo e aggettivo concordato non si trovano vicini.
A differenza di Catullo, Foscolo sottolinea chiaramente la giovanissima età di Giovanni. 
Ventun anni. 
Ora i 21 anni sono gli anni della formazione accademica, dell'orientamento nel mondo del lavoro, della ricerca di amicizie significative, della curiosità verso l'altro sesso.
Due secoli fa i 21 anni erano, per molti, il momento del matrimonio.
Per Giovanni invece questa è stata l'età della morte, e per questo motivo il poeta fa riferimento all'immagine del fiore prematuramente caduto.
Poco dopo, si parla della madre dei due fratelli, Diamantina Spathis (era greca), che cerca di instaurare una relazione spirituale con "le mute ceneri" di un figlio.
E poi ci sono le mani tese verso il luogo della tragedia.

Nella prima terzina Foscolo accenna agli affanni e alle angoscie che hanno caratterizzato gli ultimi mesi di vita di Giovanni. Notate bene il latinismo "cure" da "cura, ae", prima declinazione.
In latino e fino a metà Ottocento questa parola aveva come primo significato "preoccupazione" , mentre, negli ultimi decenni, è prevalso il senso di "premura".

Alla fine della poesia, l'autore prefigura la propria morte parlando di sè come corpo già morto.
E' sostanzialmente una supplica rivolta agli stranieri affinché rendano la sua salma a sua madre.

Pare quasi che Foscolo abbia predetto a se stesso la sua fine: egli infatti è morto all'estero, in un quartiere povero di Londra circa trent'anni più tardi, assistito soltanto dalla figlia Floriana.

26 settembre 2017

I contenuti di alcune canzoni della mia prima giovinezza:

In questo post vorrei proporvi delle mie riflessioni sui contenuti di alcune canzoni che mi hanno accompagnata durante l'adolescenza.

ALLA MIA ETA'- TIZIANO FERRO, AUTUNNO 2008:

AVVERTENZA!: Non osservate tanto le mie "acrobazie" sui tasti... o peggio ancora: il trasporto entusiastico che ho verso la musica che mi piace.

Pensate ad attribuire valore alle parole della canzone. 
Qui c'è indubbiamente il messaggio cristiano del perdono.




Inizio la mia riflessione riportando le frasi più significative della canzone:
 
"Ma grazie a chi sa sempre perdonare sulla porta alla mia età". Che cos'è il perdono in fin dei conti??! Gli adulti giovani e maturi riescono a perdonare o dovrebbero aver acquisito una maturità e un equilibrio psicologico sufficienti per poterlo fare?

Ricordate il mio post sul film "Philomena"? Qui sotto ho ricopiato alcune mie considerazioni:

"Il film mi ha insegnato che perdonare non significa "fare finta di non avere subito dei torti". Quando qualcuno si impegna a perdonare propone a se stesso di non vendicarsi contro coloro che gli hanno fatto del male e di reprimere il rancore."

Philomena è una donna meravigliosa, perché non ha mai provato né odio né rabbia verso quelle suore che le hanno sottratto il figlio e che le hanno impedito di crescerlo.

Quindi, nonostante sia stata vittima di un'ingiustizia atroce, è riuscita a vivere amando la propria esistenza e convivendo con il suo tragico passato.

Mi trovo ancora d'accordo su ciò che avevo scritto tre anni fa a proposito del perdono, però vorrei aggiungere altri esempi e altre considerazioni.


Nella mia prima raccolta di poesie "Ali di pensiero" avevo dedicato un componimento alla beata Chiara Luce Badano. Forse allora è arrivato il momento opportuno per spiegarvi qualcosa di più a proposito di questa ragazza, morta a soli 19 anni a causa di un tumore osseo. Se oggi Chiara fosse viva avrebbe 46 anni.
 

Chiara Luce era profondamente credente. 



Aveva iniziato a frequentare il Liceo Classico senza poche difficoltà. Aveva un ottimo rapporto con i compagni, ma soffriva moltissimo a causa delle incomprensioni che erano sorte tra lei e l'insegnante di Lettere.
E' la fine del primo anno di superiori. In un caldo week-end di fine maggio, la ragazzina deve prepararsi per l'ultima interrogazione di geografia, determinante per la sua promozione.
Quindi, studia tutto il week-end e il giorno dopo viene interrogata. Pur sapendo le risposte alle domande, prende un 5. 
I compagni di Chiara, che avevano un ottimo rapporto con lei, protestano: "Prof., non è giusto!", ma l'insegnante non vuole sentire ragioni. A Chiara tocca ripetere l'anno, purtroppo.
Alla fine della mattinata di scuola, mentre gli studenti stanno uscendo e scendendo le scale, alcuni compagni della Badano provano a spintonare la loro docente di Lettere in modo tale da farla rotolare giù dalle scale. Ma Chiara, accorgendosi di ciò che stanno per fare, interviene urlando energicamente: "Lasciatela stare! Siete voi gli ingiusti!" 
La prof., resasi conto di ciò che sarebbe potuto accaderle, le rivolge uno sguardo riconoscente e le sussurra un grazie. 
Ho letto una biografia sulla Badano e anche questo episodio mi aveva profondamente colpita, oltre alla forza d'animo con la quale questa ragazza ha affrontato la malattia alcuni anni dopo. 
In questa sua vicenda di vita, Chiara Luce trasmette un messaggio significativo e valido per chiunque sia dotato di cuore e cervello: il perdono non si limita soltanto al "non-odio". 
I suoi compagni di classe volevano vendicarla per il torto subito. E lei ha protetto la prof. antipatica.
Il perdono è strettamente legato al rispetto della dignità di chi ti ha fatto del male. 
Il non-odio implica l'assenza di propositi di vendetta, il rispetto riconosce la fragilità della persona che nei nostri confronti ha sbagliato. Ecco allora che tutto questo ha a che fare con la misericordia, ovvero, con una spiccata predisposizione a valutare in modo equilibrato i nostri simili.
Nella parte finale della canzone c'è un'altra frase significativa:"E che la vita ti riservi ciò che serve, spero, e piangerai per cose brutte e cose belle spero, senza rancore che le tue paure siano pure e l'allegria mancata poi diventi amore."

Quindi: ti auguro un'esistenza come la mia, piena di soddisfazioni, di gratificazioni, di desideri esauditi. Ti auguro una vita piena di emozioni, positive e negative.

Non dimenticherò mai le tue offese nei miei confronti. 
Ciò che è accaduto tra noi ci impedisce di diventare amici e di coltivare buoni rapporti.
Ma, malgrado ciò, spero che ognuno di noi due prosegua lungo il proprio cammino della vita senza covare rancori. Ecco tutto. 


Sto pensando anche al Vangelo di domenica scorsa. Narrava una parabola che parlava di un servo che aveva con il padrone un debito enorme. Il signore, avendo avuto compassione della miseria e delle suppliche di questo servo, gli aveva condonato tutto il debito.
Poco dopo però, questo servo graziato incontra un altro servitore, un suo "collega" quindi, che gli deve soltanto 100 denari. Una cifra irrisoria rispetto ai diecimila talenti che egli avrebbe dovuto restituire al loro padrone.
Non appena lo vede, lo aggredisce con violenza e con arroganza, dicendogli: "Rendimi quello che mi devi!" A nulla valgono le suppliche dell'aggredito.
Dopo essere venuto a conoscenza dell'avvenimento accaduto, il padrone rimprovera duramente il servitore al quale aveva condonato tutto quel debito spropositato. 

La prima cosa alla quale si pensa è: colui al quale è stato condonato tutto non ha appreso la lezione di vita e di misericordia che il signore aveva a lui dato.



Ecco una parte del commento di Padre Ermes Ronchi:


"(...) Eppure, questo servo “‘malvagio” non esige nulla che non sia suo diritto: vuole essere pagato. È giusto e spietato, onesto e al tempo stesso crudele. 
Così anche noi: bravissimi a calare sul piatto tutti i nostri diritti, abilissimi prestigiatori nel far scomparire i nostri doveri. E passiamo nel mondo come predatori anziché come servitori della vita.

Giustizia umana è “dare a ciascuno il suo”. Ma ecco che su questa linea dell’equivalenza, dell’equilibrio tra dare e avere, dei conti in pareggio, Gesù propone la logica di Dio, quella dell’eccedenza: perdonare settanta volte sette, amare i nemici, porgere l’altra guancia, dare senza misura, profumo di nardo per trecento denari.

Quando non voglio perdonare (il perdono non è un istinto ma una decisione), quando di fronte a un’offesa riscuoto il mio debito con una contro offesa, non faccio altro che alzare il livello del dolore e della violenza. Anziché annullare il debito, stringo un nuovo laccio, aggiungo una sbarra alla prigione.

Perdonare, invece, significa sciogliere questo nodo, significa lasciare andare, liberare dai tentacoli e dalle corde che ci annodano malignamente, credere nell’altro, guardare non al suo passato ma al suo futuro. Così fa Dio, che ci perdona non come uno smemorato, ma come un liberatore, fino a una misura che si prende gioco dei nostri numeri e della nostra logica."


Mi piace un sacco anche questa frase:
"E mi sento come chi sa piangere di notte alla mia età"
. Non bisognerebbe mai vergognarsi delle proprie lacrime!

In certe notti mi viene da piangere. Così, senza un motivo ben preciso. Un paio di lacrime scivolano giù dalle guance e cadono sul cuscino. 
Secondo me significa che sono viva. Non soltanto in senso biologico, ovviamente! 
Diciamo che la mia vita interiore è piuttosto ricca e che continua a generare un groviglio di emozioni e di stati d'animo.
 
  MENTRE DORMI-MAX GAZZE', AUTUNNO 2010:

"Sogno di conoscere un ragazzo che sappia amarmi. E' questo il sogno che mi fa venire voglia di aprire gli occhi ogni mattina."





La frase  che ho scritto sopra è diventata la info del mio account whatsapp. 
-Esagerata!- penserete voi dall'altra parte dello schermo. -Ma vivi soltanto per sognare l'amore?-
Oddio... diciamo che io vivo serenamente soprattutto grazie a questo sogno, che in fin dei conti equivale ad una speranza!
Perdonatemi, ma non sono mai riuscita a guarire da una dolce "malattia" chiamata romanticismo, una malattia che mi ha stimolata, in questi ultimi dieci anni di vita, ad occupare parte del mio tempo libero a immaginare la mia possibile-futura vita coniugale.
Io "non riesco a pensare una vita a metà", per dirla nel modo in cui lo dice Cremonini.


Credo di essere fatta per "donarmi", non soltanto per amare. 
Tutti gli esseri umani di questo mondo dovrebbero saper amare. 
Il donarsi secondo me è qualcosa di più: è impegnarsi a diventare il meglio di se stessi per poter rendere bella e serena la vita della persona che hai scelto come compagno.
Che bello che sarebbe poter avere qualcuno al quale stringere la mano e sussurrare:  
"Non preoccuparti, ci sono io qui con te! Se qualcosa ti crea angoscia, parlami, stringimi forte e baciami. Insieme cercheremo di riflettere e di trovare una soluzione al problema."

Proprio oggi compio 22 anni. Chris McCandless aveva esattamente 22 anni quando ha deciso di compiere un lungo viaggio alla riscoperta di se stesso. 

Era appena laureato; a me mancano davvero pochi esami.
Quanto a me, mi accorgo che più "invecchio" e più divento buona. 
Mi sembra di essere ancora più mite, un po' meno nervosa e ancora più matura.


Nel giorno del mio compleanno vorrei fare io un regalo a voi followers.
Quindi, ho caricato due canzoni perché voglio dedicarle entrambe non soltanto ai lettori che mi apprezzano, ma anche agli ex allievi di mia mamma, in particolare, a delle belle figure positive, nate un anno prima di me, che ho conosciuto e incontrato nel delicato periodo delle scuole medie.
A 11 anni ero una bambina molto insicura, inconsapevole dei talenti e dei doni che avevo. 
E' stato anche grazie a dei miei quasi coetanei che ho imparato a scoprire me stessa.
Ragazzi, probabilmente non siete consapevoli del bene che mi avete fatto, ma io sì e  cercherò di non dimenticarlo mai! 
Soprattutto certi complimenti che avevo anche trascritto sui miei diari segreti dell'epoca, del tipo: "Sei la ragazzina più matura delle seconde medie", "Che begli occhioni grandi!", 
"Tu hai un sacco di qualità, devi imparare a farle emergere".

Se non avessi imparato a scoprirle, queste qualità, sicuramente non mi sarebbe mai venuta la voglia di progettare e anche di sognare il futuro.



ONLY HOPE, MANDY MOORE- "A WALK TO REMEMBER":


Questa fa parte della colonna sonora di uno dei miei film preferiti! 
Gustatevela  ;-)








CARRY YOU HOME- JAMES BLUNT, DICEMBRE 2008:

E' questa è estremamente dolce! :-) 








Spero di avervi portato un po' di gioia in questa giornata... a modo mio!