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16 agosto 2017

"Piccolo mondo antico", Fogazzaro:


E' un romanzo storico scritto negli ultimi anni dell'Ottocento. 
Un po' noioso e prolisso e un po' commovente.

AMBIENTAZIONE:

Il racconto è ambientato in Valsolda, luogo situato nell'attuale provincia di Como, sulle sponde del lago di Lugano.

I luoghi del romanzo di Fogazzaro

La Valsolda attuale

La vicenda si sviluppa pochi anni prima dell'Unità di Italia, a metà Ottocento, periodo in cui i patrioti del Regno Lombardo-Veneto progettavano la ribellione contro il dominio austriaco.
I protagonisti del romanzo sono Franco Maironi, nobile e idealista e Luisa Rigey, popolana dotata soprattutto di concretezza e di un grande amore per la giustizia.

INCIPIT A CONFRONTO:

A) "Soffiava sul lago una breva (=brezza) fredda, infuriata di voler cacciare le nubi grigie, pesanti sui cocuzzoli scuri delle montagne. Infatti, quando i Pasotti, scendendo da Albogasio Superiore, arrivarono a Casarico, non pioveva ancora. Le onde stramazzavano tuonando sulla riva, sconquassavan le barche incatenate, mostravan qua e là, sino all'opposta sponda austera del Doi, un lingueggiar di spume bianche. Ma giù a ponente, in fondo al lago, si vedeva un chiaro, un principio di calma, una stanchezza della breva; e dietro al cupo monte di Caprino usciva il primo fumo di pioggia."

(A. Fogazzaro, prime righe di "Piccolo mondo antico")

B) "Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi ad un tratto, a restringersi e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra e un'ampia costiera dall'altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione e segni il punto in cui il lago cessa e l'Adda ricomincia, per ripigliar poi il nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l'acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e nuovi seni (...)"

(A. Manzoni, inizio de: "I Promessi Sposi")

Vorrei metterli a confronto dal momento che presentano alcuni elementi in comune e alcune differenze.
In entrambi i brani l'ambiente è descritto in modo molto dettagliato.
Però, mentre in Manzoni l'aspetto poetico si intreccia con dettagliate indicazioni topografiche, in Fogazzaro vengono messe in risalto prima di tutto le condizioni metereologiche.
E' comunque bene precisare che anche l'incipit di Fogazzaro non è affatto privo di poesia: alcune parole e frasi come "soffiava sul lago una breva fredda, infuriata di voler cacciare le nubi grigie"
rimandano ad un'espressione pascoliana presente nel componimento "l'assiuolo" e relativa al brutto tempo: "venivano soffi di lampi/da un nero di nubi laggiù", mentre altre come "le onde stramazzavano tuonando sulla riva (...)mostravan qua e là (...) un lingueggiar di spume bianche" ricordano uno dei primi versi di "San Martino" di Carducci: "e sotto il maestrale/ urla e biancheggia il mare", dove "biancheggia" è riferito alla spuma delle onde che si increspano.
Tuttavia, in entrambi gli incipit compaiono nomi propri di località, di fiumi e di monti che conferiscono realismo agli eventi rappresentati.
Notate bene però che Manzoni inserisce moltissime e precise indicazioni geografiche in un periodo lunghissimo e articolato, in Fogazzaro invece prevale la coordinazione.
Infine, mentre in Manzoni l'elemento umano del primo capitolo, cioè Don Abbondio, compare alcune pagine dopo, in Fogazzaro l'elemento umano è inserito subito, a metà della seconda riga, ed è costituito dai signori Pasotti, che durante il racconto fungeranno da intermediari nel travagliato e conflittuale rapporto tra Franco e la nonna, la marchesa Maironi.

Il rapporto tra Franco e la nonna è decisamente ostile soprattutto per il fatto che quest'ultima non accetta il fidanzamento del nipote con Luisa, a causa delle umili origini della ragazza.
Poco dopo il matrimonio dei due giovani, Franco viene diseredato dalla nonna.
Vale a dire che la marchesa non gli lascia nulla in eredità nel testamento.


LA MARCHESA MAIRONI  VS  TERESA:

Bisogna precisare che la marchesa Maironi è una donna insensibile, altezzosa, dotata di una mentalità egoistica e decisamente ipocrita.

" (...) «Questi sono i conti che dovete fare con me.» - proseguì la marchesa.- «Poi ci sarebbero quelli da fare con Dio.» « (...) Perché » - continuò la vecchia formidabile- « se si è cristiani si ha il dovere di obbedire a padre e madre e io rappresento vostro padre e vostra madre. »

E qui si allude all'intenzione di Franco di sposare Luisa.
Se si è cristiani si ha il dovere di rispettare e di accettare le scelte altrui, non di imporre il proprio volere. La vecchia, nelle sue assurde e illogiche farneticazioni, si fa forte del nome di Dio per sottomettere il nipote, ma invano.

Teresa, la madre di Luisa, è l'opposto: nutre una fortissima fede in Dio e nel mondo ultraterreno, al contrario della figlia.
Peccato che Teresa muoia pochi giorni dopo il matrimonio della figlia a causa di una malattia.
La sua unica preoccupazione è che Franco faccia maturare sua figlia nella fede.

"(...) temo che la mia Luisa, in fondo, abbia le tendenze del suo papà. Me le nasconde ma capisco che le ha. Te la raccomando, studiala, consigliala, ha un gran talento e un gran cuore. Se io non ho saputo far bene con lei, tu fa meglio, sei un buon cristiano, guarda che lo sia anche lei, proprio di cuore; promettimelo Franco."

 Questo è uno dei passaggi in cui è evidente la mitezza di Teresa, che commuove il lettore per l'apprezzabile e buona intenzione di informare il giovane sugli aspetti spirituali della sua compagna di vita.


LUISA VS FRANCO:

Ora riporto qui sotto un passaggio che, oltre a riferirsi alla già avvenuta morte della signora, delinea bene alcune caratteristiche di Luisa.

"Per lei la mamma era tutta lì su quel lettuccio, tra i fiori. Non pensava che una parte di lei fosse altrove, non la cercava per la finestra di ponente nelle stelline che tremolavano sopra i monti di Carona. Pensava soltanto che la mamma cara, vissuta da tanti anni per lei sola, non d'altro sollecita in terra che della felicità sua, dormirebbe fra poche ore e per sempre sotto i grandi noci di Looch, nella solitudine ombrosa dove tace il piccolo cimitero di Castello, mentre ella si godrebbe la vita, il sole, l'amore."

Franco e Luisa
Nell'italiano corrente il verbo adeguato al contesto sarebbe "avrebbe dormito", ma tenete presente che nel secondo Ottocento il cosiddetto "futuro nel passato" si indicava molto spesso con il condizionale presente.
Luisa non riesce a credere nell'aldilà.
Anzi, a dire il vero, fa fatica proprio a concepire l'idea di Dio.
E' una persona molto razionale, molto concreta e molto onesta; ma di fede assai fragile.
Frequenta la chiesa soprattutto per tradizione e per abitudine, più che per vero interesse o per impegno di fede.

Sempre a proposito di questo passo, Sandro Galli, un critico letterario che ha commentato in alcuni punti l'edizione che ho appena terminato di leggere, dice:

"Manca a Luisa la percezione totale dell'amore: essa lo sente nella sua fisicità più che nella sua spiritualità: un amore che esige la presenza sensibile della persona amata e non si rassegna alla trascendenza religiosa. Luisa appartiene psicologicamente alla mentalità del Positivismo, Franco invece è un romantico."

Ho "rispolverato" un po' del programma di quinta liceo: il positivismo, movimento culturale sorto in Francia nella seconda metà del XIX° secolo, riponeva molta fiducia nella scienza e nel progresso industriale e si prefiggeva inoltre di applicare il metodo scientifico a tutti gli ambiti della conoscenza umana.
Ricordo che il maggior esponente del Positivismo in filosofia era August Comte.

Il romanticismo invece ha avuto origine nel primo Ottocento in Germania.
Riflettete bene sul termine "romantico". Attualmente, lo si utilizza solitamente per indicare una persona dolcissima in amore, sentimentale e un po' malinconica. Oppure, a volte si dice: "E' un romantico" per parlare di qualcuno che è troppo idealista e che vive in un mondo tutto suo.
Ed ora pensate al romanzo epistolare di Goethe "I dolori del giovane Werther".
Bene, quest'opera letteraria è stata un'anticipazione del Romanticismo, una prima reazione al Neoclassicismo, pensiero artistico che esaltava la bellezza dell'Antica Grecia Classica.
Per i Neoclassici l'arte doveva imitare i modelli della Grecia classica, dotati di equilibrio e armonia.
I romantici erano convinti del fatto che l'arte dovesse essere libera da qualsiasi regola precostituita. L'arte è frutto dell'immaginazione, della creatività personale.
E in filosofia, si ritiene che l'essere umano tenda alla ricerca dell'infinito, di un piacere infinito, dal momento che sente dentro di sé una mancanza simile ad un vuoto che lo rende infelice.

Franco non cambia il suo stile di vita dopo il matrimonio, anche se sa bene che le risorse economiche sono limitate perché manca il sostegno della marchesa e perché i due novelli sposi possono contare soltanto sullo stipendio dell'ingegner Rivera, zio di Luisa e uno dei personaggi più positivi del dramma.
Franco trascorre le giornate suonando il pianoforte, componendo poesie e dedicandosi alla coltivazione dei fiori:

"Il giardinetto pensile fu trasformato a immagine e similitudine di Franco. Un'olea fragrans vi diceva in un angolo la potenza delle cose gentili sul caldo e impetuoso spirito del poeta; un cipressino poco accetto a Luisa vi diceva in un altro angolo la sua religiosità, un piccolo parapetto di mattoni a traforo, fra il cipresso e l'olea, con due righe di tufi in testa che contenevano un ridente popolo di verbene, petunie e portulache, accennava alla ingegnosità singolare dell'autore (...)"

Franco è dotato di un animo sensibile, è colto e amante delle varie forme artistiche e anche piuttosto focoso: come diversi a quell'epoca, elogiava i progetti di Cavour, detestava la presenza austriaca in Lombardia e si augurava l'avvento dell'Unità d'Italia.

Nell'agosto del 1852 nasce Maria, la loro amatissima figlia.
Per molte pagine Fogazzaro si dilunga a raccontare la loro serena vita familiare, risultando in alcuni punti piuttosto soporifero e inutilmente prolisso.

L'unica scena di suspense è quando la polizia filo-austriaca perquisisce la loro casa.
Il ritrovamento del fodero di una sciabola appartenente allo zio Piero sarà la causa del licenziamento di quest'ultimo, considerato funzionario infedele all'Austria.
Con il licenziamento dell'ingegner Rivera, Franco si trova costretto a partire per Torino in cerca di un lavoro per poter mantenere moglie e figlia.


MARIA MAIRONI:

La figura della bambina è piuttosto strana a mio avviso.
Non sembra nemmeno umana, sembra una creatura angelica: bellissima, dolcissima e con un'intelligenza già troppo precocemente sviluppata.
A tre anni capisce le situazioni e i drammi come se ne avesse tredici.

Fogazzaro inserisce anche una grossa disgrazia (ci mancava solo quella all'interno del racconto!), che è la morte della bambina.

Ci sono alcuni punti della narrazione che a me danno un po' fastidio, al punto tale che se l'autore fosse ancora in vita gli suggerirei di cambiare il titolo del romanzo da "Piccolo mondo antico" a "Storia di una tragedia preannunciata".

Fogazzaro predice più volte il terribile destino della bambina, togliendo la "sorpresa" al lettore, soprattutto qui:

"Ella salì sopra una sedia, disse le poche orazioni che sapeva e poi si atteggiò come vedeva atteggiarsi in chiesa le più devote del paese, si mise a uover le labbra com'esse, a dire una preghiera senza parole. Colui che allora l'avesse veduta conoscendo il terribile segreto dell'ora imminente avrebbe pensato che l'angelo della bambina fosse in quel momento supremo accanto a lei e le sussurrasse di pregare per qualche altra cosa che i vigneti e gli uliveti della Valsolda, per qualche altra cosa a lei più vicina, ch'egli non diceva, ch'ella non sapeva e non poteva mettere in parole: avrebbe pensato che negl'inarticolati bisbigli di lei vi fosse un riposto senso tenero e tragico, il docile abbandono di un'anima dolce ai consigli dell'angelo suo, al voler misterioso di Dio."

Un'altra cosa: la bambina parla un po' troppo spesso del Paradiso. Aspetto insolito per una che è così piccola.

In un pomeriggio di fine settembre Maria annega nel lago. La disgrazia avviene quando nessuno dei due genitori è in casa: Franco è lontano in Piemonte e Luisa si è recata a Cressogno per rimproverare la marchesa del suo egoismo.

Franco e Luisa reagiscono in modi molto diversi al terribile dolore di una perdita così grave e improvvisa: Franco piange moltissimo ma, grazie alla sua sincera fede in Dio, si convince che sua figlia sia passata a vita migliore.

Luisa invece non accetta la morte della bambina e impazzisce completamente. Non versa neanche una lacrima, si reca al cimitero almeno tre volte al giorno, smette di frequentare la chiesa e quasi ogni sera va a casa del professor Gilardoni, l'unico amico che ha, per farsi sottoporre a delle sedute spiritiche in modo tale da rievocare lo spirito della bambina.
E' solo a causa di queste frequenti sedute che riesce a respingere il pensiero del suicidio.

Ognuno di noi reagisce al dolore in modo diverso e certe perdite possono addirittura influire sul temperamento e/o sulla concezione della Fede cristiana.

FINALE:

Credo che gli ultimi due capitoli siano quelli scritti meglio di tutti gli altri.
Ci si potrebbe fare un'opera lirica solo sull'ultima parte, una rappresentazione teatrale con un sottofondo orchestrale di musiche un po' malinconiche e un po' di carattere marziale.
Alla vigilia della partenza di Franco per la Seconda guerra di Indipendenza, i due coniugi si incontrano di nuovo dopo essere stati lontani per quattro anni.
Il cuore di Luisa, che era diventato quasi del tutto indifferente al marito dopo la morte di Maria, si scioglie.
Entrambi, nonostante la vita sia stata profondamente ingiusta con loro, nonostante la povertà, la perdita della figlia e la lontananza per lungo tempo l'uno dall'altro, capiscono di amarsi ancora.

Il romanzo si chiude con la straordinaria intuizione di Luisa (intuizione che solo le donne possono avere!) che dentro di lei si stia formando una nuova vita, dalla quale e con la quale ripartire.

10 agosto 2017

Ciao, Charlie...


Questo bambino nel corso di questi primi otto mesi dell'anno è diventato un caso mondiale dal momento che la sua gravissima malattia genetica è stata oggetto di discussioni etico-morali e giuridiche.
In questi giorni i genitori di Charlie Gard stanno organizzando il funerale del loro figlio.
E io,  proprio in questi giorni, ho pensato ad un piccolo pensiero da esprimere qui, sotto forma di lettera indirizzata direttamente al piccolo, il quale ormai credo si trovi in un posto stupendo.

Prima di iniziare ci tengo a scrivere un consiglio piuttosto schietto, rivolto a tutti coloro che ora sostengono che Charlie abbia sofferto inutilmente nelle ultime settimane per colpa del Papa e di Trump, i quali supplicavano i medici e il giudice a tenerlo in vita.
Vi consiglio di mangiarvi il cervello, la lingua e le corde vocali. Vergognatevi!
Se la pensate così significa che non avete un minimo di rispetto per il dolore straziante di due trentenni che hanno appena perso per sempre il loro piccolo bambino.
Soprattutto loro hanno lottato per la vita del figlio e hanno iniziato a lottare molto prima che il Papa e il Presidente degli States rendessero esplicita la loro posizione.

"Ciao Charlie.
E' molto probabile che tu ora sia in un posto meraviglioso, pieno di erba verde e di fiori colorati, pieno di angeli vestiti di bianco che cantano dolcemente la gloria di Dio.
Io il Paradiso me lo sono sempre immaginato così, come se fosse un enorme e bellissimo giardino perennemente fiorito e perennemente illuminato dal sole.

Te ne sei andato a soli 11 mesi... Un tempo troppo breve per poter capire che la vita, pur essendo una doppia fregatura, vale la pena di essere vissuta in pieno.
E' così, Charlie.
Le illusioni in cui noi crediamo fermamente nel periodo dell'infanzia, si sgretolano nel pieno dell'adolescenza, per poi costituire, nella prima età adulta, dei ricordi lontani dal sapore un po' agrodolce.

Cerco di spiegarti che cosa intendo per "doppia fregatura", anche se sono quasi sicura che tu in questo momento, mentre io scrivo, mi stai osservando con un tenero sorriso luminoso.
So bene che nessun bambino al mondo, che abbia uno o undici anni, sarebbe in grado di comprendere i miei ragionamenti sull'esistenza. 
Queste cose non le puoi capire prima di viverle; anzi, non le capisci neanche dopo i vent'anni se non hai mai fatto tesoro delle esperienze vissute.

1) La felicità non dura per sempre. 
La vita non è una favola. Nessuno vive per sempre "felice e contento". 
Puoi essere felice il giorno in cui prendi la patente, il giorno della prova orale di maturità, il giorno in cui ti laurei, il giorno in cui ricevi il tuo primo stipendio... ma poi? 
Nella vita ci sono sicuramente dei momenti di grande gioia, ma questi non durano mai troppo a lungo. 
L'esistenza alterna la felicità alla sofferenza, la serenità all'angoscia.
Da bambini capita di fare con grande entusiasmo molti progetti, senza minimamente considerare la possibilità che possano insorgere imprevisti e ostacoli.

2) Amore non è sinonimo di gioia. 
 Amare è sinonimo di rischiare.
L'amore a volte rende paranoici, a volte fa soffrire, soprattutto quando arriva il momento in cui uno apre gli occhi e si accorge di non essere mai stato davvero ricambiato.
Amare non è facile. 
L'amore per familiari e amici lo si deve rinnovare nel tempo, senza mai darlo per scontato.
L'atto di amare richiede impegno, non è soltanto un sentimento romantico un po' astratto che si ferma alle parole.
L'atto di amare ci fa capire che noi, pur essendo protagonisti della nostra esistenza, non bastiamo a noi stessi: abbiamo bisogno di persone che sappiano darci conforto nelle situazioni tristi e difficili e a nostra volta abbiamo bisogno degli altri per esprimere la parte migliore di noi stessi, quella parte che proviene direttamente da valori morali cari a Dio, come la generosità, la pazienza, la sensibilità.

Durante il suo viaggio nella desolata Alaska, il giovane Alex Supertramp, protagonista di "Into the wild", scriveva, con le lacrime agli occhi sul suo diario: "Happiness is real when only shared".
Nella mia lingua madre si traduce così: "la felicità è reale solo se condivisa".
Tu sei morto troppo presto per poter provare la serenità che si prova sia quando ci si sente accolti dagli amici più cari, sia quando ci si sente compresi e benevolmente guidati nelle scelte di vita da genitori e familiari.

Sei morto troppo presto per poter provare l'euforia dei giochi di squadra, la soddisfazione di un voto alto a scuola, l'orgoglio di scoprire un talento personale nel pieno dei propri cambiamenti fisici, come a me è successo con la poesia e la scrittura quando avevo quindici anni.

Maledetto RRM2B!! Era quello il tuo gene difettoso, che ha compromesso le tue funzioni vitali.
Mi dispiace un sacco, Charlie. 
Mi dispiace che tu sia stato affetto da quella bruttissima sindrome, mi dispiace che tu sia stato dipendente dalle macchine per più di otto mesi, mi dispiace che i medici dell'ospedale e i giudici abbiano sempre negato ai tuoi genitori la possibilità di provare una terapia sperimentale, che forse avrebbe potuto migliorare la tua qualità di vita.

Mi dispiace moltissimo, Charlie. 
Spero che la tua morte abbia aiutato gli adulti a ragionare, a pensare, a immalinconirsi; perché fa bene la malinconia di tanto in tanto, aiuta a crescere, rende più ragionevoli e più forti.

Conforta i tuoi genitori da lassù, aiutali a sopravvivere al dolore e a fare progetti che diano frutti significativi, come la Fondazione in tuo onore. (Mamma Connie ci tiene tanto!)

Salutami i miei nonni e Gabriella. Dovrebbero esserci lassù. Dà loro un abbraccio da parte mia.
Ciao, piccolino, buon Paradiso.

                                                                                                                                          Anna 
                                                                                                                                                                "









3 agosto 2017

"Il sole dentro":


Un film molto carino, a mio avviso da far vedere ai ragazzini delle medie per poi far loro scrivere una recensione ricca di riflessioni personali sui temi dell'amicizia, della solidarietà umana, della miseria e della fame nel mondo.
Si tratta di due storie profondamente diverse, una inverosimile e a lieto fine e una realmente accaduta e molto drammatica.
Le due vicende si intrecciano nel corso della proiezione. In questo post io le presenterò separate.
Parto dalla più drammatica.
Lo sfondo delle vicende sono dei luoghi caldi e assolati e, a proposito, questo non sarà un post lunghissimo: c'è un caldo talmente torrido, micidiale e persistente che fa venire il mal di testa.


YAGUINE E FODE':

Nel giugno del 1999 due quattordicenni africani, per l'esattezza originari della Guinea, dopo aver scavalcato la rete di recinzione dell'aeroporto di Conakry, riescono a nascondersi all'interno del carrello di un Airbus 300 diretto a Bruxelles.
Il giorno prima della partenza avevano scritto una lettera indirizzata alle "Eccellenze d'Europa" a nome di tutti i loro connazionali.
 All'aeroporto di Bruxelles la signora Chiara Trevisan, in quel periodo addetta all'ispezione dell'aereo, aveva trovato i cadaveri abbracciati dei due ragazzini e naturalmente anche la loro lettera, scritta in lingua francese.
Ecco il contenuto:

"Alle Loro Eccellenze, i signori membri e responsabili dell'Europa. 
Abbiamo l'onore, il piacere e la grande fiducia di scrivervi questa lettera per parlarvi del nostro viaggio e delle sofferenze di noi bambini e giovani dell'Africa.
Ma prima di tutto vi presentiamo i nostri saluti più squisiti, rispettosi. 
Siate il nostro sostegno e il nostro aiuto. Siatelo per noi in Africa, voi ai quali bisogna chiedere soccorso. 
Ve ne supplichiamo per l'amore del vostro bel continente, per il vostro sentimento verso i vostri popoli, le vostre famiglie e soprattutto per l'amore per i vostri figli che voi amate come la vita. 
Signori membri e responsabili dell'Europa, è alla vostra solidarietà e alla vostra gentilezza che noi vi chiediamo aiuto per l'Africa. Aiutateci, soffriamo enormemente, aiutateci.
Abbiamo dei problemi, i bambini non hanno diritti.
Noi africani, soprattutto noi bambini e giovani africani, vi chiediamo di fare una grande organizzazione utile per l'Africa perché progredisca. 
Se vedete che ci sacrifichiamo, rischiamo la vita è perché soffriamo troppo in Africa. 
Noi vogliamo studiare.
Vi chiediamo di aiutarci a studiare per diventare come voi.
Infine vi supplichiamo di scusarci moltissimo di aver osato scrivervi questa lettera in quanto voi siete degli adulti a cui noi dobbiamo molto rispetto.


Scritto da Yaguine e Foidè, due bambini guineiani. "


La signora, profondamente scossa sia dall'accaduto sia dalle parole della lettera, aveva deciso di cooperare con l' UNICEF e di stabilirsi in un villaggio africano in modo tale da poter garantire ai bambini di quella zona il diritto allo studio e ad una vita il più serena possibile.
Con le parole di questa lettera si chiude il film, che alterna le immagini della donna con quelle di Yaguine e Foidè da vivi.

Yaguine e Foidè vivevano a Conakry, la capitale della Guinea, caratterizzata da sovraffollamento, da strade sporche, piene di polvere e piuttosto caotiche.                                                               
Questa è una caratteristica comune tra le città africane le quali, dal momento che hanno tutte attraversato una rapida e precoce fase di urbanizzazione, si ritrovano ad essere pressoché invivibili per le persone che si trasferiscono: il traffico è intenso, le condizioni igieniche sono pessime e quelli che dovrebbero essere edifici e palazzi sono in realtà degli ammassi di baracche.
Negli ultimi anni, soprattutto in paesi come anche il Kenya, un buon numero di contadini provenienti dalle zone rurali, per cercare di migliorare le condizioni di vita, abbandona l’agricoltura per recarsi nelle città. In quel disgraziato continente, il risultato della migrazione campagna-città è purtroppo questo: diffusione di malattie infettive, mortalità infantile altissima e lavoro precario.
Ad ogni modo, la vita di questi due ragazzini prevedeva l’aiuto ai genitori nel lavoro durante il giorno e lo studio collettivo, tutte le sere, in un campo vicino all’aeroporto.                                         
In Guinea il 47% della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà e, oggi ancor più che nel ’99, l’economia non dà segni di miglioramenti significativi. Se i ragazzi vogliono studiare, devono inevitabilmente compiere dei sacrifici che di norma richiedono molte energie psico-fisiche e un’ammirevole forza di volontà.



ROCCO E THABO:

Rocco e Thabo sono due simpaticissimi tredicenni vittime della tratta dei baby calciatori, realtà di cui non ero mai stata informata prima di vedere il film.
Se voi lettori non conoscete questo tristissimo e disumano fenomeno che considera i ragazzini come oggetti da acquistare e da buttare, lo capirete fra poche righe, dopo aver letto le frasi limpide e sincere
di un tredicenne che "ci è finito dentro".


Thabo proviene da N'Dula, un villaggio africano oltre il Sahara.
Il ragazzino è stato acquistato da un "mister" italiano e portato in Italia.
All'inizio del film, durante un viaggio in autostrada verso Bari, i due ragazzini raccontano le loro storie all'autista del pullman che li porta a destinazione.
"Thabo, diglielo che quel delinquente si è preso tutti i soldi della tua famiglia e che tuo padre e tua madre hanno fatto i debiti per pagarlo! E ti hanno fatto piangere in un container con dieci prostitute e a momenti morivi di sete!", dice Rocco con voce triste e pochi istanti dopo continua così: "Se sei bravo ti tengono per fare soldi, se non sei bravo ti buttano in mezzo alla strada".
 
Rocco è originario di Bari ed è praticamente un ragazzino senza famiglia: la madre è morta, il padre si è trasferito a Torino con una nuova compagna e il ragazzino subisce violenze fisiche da parte dello zio che lo ha venduto come calciatore.

I due ragazzini, amici per la pelle, decidono di allontanarsi dall'Italia per arrivare a N'Dula, luogo natale di Thabo.
Mi ha molto colpita una frase di Rocco, che penso costituisca uno dei messaggi più importanti della storia: "Casa tua non è dove sei nato, ma dove ti vogliono bene".
Con questa bella verità, il ragazzino decide di imbarcarsi clandestinamente con Thabo su un traghetto.
Dapprima arrivano in Tunisia e da lì raggiungono l’immenso deserto del Sahara, grande come l’Europa (8 milioni di km quadrati).
Non sempre il viaggio nel deserto fila liscio: Thabo e Rocco trovano delle persone disposte ad aiutarli ma assistono, nascosti dietro a una duna, ad un episodio in cui i soldati rubano i pochi averi di chi percorre il deserto per raggiungere il Mediterraneo.

Riescono poi a raggiungere il villaggio di Thabo? Sì.
E, per di più, Chiara Trevisan si preoccupa di entrambi: Thabo si ricongiunge con la famiglia e Rocco si stabilisce in Africa; d'altra parte in Italia non ha nessuno che gli voglia un po' di bene e allo zio violento e cattivo viene negato l'affido.

Concludo con due scene (non distanti l'una dall'altra) e con un breve commento su queste.






Da precisare che la colonna sonora è stupenda!

Padre X, pur essendo un pochino svitato, dice ai due protagonisti di questa vicenda delle cose che non si possono disprezzare. Io le condivido pienamente.
Come quella del primo spezzone: "(...) sono un po' africano come voi ma anche messicano, indiano, cinese... uomo."
Sapete cos'è questo? Un palese e netto rifiuto del razzismo!

Questa parte su YouTube non c'è, ma ve la svelo io.
All'interno della capanna, Padre X ha appeso tutte le foto dei fondatori delle principali fedi religiose al mondo. Poi, sempre all'interno della capanna, afferma: "Chi ha deciso di distinguere il terzo mondo dai paesi sviluppati? I potenti della Terra! Ma il mondo non è uno solo?"

Devo ammettere che questa suddivisione ha sempre dato un po' fastidio anche a me.

Bellissimi gli aquiloni sopra la capanna di Padre X!
Secondo me costituiscono un'ulteriore sottolineatura del tema dell'uguaglianza sostanziale di ogni essere umano.

Siamo diversi l'uno dall'altro per aspetto fisico, caratteristiche della personalità, colore della pelle, fede religiosa, modo di vestire e abitudini di vita.
Però siamo tutti umani con due gambe, due braccia, un viso, un cervello e un cuore.
Le condizioni esistenziali sono identiche per tutti: ignoranza riguardo al futuro, anche quello più prossimo, precarietà dell'esistenza, imprevisti, preoccupazioni, alternanza di gioia e dolore, di angoscia e di pace.













26 luglio 2017

La piaga giovanile del bullismo:


Nota dolente, penserete voi. Sì, ma comunque necessaria all'interno di un blog.
Vivremmo tutti in un mondo più felice se non ci fossero prepotenze e cattiverie!
Chissà quante volte nel corso di questi ultimi anni avrete sentito questo termine che designa un fenomeno ormai purtroppo molto comune tra le fasce generazionali 12-18 e 19-27.

Lucidamente, dopo un periodo in cui ho pensato piuttosto spesso a questo fenomeno, posso dire che non è del tutto esatto parlare del bullismo ma di "bullismi".
Ce ne sono di più tipi, ai quali ho dato diversi nomi. Li elenco qui sotto:


1) "Bullismo evidente". E' quello che si manifesta attraverso violenze fisiche e pestaggi.
Questa tipologia è più comune tra i ragazzi e in casi gravissimi può portare anche alla morte della vittima.

Penso che ricordiate ancora piuttosto bene quello che è accaduto ad Alatri (Lazio) questa primavera, quando Emanuele Morganti, un giovane di 20 anni che si trovava in un locale notturno con gli amici e la fidanzata, è stato ingiustamente e crudelmente trascinato fuori dal locale e picchiato da un gruppo di venti persone. Ricorderete tutti che non ce l'ha fatta e che è morto il giorno dopo in ospedale.
Era domenica ed era la fine di marzo. Quando ho sentito questa notizia alla radio ero in auto. Stavo tornando da una giornata di preghiera e meditazione sul Vangelo che era stata organizzata in un paesino di montagna ai piedi del Baldo.
Per prima cosa ho pensato ai genitori del ragazzo: come faranno mai a farsene una ragione? Come faranno a convivere per il resto della vita con una tragedia così assurda? Sicuramente non avranno più pace! Emanuele, a quanto sembra, ha avuto soltanto la colpa di girarsi verso quel prepotente che lo spintonava. Il terribile pestaggio di cui è stato vittima non ha mai avuto né un senso né una logica.
Senso, logica... più cresco più mi rendo conto di essere molto più affezionata dei miei coetanei a questi termini. Le persone che, come me, sono "attaccate" a questi principi, sono in via d'estinzione.
La verità è che ogni pestaggio non ha e non avrà mai senso, nemmeno se venisse fatto al ragazzo più odioso del mondo!
Non si fa violenza fisica per il puro gusto di farla come non si fa violenza fisica per assecondare il proprio desiderio di vendetta.

Riporto qui sotto una parte del discorso della madre del ragazzo durante il funerale, fa venire i brividi. Mi meraviglia il fatto che sia riuscita a trovare la forza di parlare:
"Dio non ha chiamato Emanuele perché era cattivo, l’ha solo ricevuto dalla cattiveria degli uomini. Avrei tante cose da dirvi, ma posso solo dire che vi abbraccio e vi bacio per quello che avete fatto per noi. Ogni vostra lacrima ci aiuta anche se non basterà." 

Ci sono altri due aspetti da mettere in evidenza; e il primo è questo: pare che nessuno in quel frangente abbia pensato di chiamare immediatamente la polizia. 
Quasi tutti, per dirla con James Archibald Cronin, "sono stati a guardare". 
Solo uno degli amici di Emanuele si è inserito nella lite per cercare di difendere la vittima, prendendole anche lui al punto tale da aver bisogno di un ricovero in ospedale di alcuni giorni. 
Ma capite bene che, sempre secondo la famigerata logica, due contro venti è disumano.
Bisognava telefonare ai carabinieri!

Altro particolare contestualizzante: erano le tre del mattino. 
Un'ora pericolosa, l'ora in cui entrano i ladri in casa e l'ora in cui gli sbronzi e i drogati si aggirano per fare danni.
E' tardissimo, secondo i miei canoni.
E' l'ora in cui io sono a letto sotto le coperte, perché durante il giorno mi attendono un sacco di impegni: lezioni accademiche, studio, lavori domestici, attività sportive e diversi interessi da coltivare.
Giovani e adulti mi prendono in giro quando dico loro che spesso quando esco torno a casa in orari compresi tra le 23 e l'una e mezza. Pochissime volte sono rientrata più tardi.
Basta poco per rendermi contenta: una cena e una passeggiata all'aperto, in luoghi abbastanza frequentati. E fortunatamente quei pochi amici che ho me li tengo stretti non soltanto perché sono delle brave persone piene di qualità ma anche perché il loro modo di svagarsi è simile al mio.

Io non mi permetterò mai di dire che siccome era fuori casa a quell'ora, allora si è meritato la brutta fine che ha fatto. Sarebbe una cattiveria di pessimo gusto. 
Voglio soltanto affermare che, a mio modesto parere, le primissime ore del mattino non sarebbero proprio le più adatte per praticare la vita sociale, chiamiamola così, visto che quell'espressione per molti ventenni significa "discoteca sballo e alcolici fino all'alba". 
Fare le ore piccole è pericoloso, anche quando uno è maggiorenne. E non scherzo.

Al di là di tutte queste riflessioni, ribadisco che mi dispiace un sacco, mi è sempre dispiaciuto. 
Per il ragazzo, per i suoi due fratelli e per i loro poveri genitori.
Sapete, Emanuele in fin dei conti, sotto diversi aspetti, era un ragazzo fortunato, nel senso che aveva i suoi buoni motivi per essere sereno: si era diplomato in un istituto tecnico, aveva la ragazza ed era riuscito a trovare lavoro nello stesso paese in cui viveva. 
Che diritto avevano quei bulli delinquenti senza morale di privarlo della vita??!


2) "Bullismo indiretto"
E' quello con cui io ho avuto a che fare per alcuni anni dell'adolescenza. 
Non è da sottovalutare, perché fa male; è di natura psicologica.
E' diffuso presso le componenti femminili delle classi che sono abili soltanto a compiere carognate.
Si tratta prima di tutto di emarginare una persona con un carattere molto diverso dal tuo e con opinioni diverse dalle tue. 
Oltre alla condizione di emarginazione, ci sono spesso anche sia l'abitudine di diffondere calunnie meschine sul conto dell'emarginata sia il vizio di sussurrare commenti stizziti e pieni di invidia ogni volta che la vittima raggiunge un obiettivo o riscuote un piccolo successo.



3) "Cyberbullismo". Forma recentissima, nata dapprima nel triste mondo anglo-americano. 

"E' di quelle che se la cercano", direbbero i ragazzi. Non siate così precipitosi, vi consiglio io.
Certo è vero, ci sono le ragazze come Tiziana Cantone che autorizzano un amico pervertito a filmarle durante un rapporto sessuale. Che poi mi chiedo: cosa cavolo c'è da filmare? Non sono affari tuoi, stanne fuori! E invece no. Filmano tutto quanto e postano tutto quanto. 
Talvolta, il seguito e l'epilogo di vicende come questa sono tragici: vergogna, depressione, perdita del lavoro, suicidio.
L'ho detto lo scorso anno alla fine dell'estate: queste ragazze fanno un grave errore, ma la pagano troppo cara, perché adesso come adesso il mondo è crudele e ti giudica non tanto per il temperamento che hai, quanto piuttosto per i video e le foto che ti riguardano.
C'è distinzione tra vita reale e vita online? Non lo so, almeno io non riesco a rispondere.

Poi ci sono anche quelle che si spogliano di fronte ad una fotocamera per farsi un autoscatto compromettente da inviare magari a un compagno un po' porcello che le ricatta più o meno in questo modo: "Devi dimostrarmi che mi ami veramente".
Alla diffusione di queste foto seguono commenti piccanti e volgari.
I cretini che ricattano le loro compagne in questo modo e che poi diffondono le loro foto "osé"  sono proprio da liquidare, e al più presto! 
Vuoi una prova d'amore? Sparisci dalla mia vita! Te lo chiedo per preservare la mia dignità di donna. 
Perché se il rispetto verso l'altra persona lo tieni sotto le suole delle scarpe, tanto vale che maturi come uomo, prima di metterti insieme con qualsiasi altra.

Io però mi chiedo anche una cosa, da qualche tempo a questa parte...
Siamo sicuri che trasmissioni di elevatissimo livello culturale come "Il grande fratello" e "Temptation Island" non influiscano almeno in parte sia sul nostro modo di vivere le relazioni affettive che sui nostri comportamenti?

"Il grande fratello" secondo me era di una noia mortale! Non so se lo trasmettano ancora.
Ecco in che cosa consisteva: telecamere attive, pronte a spiare i concorrenti anche quando questi ultimi si dirigevano verso la porta dei servizi igenici. Ma che interessante! Ma che efficace impatto emotivo!
In quel programma non succedeva mai niente! Vengono filmate azioni banali, vengono registrati discorsi stupidi, viene data importanza a qualunque semplicissimo e naturalissimo movimento del corpo.
L'ho visto soltanto una volta e mi sono bastati dieci minuti per capire di che nullità si trattava!

Anche a "Temptation Island" le videocamere sono attive 24/7.
E così uno non è nemmeno libero di tradire la propria fidanzata! Sto scherzando, naturalmente.
Volevo dire che è abbastanza demenziale.
I video salvati avrebbero la funzione di far capire al partner che sta dall'altra parte dell'isola se l'altro membro della coppia è affidabile o meno.
E risulta che non lo è quasi mai, visto che le telecamere filmano i tradimenti e i comportamenti sconvenienti.
Mi stupisco del fatto che questo programma riscuota un così grande successo!
Eventi ed aspetti della vita quotidiana che dovrebbero essere protetti da privacy vengono visti (purtroppo sono così tanti!) da qualche milione di telespettatori.
E qualcuno, convincendosi che le videocamere siano fondamentali nel corso della propria vita, si ammala di "protagonismo" e quindi mette telecamera fissa o si fa filmare in certi momenti...

Puntualizzo anche che ci sono pur sempre degli e delle innocenti che subiscono cyberbullismo.
Sono quei casi in cui un bullo scatta una foto ad un ragazzo che ha un difetto fisico, dopodiché la pubblica con una didascalia oltremodo sprezzante e offensiva.
Ultimamente succede anche che molte ragazze e molte donne vengano fotografate di nascosto e poi sottoposte, via web, a insulti e a commenti pornografici. E questo senza che siano vestite in modo particolarmente provocante.


4) Il "Blue Whale", una spietata guida al suicidio. 

Io la considero una forma di bullismo psicologico, oltre che un reato di istigazione al suicidio.
Vengono coinvolti i ragazzi di età compresa tra i 12 e i 16 anni, l'età in cui frequentemente ci si sente impotenti e "nudi" di fronte al male che si sente dentro e che a volte si subisce dall'esterno. (E quando raggiungi la ventina non è che le cose cambino più di tanto, per quanto forte tu possa essere. Non è immaturità questa, è il fatto che si è ancora troppo giovani.)
Il nome deriva da una caratteristica dell'esemplare della balena blu, ovvero, quella di approdare su una spiaggia e di lasciarsi morire di asfissia, senza nutrimento. Praticamente si suicidano a un certo punto della vita.
Per chi ancora non ne fosse stato informato, questo gioco dura 50 giorni. Il giocatore è guidato da un curatore che gli ordina di compiere una serie di atti autolesionistici come tagliarsi i polsi, incidersi su un braccio una balena, alzarsi alle 4 e 20 per vedere film molto violenti o dell'orrore, sporgersi dal bordo di un ponte o del tetto di un condominio. Naturalmente tutto dev'essere fotografato, filmato e inviato al curatore, che decide la data di morte del giocatore.
Questo gioco è stato inventato da uno studente russo nato nel 1995, come me, il quale non ha alcun rimorso. In effetti, ha dichiarato: "Con questa invenzione ho purificato la società dagli scarti biologici." Ma che cattiveria! Questo è un discorso che potrebbe essere pronunciato da un nazista.
In Russia sono morti 157 adolescenti. In Italia, grazie soprattutto a dei bravi insegnanti che hanno fatto denuncia alla polizia postale, sono stati scoperti e fermati circa una dozzina di ragazzini che avevano iniziato a giocare al Blue Whales.
Le catechiste delle medie nella parrocchia di mio zio Attilio si preoccupano se i ragazzini invece di ascoltarle canticchiano "Ulisse Lowlow"... Quel video è niente in confronto al Blue Whale.
Anzi, sono due cose che non sono nemmeno paragonabili! 
Ho visto anch'io il video di quella canzone e sono d'accordo sul fatto che i ragazzini non dovrebbero vedere la violenza che c'è e non dovrebbero sentire il linguaggio scurrile che viene adottato.
"Ho scelto il male perché il bene era banale, Dio mi ha dato una pistola facile da maneggiare".
Come se Dio dispensasse pistole dall'alto dei cieli per compiere rapine e per fare giustizia sui ricchi corrotti ed egoisti!
Bisognerebbe preservare i ragazzini sia dal Blue Whale sia da video e da messaggi negativi come quello che trasmette la canzone "Ulisse".
Non ho idea di che cosa voglia dire in pratica, anzi forse sì: bisognerebbe cercare di parlarne con loro.
Le catechiste non ne hanno il tempo, ma le insegnanti di italiano sì.
Quindi, visto che "Ulisse-Lowlow" risulta molto più bello di qualsiasi traccia di tema e molto più accattivante di qualsiasi esercizio di analisi logica, tanto vale dedicargli un'oretta per una discussione.
E' una protesta, ma è giusto il suo modo di protestare?! Cosa vuole trasmettere?

E per quel che riguarda il Blue Whale: perché secondo voi alcuni vostri coetanei ci cascano e lo prendono ingenuamente come un gioco? Giocare sapendo di essere destinati al suicidio: vi sembra una sfida accettabile?


Alla fine ho scritto un post sia sulle tipologie di bullismo sia sul marciume che c'è su internet e in televisione. Perché anche quello credo che influisca sui comportamenti scorretti dei giovani, quindi forse qualche accenno ci stava.

Per ulteriori vostre riflessioni personali, allego alla fine del presente post un'immagine che mi ha colpito molto:


Se foste voi così e se vi prendessero in giro solo per questo... brutti str....!!!







17 luglio 2017

"Still Alice", il dramma dell'Alzheimer


Nella mia facoltà si è diffuso un detto piuttosto curioso a proposito dell'esame di linguistica. E' così:
"L'esame di linguistica o lo passi subito o non lo passi mai".
Anche se l'ho superato al primo colpo e con una valutazione vicina al 30, devo ammettere che è una prova davvero complessa!
Però non puoi laurearti in Lettere se non la fai.
E' un insegnamento obbligatorio.

Ho voluto iniziare la recensione di questo film con una nota abbastanza simpatica per cercare di sdrammatizzare un pochino l'argomento indicato dal titolo.

La linguistica è lo studio scientifico del linguaggio umano e, in quanto tale, si occupa di descrivere le sue caratteristiche a livello fonetico, fonologico, sintattico e semantico.
Alice Howland, la protagonista della storia che sto per riassumere, è una celebre e stimata docente di linguistica alla Columbia University.
E' una donna molto gratificata dal suo lavoro e molto contenta della bella famiglia che ha formato.
Ha un ottimo rapporto con suo marito John, un abile chimico, ed è una madre molto presente per tutti i suoi tre figli: Anna, Tom e Lydia.
Li ha cresciuti e li sta osservando raggiungere i loro obiettivi nella loro prima età adulta: Anna aspetta due gemelli dal marito, Tom si è appena laureato in medicina e Lydia, la più giovane e la più sensibile, inizia a riscuotere un notevole successo presso il mondo del teatro.

Ma subito dopo il suo cinquantesimo compleanno ad Alice accade qualcosa di allarmante...


 Questa è una conferenza sull'acquisizione del linguaggio nei bambini.
Nella fase compresa tra i 18 e i 27 mesi di vita, i bambini, sebbene non siano ancora in grado di formare frasi complesse ma soltanto coppie di parole, ampliano notevolmente il loro bagaglio lessicale.
 Mentre parla della fase "telegrafica" di acquisizione del linguaggio, Alice non riesce a ricordare la parola "lessico", un termine che nel corso della sua carriera ha pronunciato un sacco di volte, un termine che un rinomato linguista deve sempre avere a portata di bocca.
Ironizza sul suo lapsus, ma in realtà nasconde la sua forte preoccupazione.

Oltre a ciò, accadono altri due episodi molto allarmanti.
- Mentre una mattina pratica jogging, perde l'orientamento geografico. Si ferma, stanca e ansimante, perché non ha idea di dove si trova, pur essendo passata innumerevoli volte in quella strada.

-Una sera Alice decide di invitare a cena il figlio Tom e la sua ragazza Jenny.
Alice dice per due volte a Jenny nel giro di tre minuti: "Piacere di conoscerti, io sono Alice, la madre di Tom".

La studiosa decide dunque di farsi visitare da un neurologo, sospettando di avere un cancro al cervello.
Dopo l'esito di una PET, la diagnosi del neurologo è tragica e devastante: esordio precoce del morbo di Alzheimer, con trasmissione ereditaria.
In effetti poco dopo, la figlia Anna scopre attraverso un test di essere positiva alla malattia.

E' bene specificare che nella fase iniziale della malattia Alice è ancora una donna ricca di risorse mentali, anche se dimentica gli appuntamenti e anche se a volte non le riesce più facile trovare il termine giusto in un discorso.

Il film si concentra molto anche sui rapporti familiari, oltre che sul decorso (tra l'altro abbastanza rapido nella seconda parte del film) della malattia.

La protagonista ha un buon rapporto con tutti e tre i figli.
In particolare, il rapporto con Lydia è molto stretto: c'è un dialogo vero e profondo tra di loro.
L'unico problema è che la madre fa fatica a comprendere le aspirazioni della figlia, ma non perché non la ami.
La vorrebbe laureata perché è convinta che Lydia abbia un'intelligenza brillante da sfruttare più nello studio che nei provini. Per Alice la figlia minore è "sprecata" nel mestiere dell'attrice.

Tra Anna e Lydia invece il rapporto è piuttosto conflittuale. Tenete presente che la differenza di età tra le due ragazze è abbastanza notevole e io credo sia più o meno questa: 28 anni la prima, attorno ai 20 la seconda.
Per tutto il corso del film, Anna considera la sorella come una ragazzina immatura e viziata, incapace di capire la triste realtà di una madre che giorno per giorno perde la cognizione di sé e di ciò che le sta intorno.
A me non è piaciuta molto la figura della figlia maggiore, anzi, mi sta decisamente antipatica per il fatto che giudica troppo facilmente chi in realtà è umanamente migliore di lei.
A questo proposito, è utile ricordare che durante una discussione di famiglia sulle condizioni di salute di Alice, Anna pronuncia una frase molto pesante: "Se a Lydia importasse qualcosa di nostra madre, ora non si troverebbe dall'altra parte degli Stati Uniti a fare provini".

In realtà, la ragazzina duramente criticata si rivela migliore di tutti gli altri componenti della famiglia, perché, quando la forma di Alzheimer della protagonista si aggrava notevolmente, si dimostra l'unica familiare disposta ad abbandonare tutti i suoi impegni quotidiani per occuparsi della madre, mentre il padre si trasferisce in Minnesota per motivi di lavoro e mentre gli altri due fratelli affermano di essere troppo occupati anche solo per poter visitare Alice.
Nell'ultima parte del film Anna e Tom non compaiono mai, è come se non esistessero.
Il padre invece dimostra tutto il suo orgoglio e tutta la sua riconoscenza per la figlia minore poco prima di partire, abbracciandola e dicendole: "Lydia, sei un uomo migliore di me."

D'altro canto, Lydia ritiene la sorella maggiore troppo saccente e anche un pochino insensibile.

 Questo è uno dei punti più significativi del film in cui, dopo un acceso conflitto tra sorelle, Lydia chiede alla madre che cosa si prova ad avere dei frequenti vuoti di memoria.



Riflettiamo sull'ultima parte del dialogo.
Lydia afferma tra le lacrime: "Certo, è orribile". 
E la madre, con un sorriso riconoscente le dice: "Grazie per avermelo chiesto." 
La sensibilità della ragazza le permette di confidare quegli stati d'animo e quelle angoscie che poco prima nemmeno il marito John prendeva sul serio.
La malattia neuro-degenerativa le avvicina ancora di più: l'adulta si sente ascoltata e amata profondamente, la ragazza invece è in grado di accogliere dentro di sé la tragedia che l'adulta sta vivendo.


LA VOGLIA DI LOTTARE:

C'è un punto in cui Alice, disperata per ciò che le accade, progetta il suicidio.
Come l'ho compresa in quel momento del film!
Una donna studia, crea una bella famiglia, continua a studiare con passione e vive dei suoi prolifici studi... fino al momento in cui non incontra nella strada della vita un profondo buco nero nel quale è destinata a sprofondare. Un buco nero che non era assolutamente prevedibile!
Non c'è rimedio all'Alzheimer: qualsiasi medicina non è in grado di rallentarne la progressione.
Quando ero una giovanissima liceale ero convinta del fatto che le persone molto intelligenti e molto colte non potessero essere soggette al morbo di Alzheimer.
Mi dicevo: "Sfruttano al massimo le capacità mentali e questo fa scomparire ogni rischio di demenza."
 Credo che il morbo di Alzheimer sia una delle malattie più umilianti che possano capitare.
Inizi a dimenticare alcuni nomi e concetti per poi degenerare sempre di più, fino a trascorrere gli ultimi mesi di vita a fartela addosso, senza più riuscire a cogliere minimamente il significato di qualsiasi discorso.
"Preferivo un tumore", dice Alice al marito.
Anche un tumore con metastasi ovviamente è devastante, ma almeno ti rimane un minimo di dignità cognitiva anche in punto di morte, anche quando sei imbottito di morfina.

In questa scena, Alice rivela al mondo la sua voglia di reagire alla disgrazia che l'ha colta.


Questa è l'ultima volta che lo spettatore vede Alice presente a se stessa.
Dopo questa scena inizia la seconda parte del film, dove si notano peggioramenti terribili: lentezza nei movimenti, incapacità di riconoscere i familiari, insonnia sempre più frequente, assoluta incapacità di immagazzinare nella mente ricordi molto recenti.
L'ammalata ha soltanto 50 anni, tenetelo ben presente.



FINALE:

Nell'ultima scena del film vediamo Lydia leggere un romanzo alla madre. Naturalmente quest'ultima non comprende nulla di ciò che viene letto perché, poverina, è completamente demente, ha molte rughe sul viso e gli occhi cerchiati.

Però il film di tanto in tanto compie dei brevi excursus nella mente della protagonista.
L'ultima scena si chiude con il ricordo un po' sfuocato di Alice ragazzina che cammina sulle rive del mare a braccetto con la madre.
Possibile che la donna riesca a ricordare un evento remoto mentre invece dimentica ciò che è accaduto pochi istanti prima?
I dubbi che rimangono allo spettatore sono questi: il ricordo che appare prima dei titoli di coda è davvero reale? Possono i piacevoli ricordi di infanzia resistere ad una malattia neurologica così terribile?


MORBO DI ALZHEIMER  VS  DEPRESSIONE:

Per curiosità ho voluto condurre un confronto. Qualcosa in comune c'è e comunque sempre di patologie neurologiche si tratta!
 

MORBO DI ALZHEIMER


DEPRESSIONE

E’ una malattia degenerativa progressiva, nel quale i sintomi di demenza peggiorano con lo scorrere degli anni.

E’ una malattia che nasce dall’incapacità di accettare una perdita o il non raggiungimento di un obiettivo.


Difficoltà nel ricordare informazioni apprese di recente.

Difficoltà a memorizzare informazioni apprese recentemente.

Insonnia.

Insonnia accompagnata da uno stato di agitazione oppure ipersonnia.


Difficoltà di concentrazione e difficoltà a completare le attività quotidiane.

Difficoltà di concentrazione.

Afasia, difficoltà nell’affrontare una conversazione, pronuncia di espressioni confuse o ripetute più volte. Questo porta irrimediabilmente all’isolamento sociale.


Isolamento sociale volontario e apatia.


Difficoltà di movimenti fino all’irrigidimento progressivo della muscolatura.



Passività motoria: nei casi più gravi ed allarmanti ci si rifiuta persino di alzarsi dal letto.

 Repentini cambiamenti di umore (soprattutto agli esordi), non ci si ricorda come ci si sentiva un attimo prima.


E' risaputo che un depresso è sempre cupo e tenebroso.




10 luglio 2017

Comprendere la vera amicizia attraverso i classici:


Ho appena terminato la sessione estiva, ci credete? Solo ora ho tempo per scrivere un post su un argomento che mi sta molto a cuore, soprattutto da qualche mese a questa parte.
Come avrete potuto intuire dal titolo, questo scritto è dedicato al tema dell'amicizia. Anche in questo caso i classici greci e latini mi sono stati di grande utilità per poter comprendere il vero significato di questa parola, che ai giorni nostri viene spesso banalizzata e sovraestesa.
Io partirei da un celebre esempio in letteratura greca.

AVVERTENZA! Per chi conosce sia la lingua greca che la lingua latina, o comunque una delle due, sappiate che le traduzioni in italiano dei passi citati sono mie e non sono proprio molto letterali. Non sono sbagliate, sono semplicemente "libere" e più adattate alle strutture sintattiche della nostra lingua.


ACHILLE E PATROCLO:

Iliade, libro XVIII°. (vv. 80-84)
Achille cura Patroclo

"ἀλλὰ τί μοι τῶν ἦδος ἐπεὶ φίλος ὤλεθ' ἑταῖρος
Πάτροκλος, τὸν ἐγὼ περὶ πάντων τῖον ἑταίρων
ἶσον ἐμῇ κεφαλῇ; τὸν ἀπώλεσα, τεύχεα δ' Ἕκτωρ
δῃώσας ἀπέδυσε πελώρια θαῦμα ἰδέσθαι
καλά· (...) "
"Ma di quale gioia potrò godere, dopo che è morto il mio caro compagno Patroclo, che io ho considerato al di sopra di tutti i compagni, anzi alla pari di me? Io l'ho perduto! Ettore lo ha spogliato delle armi enormi, meravigliose alla vista, belle (...)"

Ragioniamo sui termini greci: ἑταῖρος 
(letto etàiros) sta per "compagno".
Compagno in che senso?
Tra Patroclo e Achille c'era qualcosa di più di un sentimento di amicizia? Non possiamo saperlo con certezza.
L'ipotesi della loro omosessualità ha goduto di grande successo per diversi secoli, ma ora, grazie agli studi accurati di filologi tedeschi, si tende a scartare questa idea a favore di una stretta e forte relazione di amicizia che li legava. Come precisavo lo scorso anno, in tutta l'Iliade non è mai descritto alcun rapporto sessuale omoerotico, mentre invece è chiaro che le schiave dei guerrieri omerici erano certamente le amanti di questi ultimi, o comunque oggetti per soddisfare i loro desideri carnali.
Se, al contrario di me, propendete di più per l'idea omoerotica, potete pure contestare questo esempio che porto; tanto non mi offendo. Però leggete comunque, perché io sono convinta che il furioso Achille, a proposito di affetti, abbia qualcosa di positivo da insegnare a noi uomini del XXI° secolo.

Negli ultimi anni questa parola è diventata sinonimo di "convivente" o comunque di "fidanzato", ma nell'VII° secolo a.C. e nella lingua omerica non era questo il primo significato.
Qualsiasi dizionario di greco antico riporta come principale significato di ἑταῖρος l'espressione "compagno d'armi" e poi c'è anche quella di "amico". Ora rileggete una mezza frase della mia traduzione: "il mio caro compagno Patroclo, che io ho considerato al di sopra di tutti i compagni".
La prima volta, questo termine è utilizzato soprattutto in senso affettivo, in senso cioè di "amico molto importante". Sì, perché Patroclo era la metà di Achille, era parte di lui.
Patroclo era mite, tranquillo, saggio. Achille era soprattutto impetuoso, violento, iracondo.
La seconda volta, la stessa parola amplia il proprio significato anche nel senso di "membro dello stesso esercito". Però, Patroclo vale di più di tutti gli altri, in ogni caso. Sia in senso affettivo sia nel senso di valore militare. Con Patroclo, Achille diventava premuroso e gentile.
Patroclo è un compagno in tutti i sensi, proprio come indica l'etimologia latina "cum+ panis", ovvero, "condividere lo stesso pane". Ogni vero amico è un compagno.
La vera amicizia implica condivisione di stile di vita, di ideali, di interessi. E perché no, di tanto in tanto anche di cibo mangiato in compagnia in qualche ristorante, tra una chiacchiera e l'altra, tra una risata e l'altra.
Un vero amico è una parte di noi che si illumina ogni volta che lo incontriamo o comunque ogni volta che lo sentiamo, qualunque sia il mezzo elettronico da noi utilizzato.
Non è nostro amico chi compare diverse volte nei selfie di gruppo, quanto piuttosto chi è capace di starci vicino nei momenti di difficoltà, chi, nonostante abbia una manciata di impegni e di doveri da svolgere, cerca volentieri una sera o una mezza giornata libera da poter trascorrere con noi, se gli stiamo davvero a cuore.
Non voglio demonizzare le fotografie. Le fotografie sono la memoria di bei momenti vissuti, ma ricordiamoci che raffigurano immagini bidimensionali di corpi e di volti che cambiano nel tempo.
Se ti senti veramente amico di qualcuno, senti abbastanza spesso anche il bisogno di abbracciarlo, in qualche modo di "godere" della sua fisicità.

E qui inserisco un video in cui il prof. D'Avenia parla dell'amicizia in una conferenza. Cita anche l'Odissea. E aggiunge qualcosa in più rispetto a ciò che ho scritto io sopra.



Iliade, libro XVIII°. (vv. 90-93)

"(...) ἐπεὶ οὐδ' ἐμὲ θυμὸς ἄνωγε
ζώειν οὐδ' ἄνδρεσσι μετέμμεναι, αἴ κε μὴ Ἕκτωρ
πρῶτος ἐμῷ ὑπὸ δουρὶ τυπεὶς ἀπὸ θυμὸν ὀλέσσῃ,
Πατρόκλοιο δ' ἕλωρα Μενοιτιάδεω ἀποτίσῃ."

"... dal momento che il mio cuore non mi esorta né a vivere né a convivere con gli altri uomini se prima Ettore non perda la vita, dopo essere stato colpito dalla mia lancia, e l'uccisione non paghi del Meneziade Patroclo."

 La vendetta. Ecco a che cosa pensa l'impetuoso Achille. Pensa alla vendetta, pieno di odio e di rabbia com'è. Ettore ha massacrato il suo più caro amico, per questo non può essere degno di perdono.
D'altra parte, come ci comporteremmo noi se qualcuno facesse del male ai nostri più cari amici?
Se arrivassimo all'omicidio per vendetta saremmo "pazzi e violenti", proprio come il padre di Ettore definisce Achille.
Però nella fase più acuta dell'amarezza e della rabbia potremmo arrivare a pensare di poter vendicare la violenza con la violenza. Perché siamo umani fragili e non siamo buoni come Gesù.
θυμὸς (zumòs) è sinonimo di ψυχή (la psiche), ma al contrario di ψυχή, oltre a significare "cuore, anima", significa anche "ira". In un contesto come questo ci sta. Achille, dal cuore addolorato, straziato e pieno d'ira, medita di uccidere Ettore in un duello per poter trovare pace nell'animo.

Iliade, libro XVIII°. (vv. 98-100)

"αὐτίκα τεθναίην, ἐπεὶ οὐκ ἄρ' ἔμελλον ἑταίρῳ
κτεινομένῳ ἐπαμῦναι· ὃ μὲν μάλα τηλόθι πάτρης
ἔφθιτ', ἐμεῖο δὲ δῆσεν ἀρῆς ἀλκτῆρα γενέσθαι."

"Vorrei morire subito, poiché non mi apprestavo a soccorrere il compagno che era in punto di morte; egli molto lontano dalla patria è perito, ed era necessario che io lo difendessi dalla morte."

E qui non emerge forse l'istinto protettivo che si ha verso gli amici? Qui c'è il senso di colpa per l'assenza e la lontananza, oltre che la disperazione.
Achille è un guerriero omerico dai sentimenti molto forti.


CICERONE, "DE AMICITIA":

Questo è un trattato, non è un racconto epico. Ma contiene perle di saggezza.

(Inizio 20) "Quanta autem vis amicitiae sit, ex hoc intellegi maxime potest, quod ex infinita societate generis humani, quam conciliavit ipsa natura, ita contracta res est et adducta in angustum ut omnis caritas aut inter duos aut inter paucos iungeretur."

"Quanta poi sia la forza dell'amicizia, ciò può essere soprattutto compreso da questo, che a partire dall'infinita società del genere umano, che la natura stessa favorisce, il legame è così ristretto e così serrato che tutto l'affetto si stringe tra due o tra pochi."

Qui vorrei focalizzarmi sul termine "societas" per formulare un ragionamento.
Sembra un termine banale, di immediata traduzione, ma ecco a voi i vari significati che comprende: "società, vincolo, complicità, alleanza, legame". E ne ho citati soltanto cinque.
Quello che qui Cicerone vuole comunicarci è che la società è fatta di molte persone, tutte diverse l'una dall'altra per aspetto fisico e per caratteristiche della personalità. Le società umane sono così perché la natura umana è variegata.

Il numero massimo di amici che possiamo avere è dieci, diceva Alessandro D'Avenia sopra.
Globalmente ha parlato molto bene, ma qui mi permetto di correggerlo: i veri amici si contano sulle dita di una mano, non di due. In questo paragrafo, Cicerone definisce l'amicizia come un legame molto stretto che è possibile creare tra pochissime persone, più facilmente tra due persone.
Ed è la verità.
Viviamo in un secolo in cui, soprattutto a causa di internet e dei social network, si fa fatica ad essere selettivi, aggettivo invece che a me ancora sia addice, nonostante faccia un largo uso dei mezzi tecnologici ed elettronici.
Cosa vuol dire essere selettivi? Ignorare completamente chi non ci piace? No!
Significa "distinguere", nell'infinita varietà del genere umano, chi è più affine a noi da chi lo è meno. "Selezionare" le persone non equivale ad essere chiusi e musoni.
Per "selezionare" bisogna innanzitutto soddisfare il proprio desiderio di conoscere molte persone attraverso esperienze e attività per poi legarsi profondamente con poche, con quelle poche persone autentiche e solide che sono disposte a "sopportarci" come compagni nel viaggio della vita.

Nel paragrafo precedente, Cicerone fa un confronto tra rapporti con i parenti e rapporti con gli amici.
Eccolo:

(19) "Sic enim mihi perspicere videor, ita natos esse nos ut inter omnes esset societas quaedam, maior autem ut quisque proxime accederet. Itaque cives potiores quam peregrini, propinqui quam alieni; cum his enim amicitiam natura ipsa peperit; sed ea non satis habet firmitatis. Namque hoc praestat amicitia propinquitati, quod ex propinquitate benevolentia tolli potest, ex amicitia non potest; sublata enim benevolentia amicitiae nomen tollitur, propinquitatis manet."

"Infatti mi sembra di capire che noi siamo stati generati così che tra tutti vi sia un vincolo tanto più grande quanto più ciascuno viene a trovarsi vicino. E così i cittadini sono da preferirsi ai forestieri, i parenti agli estranei. Con i parenti infatti la natura stessa impone l'amicizia, ma non sempre i rapporti tra i familiari sono abbastanza buoni. Dunque per questo l'amicizia è superiore alla parentela: dalla parentela può venir meno l'affetto, dall'amicizia no: sottratta la benevolenza all'amicizia viene tolto il nome, mentre alla parentela rimane."

Ciò che ho tradotto come "bontà dei rapporti" lo indica la parola "firmitas, firmitatis", il cui senso è "solidità, consistenza".
"Consistenza" a sua volta deriva dal verbo latino "consisto", ovvero, "prendere posizione, star saldo".
Anche questo significato rimandava, nell'epoca dell'Antica Roma, al campo della pratica di guerra, ma ci fa riflettere su come dovrebbe essere la psicologia di un serio rapporto tra amici.

A che cosa rimanda dunque la "consistenza nei rapporti"? Come è possibile in un periodo come questo, in cui la superficialità dilaga?
 Dal punto di vista di una semplice amicizia rimanda esattamente a questo che sto elencando sotto:

1) Abolire le doppie facce e le bugie. Se vuoi davvero bene a una persona, o comunque se vuoi fartela amica, evita di dire cose false. Le menzogne fanno male e deteriorano i rapporti. L'autenticità li fa fiorire.

2) Essere d'aiuto. Accorrere in aiuto di una persona alla quale vuoi bene è basilare se sai essere davvero amico. E non bisogna mai vergognarsi a chiederlo, a maggior ragione se ti fidi veramente di una persona che ti è amica, e magari da diverso tempo.

3) Pensarsi. Non è necessario vedersi ogni giorno per consolidare il legame. Pensarsi in alcuni momenti della giornata significa essere in sintonia l'uno con l'altro.

4) Incontrarsi. L'incontro rinnova l'affetto. Se per molto tempo non vedi più una persona, il legame si affievolisce o si raffredda. Il "non ho tempo", in un rapporto, non dovrebbe esistere!
Siamo giovani e pieni di impegni e sarebbe molto grave se non lo fossimo!
Ma la nostra vita non è fatta soltanto di studio, di lavoro, di varie attività e interessi. Tutto questo non dovrebbe precluderci il diritto alla vita sociale. La vita è fatta anche di relazioni.

 5) Condividere. Non tanto le foto e i video. Anche quelli, sì. Ma io mi sto riferendo soprattutto ai momenti. Ai dialoghi e ai silenzi. Non è negativo rimanere in silenzio per un po' e, mentre scorrono i pensieri, cercare di indovinare i pensieri dell'altro. Il silenzio non corrisponde sempre all'imbarazzo o al vuoto interiore. Il silenzio è anche tranquillità e armonia.

6) Fare cose indimenticabili. Non stordirsi collettivamente con l'alcool, le droghe e la discoteca.
Fare cose indimenticabili nel senso di una passeggiata e una cena.
Sembra assurdo ma vi assicuro che è così, per esperienza personale!
A distanza di sette anni, io e la mia amica ci ricordiamo ancora bene come abbiamo trascorso la Pasquetta 2010: ero a casa sua e oltre a me c'erano anche alcuni suoi compagni di classe.
Lei vive in una zona un po' collinare di Peschiera del Garda, decisamente lontana dalle rive del lago.
Dopo pranzo abbiamo raggiunto a piedi non soltanto il centro della cittadina ma anche le rive del lago. Camminavamo, a tratti cantavamo, chiacchieravamo.... Ci abbiamo messo circa un'ora per arrivare a destinazione, ma praticamente non ce ne siamo accorti! Da tanto bene che stavamo insieme, per un po' ci è mancata la percezione del tempo.
E quando ci siamo scambiate i piatti al ristorante giapponese senza accorgercene??!
E' stato incredibile, perché io avevo ordinato riso con verdure e gamberi, lei riso con verdure e pezzi di manzo. Quando la cameriera ha portato le scodelle noi, siccome eravamo affamate, senza preoccuparci del contenuto, abbiamo iniziato a mangiare. Ce ne siamo accorte solo quando avevamo quasi finito e abbiamo liquidato "il divertente inconveniente" con una risata.

Questi sono soltanto due dei diversi episodi indimenticabili che ho vissuto con gli unici e pochissimi veri amici che ho avuto e che ho.
Ce ne sarebbero altri da elencare, decisamente più recenti, ma non lo faccio perché questo è già un post abbastanza kilometrico come lunghezza!