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24 dicembre 2014

Il Santo Natale: il valore della solidarietà


"Cammino su un silenzioso sentiero di campagna, mentre delicati fiocchi di neve scendono dal cielo e si posano sui rami spogli e sulle foglie accartocciate e appassite. I fiocchi di neve accarezzano le mie palpebre che si aprono e si chiudono di fronte al loro silenzioso cadere. Cammino tranquilla. I miei passi lasciano le loro effimere impronte nel candore della neve. Giungo dinanzi ad un fiume dalle acque gelide e immobili. Osservo la mia immagine riflessa.
Ad un tratto però, sento un timido singhiozzo alle mie spalle. Mi volto e vedo un ragazzo seduto accanto ad un abete. Mi avvicino lentamente. I battiti del mio cuore si fanno sempre più veloci, sempre più forti. Continuo ad avvicinarmi. Mi accorgo che le guance del ragazzo sono rigate di lacrime. Mi siedo accanto a lui. Freno l'impulso di abbracciarlo e mi limito a sussurrargli un tenero "Ciao". I suoi occhi disperati mi fissano con intensità mentre mormora: "Sono solo. Non ho più nessuno al mondo. Sono solo". Il mio cuore batte sempre più forte... il mio respiro si fa affannoso. La mia mano tremante afferra la sua e la stringe. E con una voce che tradisce la mia voglia di piangere, gli dico: "Ma se vuoi ci sono io!".  "Grazie". La sua voce è dolce e triste allo stesso tempo. ... e io gli sorrido con le lacrime agli occhi..."


Praticamente vi ho appena raccontato un sogno che negli ultimi anni mi capita di fare poco prima del 25 dicembre. Davvero, è sempre la stessa scena: la neve che cade, io che cammino fino alle rive del ruscello, il ragazzo che piange, io che gli stringo la mano... Credo che questo sogno esprima il mio  forte desiderio di accogliere gli altri, di ascoltarli, di prestare loro solidarietà e vicinanza nei momenti più bui della vita. Il Natale è una festività che ci invita a divenire più solidali verso chi soffre, ci stimola a rinnovare la parte migliore di noi stessi.
Anche quest'anno è già Natale... Sono seduta accanto al presepe che io e mia mamma abbiamo accuratamente allestito circa due settimane fa. Avvicino il mio sguardo alla Madonna che tiene tra le braccia Suo Figlio. Incredibile! Noi cristiani abbiamo fede in un Dio che si fa bambino, in un Dio che diviene uomo e che condivide le sofferenze dell'umanità! Mi sorprende sempre il fatto che il Salvatore del mondo sia nato in un'umile capanna e non nelle stanze di un palazzo reale! Il Figlio Unigenito di Dio, venuto ad abitare in mezzo a noi per insegnarci la carità fraterna, giace in una mangiatoia!! Il protagonista del Natale è un umile bambino visitato dai pastori!
Un brano di San Paolo dice così: "Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce (...)".
Chiudo gli occhi, per cercare di immaginare il cammino dei pastori verso la stalla: vedo una stella più luminosa del sole che percorre velocemente le vie del cielo per posarsi poi sul tetto della capanna, mentre miriadi di angeli volano e cantano: "Gloria a Dio nell'alto dei cieli! E pace sulla Terra".
Da bambina avrei voluto essere uno dei pastori; avrei voluto raggiungere la capanna saltellando e cantando gioiosamente lungo il tragitto per poter dare una carezza a Gesù bambino e per poter regalare un sorriso a Maria e Giuseppe.  " Purtroppo sono nata duemila anni dopo!", dicevo sconsolata. Davvero, anni fa mi sarebbe piaciuto vivere nell'epoca della nascita di Cristo.

Ora invece, riapro gli occhi e seguo il flusso dei miei pensieri.

"Natività", Gherardo delle Notti, 1620, olio su tela
Vorrei che questo Natale portasse il caldo vento della solidarietà per sciogliere il gelido ghiaccio presente nei cuori egoisti.
Vorrei che questo Natale facesse brillare nel cielo la parola "Pace" .
Vorrei che questo Natale spegnesse le dannose fiamme dell'odio e della violenza.
Vorrei che questo Natale spargesse semi di speranza nei cuori lacerati dal dolore, dalla solitudine, dalla malinconia.
Vorrei che questo Natale regalasse la forza di sorridere alle persone ammalate, provate da sofferenze fisiche e piscologiche.

Io... in questi giorni vorrei poter stare vicina alle persone che soffrono, vorrei poter donare loro la forza di credere in se stessi e in un futuro migliore.
Ogni volta che arriva il Natale, si rinnova dentro di me la voglia di compiere del bene per l'umanità.



BUON NATALE A TUTTI VOI!





20 dicembre 2014

Il quarto re magio: il riflesso della grazia di Dio in una stella


Oggi sono triste... E' appena morta un'anziana signora che mi voleva molto bene e alla quale anch'io volevo molto bene. Era un'amica di famiglia, era molto buona, generosa e profondamente credente...
 A lei dedico questo racconto di Natale, intitolato: "Il quarto re magio":

"Tanto tempo fa, in una terra lontana, svettava un'altissima torre. Un giorno, mentre il sole stava scendendo sull'orizzonte e le mura della torre risplendevano dorate nella calda luce del tramonto, i magi presero a correre su per le scale. Una volta giunti in cima, sul terrazzo della torre, l'oscurità ormai li avvolgeva. Si guardarono intorno e sopra di loro, nella volta celeste, videro brillare migliaia di stelle. "Ah!", sospirò uno, "Sono così belle!".  "Ziba!", lo rimproverò un altro, "Non siamo venuti qui per ammirare le stelle, siamo qui per studiarle... Per comprendere la loro nascita e la loro struttura, per comprenderne schemi e spostamenti, per indagarne i misteri e scoprire i loro significati nascosti." "Certo che sì, Baldassarre", rispose Ziba, cercando di risultare più coscienzioso di quanto non fosse. Ziba si rivolse poi a Melchiorre, dicendo:"quella stella ad est è davvero luminosa... Non ricordo di averne mai vista una così luminosa in quella parte del cielo...". 
"Melchiorre, penso che sia un primo avvistamento," disse il terzo, il cui nome era Gaspare, "E' una stella davvero insolita e credo che si stia muovendo. Riesci a vedere la sua coda luminosa?" I quattro uomini si misero ad osservare il cielo. Si trattava certamente di una nuova stella, non avevano dubbi. Ma perché era apparsa? Qual era il suo significato?
Fu solo quando il cielo fu rischiarato dalle luci dell'alba che gli uomini trovarono la loro risposta.
"E' il segno della nascita di un nuovo re", disse Baldassarre dopo aver consultato le sue preziose scritture. "Un re per la nazione dei Giudei".
"Un re per cui Dio stesso ha posto una stella in cielo", sospirò Ziba, "E' davvero sorprendente!! So che dobbiamo fare le nostre analisi con cautela, ma ogni tanto non vi viene da esclamare "ooooh" per la meraviglia?". Baldassarre inclinò il capo: "Non credo di aver mai avuto una reazione simile."
Mentre i magi discutevano della stella e del nuovo re, decisero di intraprendere un viaggio.
"Dobbiamo seguire la stella dovunque ci porti", dissero. "Dobbiamo trovare il nuovo re e portargli dei doni che gli rendano omaggio". Partirono più in fretta che poterono. Viaggiare di notte veniva loro naturale, poiché erano abituati a orientarsi osservando le stelle. Sembrava che la stella che stavano seguendo li volesse condurre da qualche parte a ovest.
Sulla strada, Ziba affiancò Baldassarre.
"Che regalo hai scelto per il nuovo re?" gli chiese.
"Uno scrigno d'oro.", rispose Baldassare, "L'oro è l'emblema del potere regale, e all'occorrenza può essere mutuato in monete."
I due cavalcarono affiancati in silenzio per un po'.
"E tu hai trovato il tuo 'sbalorditivo' regalo?", chiese Baldassarre.
Ziba percepì il sarcasmo della domanda.
"Non ancora", disse poi, "anche se l'oro è una scelta a dir poco abbagliante, devo dire."
La sera seguente Ziba parlò con Melchiorre. "Qual'è il tuo omaggio per il re?", chiese Ziba.
"Sapevo fin da subito cosa portare," rispose Melchiorre, "La mia città natale è famosa per la produzione di incenso. Gli Ebrei utilizzano spesso questo eccezionale prodotto. Lo bruciano, come saprai, all'interno del loro tempio. Mentre i sacerdoti parlano, il fumo dell'incenso si alza come le preghiere s'innalzano fino al cielo. Il re dei Giudei sarà sicuramente il loro sacerdote più sommo. "
"Davvero appropriato", disse Ziba. "Significativo, e poi che bella idea quella di pensare ad un prodotto locale". La terza sera del viaggio, Ziba andò da Gaspare per domandare anche a lui che cosa avesse scelto come regalo. Gaspare sorrise. "Se questo re realizzerà i sogni di questa gente, allora dovrà essere un guaritore", disse. "Gli porterò della mirra, nota per avere dei poteri curativi. Inoltre la metterò in un vaso di alabastro... So che è soltanto la confezione, ma sai com'è... dà un tocco in più!" Poi continuò:"Temevo che tu potessi avere la mia stessa idea, conoscendo la tua passione per certe cose. Sono sollevato che non sia così. Perciò dimmi, che regalo hai scelto?". Ziba si morse il labbro inferiore. "Io... ci sto ancora pensando", disse, "temevo di poter scegliere il tuo stesso regalo ma sono certo che l'ispirazione arriverà". Ma anche se il viaggio durò parecchi giorni, Ziba non riuscì a pensare a nessun regalo che fosse all'altezza. Dopo parecchi kilometri, gli uomini raggiunsero Betlemme. La stella che avevano visto ad Est brillava su una piccola casa a poche centinaia di metri di distanza. Quando si avvicinarono, sentirono l'inconfondibile pianto di un neonato. "E' lì", disse Baldassarre, "Devo portargli l'oro". Smontò dal cammello e cominciò ad aprire una delle sue bisacce. "L'incenso è arrivato integro."disse Melchiorre.
"Presenterò questo bel vaso con la mirra avvolto in un panno di raffinato lino. Credo proprio che sia grazie alla cura con cui si impacchettano i doni che si dimostra il proprio interesse." disse Gaspare.
"E tu, Ziba?" "Sono desolato" disse il quarto re magio. "Non ho ancora un dono. Lasciatemi qui fuori, andrò a prendere l'acqua per i cammelli."
Ziba osservò i suoi tre compagni di viaggio entrare in casa. Poi trovò un secchio e lo calò nel pozzo. Quando lo sollevò vide il riflesso della stella che avevano seguito fin lì.
"Ooooh!" sospirò. "Riflessa nell'acqua è ancora più bella, più luminosa, più scintillante! E pensare che una stella così grande possa entrare in questo secchio arrugginito."
Poi, senza pensare, corse dentro la casa, portando con sé il secchio. "Ho pensato che il bambino volesse vedere la stella che Dio ha posto in cielo per lui," disse. Poi si fermò. "Ma non è che un riflesso, che sciocco che sono." La madre del bambino sorrise. Portò il bambino davanti al secchio. Poi Ziba assisté ad un miracolo: la stella era ancora lì, e portava al bambino lo scintillio del cielo."


Addio, Gemma! Ora sei una stella che brilla nel cielo. Per favore, pensami anche da lassù e proteggi i tuoi cari! Ricordati di tutti noi quando canterai con gli angeli!


 ...ricordate il post che ho scritto il giorno del mio diciannovesimo compleanno, ormai tre mesi fa?...
Ad un certo punto, menzionavo l'esperienza di una veglia pre-natalizia e dicevo che i catechisti, durante quell'incontro, avevano insegnato a noi ragazzi una canzone stupenda, "della quale ricordo ancora a memoria ogni parola". Ogni singola parola.
Qui sotto la riporto:

17 dicembre 2014

Kierkegaard: l'esistenza come possibilità e fede


 Devo ammettere che finora la mia vita da giovane universitaria procede abbastanza bene... La mia mente è già piena di nozioni e memorizza piuttosto facilmente gli argomenti che studia.
 ...Quando mi sono iscritta a Lettere, ero consapevole del fatto che avrei dovuto affrontare soprattutto discipline come letteratura, linguistica, storia, storia dell'arte e geografia ma... a volte sento la mancanza dei filosofi, o, più in generale, della filosofia... (Scienze Filosofiche sarebbe stata comunque la mia seconda scelta accademica!). E' vero che i letterati e gli artisti sono in grado di esprimere una "filosofia di vita" attraverso le loro opere, ma io non potrò mai dimenticare le teorie particolarmente profonde e interessanti di alcuni filosofi che ho studiato al liceo. Ricordo molto bene Kierkegaard, per esempio. In questo post cercherò di descrivere alcuni aspetti del suo pensiero come meglio potrò.


NOTE BIOGRAFICHE:

 Soren Kierkegaard, figlio di un pastore protestante, era nato in Danimarca nei primi anni del XIX secolo. Era cresciuto in un clima di austera religiosità e viveva un rapporto conflittuale con il padre, il quale si era macchiato di una colpa terribile: in passato aveva instaurato una relazione con la domestica, divenuta poi la sua seconda moglie, proprio mentre la prima moglie era in punto di morte.
Questo grave errore del padre aveva influenzato gran parte delle scelte di vita di Soren, pervaso, sin da ragazzo, da un'angoscia soffocante, da un dolore lacerante e da una forte insoddisfazione (aveva interrotto il fidanzamento con Regina Olsen, perché pensava che la colpa del padre potesse gravare anche sul destino di lei).
Nonostante la sua laurea in Teologia all'Università di Copenhagen, aveva deciso di non intraprendere la carriera religiosa in modo tale da poter dedicare la propria esistenza alla scrittura, pubblicando i suoi libri sotto diversi pseudonimi (motivo per cui, fino agli anni Venti del Novecento, le sue opere erano sconosciute). Anno di morte: 1855.


ANGOSCIA E POSSIBILITA':

Innanzitutto, è utile considerare il fatto che Kierkegaard riconduce la comprensione dell'intera esistenza umana alla categoria delle possibilità, mettendo in luce l'aspetto negativo e doloroso di ogni possibilità.
L'angoscia in Kierkegaard è paura del nulla, dal momento che ogni possibilità implica la minaccia del nulla. L'essere umano è dunque privo di certezze. Nel suo saggio "Il concetto dell'angoscia", egli afferma che se l'uomo fosse un angelo o una bestia, non conoscerebbe l'angoscia, dal momento che questa è strettamente legata alla condizione umana e quindi assente negli stadi prossimi alla bestialità e all'a-spiritualità. Se l'uomo fosse un angelo, sarebbe troppo felice per provare angoscia e disperazione; se invece fosse una bestia, sarebbe troppo corrotto per poter provare dei sensi di colpa. Kierkegaard si accorge con dolore di non poter attuare se stesso in un'unica possibilità, in un'unica scelta. Dunque l'essere umano è continuamente chiamato a scegliere, senza validi punti di riferimento.
Ultimamente, quando penso a questa interessante intuizione e al fatto che tutti noi umani dobbiamo compiere quotidianamente delle scelte, mi viene sempre in mente un'opera artistica creata dal pittore svizzero Paul Klee, attivo negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, intitolata "Strada maestra e
Klee, "Strada maestra e strade secondarie", olio su tela, 1929.
strade secondarie". Questo dipinto è costituito da vivaci tessere cromatiche che si estendono lungo la superficie. Alcuni credono che queste toppe cromatiche formino una sorta di strato geologico; ma a me fanno pensare più che altro a delle tessere di un mosaico. Lo so, è un parallelismo molto strano con le ideologie di Kierkegaard, ma d'altra parte, io ritengo che dichiarare in campo filosofico che la nostra vita è fatta di scelte, significhi in qualche modo paragonare l'esistenza a un mosaico costituito da tessere di vario colore e di varie dimensioni. 
 Le tessere naturalmente, rappresenterebbero le scelte compiute nel cammino della vita, diverse l'una dall'altra.


L'"AUT-AUT" E GLI STADI DELL'ESISTENZA:

"Aut-aut", in danese "Enten-Eller", è un saggio che rappresenta tre stadi di vita: estetico, morale e religioso.

Lo stadio estetico è uno stile di vita proprio di chi "esiste nell'attimo", di chi odia la monotonia e ricerca costantemente il piacere, come il personaggio del Don Giovanni di Mozart. Il godimento di Don Giovanni sta nell'appagamento intenso del piacere (soprattutto di quello sessuale). Però, questo stato di vita conduce alla noia e all'infelicità: la giovinezza passa in fretta e nessuno ha il potere di fermare il presente, che sfugge di continuo ai nostri occhi.

Lo stadio etico, invece, è rappresentato dalla figura di Guglielmo, marito, padre e impiegato. Egli vive in maniera sobria, coltivando la sua tenera dedizione alla moglie e ai figli. Il matrimonio dunque, è la tipica espressione dell'eticità. Tuttavia la persona etica è soggetta al pentimento e al senso di colpa, dal momento che non può rinunciare a nessun evento che fa parte della sua storia personale, nemmeno agli avvenimenti più dolorosi, che comportano angoscia e peccato (talvolta la persona etica compie il male che non vorrebbe compiere).

Lo stadio religioso riguarda invece la relazione tra l'uomo e Dio. Anzi, precisamente, lo stadio religioso è la relazione con Dio, che è altro da sé.
Nel rapporto con Dio, l'uomo dà voce alla propria angoscia, coltivando la speranza di potersi riscattare moralmente. Nella vita di fede si torna a gustare pienamente l’attimo fuggente della realtà, perché solidamente ancorata al suo Creatore, e l’essere umano diviene capace di compiere azioni morali, perché sostenuto dalla grazia di Cristo.





Per concludere, vorrei riportare un pensiero del filosofo che mi incuriosisce molto e che mia ha anche un po' spiazzata: egli infatti sostiene che la frase rivelatrice più di ogni altra dell'umanità di Cristo è "Ciò che tu fai, affrettalo!", indirizzata a Giuda, il discepolo traditore, e non, come pensiamo noi cattolici "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". 

9 dicembre 2014

Petrarca e Alfieri: l'inquietudine che pervade l'animo umano


 Nel mese di ottobre, mi è capitata una cosa che non avrei mai potuto prevedere: mi sono trasferita dall'Università di Brescia all'Ateneo di Verona... per diversi motivi che non ritengo opportuno elencare... 

Finora sono molto soddisfatta di questo cambio repentino, dal momento che l'Università veronese mi ha offerto, mediante un'interessante conferenza tenuta da un amico del mio docente di letteratura italiana, l'opportunità di riflettere sulla tematica del dissidio interiore e del tedio in letteratura. Sono dunque riuscita a stabilire un'analogia tra Francesco Petrarca e Vittorio Alfieri, due grandi letterati italiani vissuti in epoche diverse (il primo nel Trecento, il secondo nel Settecento). 

Francesco Petrarca


"Pace non trovo, et non ò da far guerra;
et temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
et volo sopra 'l cielo, et giaccio in terra;
et nulla stringo, et tutto 'l mondo abbraccio.

Tal m'a' in pregion, che non m'apre nè serra,
nè per suo mi riten nè scioglie il laccio;
et non m'ancide Amore, et non mi sferra,
nè mi vuol vivo, nè mi trae d'impaccio.

Veggio senza occhi, et non ò lingua, et grido;
et bramo di perir, et cheggio aita;
et ò in odio me stesso, et amo altrui.

Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte et vita:
in questo stato son, donna, per voi."

(F. Petrarca, Canzoniere, sonetto CXXXIV)




In questo celebre sonetto viene affrontata la tematica della sofferenza d'amore che non fa trovare pace al poeta. Il componimento presenta innanzitutto una disposizione equilibrata e armonica delle parole all'interno dei versi: già nel primo verso infatti, è possibile rilevare l'antitesi "pace/guerra", i cui termini vengono posti agli estremi del verso. E' possibile rilevare la regolarità della disposizione delle parole anche in versi come:"et volo sopra il cielo, et giaccio in terra", "et nulla stringo, et tutto 'l mondo abbraccio", "et non m'ancide (uccide) Amore, et non mi sferra (non mi libera dalle catene)". Si contano circa quindici antitesi all'interno del sonetto, nella maggior parte dei casi, formate da due termini coordinati ma concettualmente opposti "et temo et spero".
Certamente questa poesia è famosa per i suoi numerosi artifici linguistici, ma, nonostante ciò, riesce a esprimere con chiarezza l'angoscia del poeta, tormentato da un folle sentimento di passione amorosa per Laura. D'altra parte, la frequenza della congiunzione "et" conferisce al testo una sorta di "pathos", di tensione febbrile che prefigura alla condizione di un forte conflitto interiore.

Vittorio Alfieri

Ed è proprio dal punto di vista tematico che il presente componimento di Petrarca è abbastanza simile ad una poesia scritta da Alfieri negli ultimi anni della sua vita:

 
"Sperar, temere, rimembrar, dolersi;
sempre bramar, non appagarsi mai;
dietro al ben falso sospirare assai,
né il ver (che ognun ha in sè) giammai godersi;
Spesso da più, talor da men tenersi;
ne appien conoscer sè che in braccio a' guai ;
e, giunto all'orlo del sepolcro omai,
della mal spesa vita ravvedersi;
Tal, credo, è l'uomo, o tale almen son io:
Benché il core in ricchezze o in vili onori
non ponga, e Gloria e Amore a me sien Dio.
L'un mi fa di me stesso viver fuori:
dell' altra in me ritrammi il bel desio:
Nulla ho d'ambi finor che i lor furori.


(Vittorio Alfieri, "Rime"- dalla parte prima)


 Il sonetto presenta tre elementi autobiografici: l'irrequietezza, l'Amore inappagabile e un desiderio frustrato di gloria. Anche Alfieri desiderava raggiungere la gloria letteraria e soffriva per non essere compreso dai suoi contemporanei. Il primo verso presenta quattro verbi che esprimono azioni e sentimenti completamente diversi l'uno dall'altro. Infatti, la struttura del sonetto è organizzata secondo uno schema di contrapposizioni. 
 Alfieri qui vuole evidenziare la contraddittorietà dell'uomo, che vive in uno stato di perpetua inquietudine "sempre bramar, non appagarsi mai"/ "spesso da più, talor da men tenersi" (stimarsi spesso un uomo dalle virtù superiori, talvolta credersi mediocre), che vuole tutto e contemporaneamente anche il suo contrario.
Nella prima terzina il poeta sembra cercare un riscatto per la propria dignità, affermando di adorare soltanto gli ideali della gloria e dell'amore, ma, nonostante questa orgogliosa dichiarazione, negli ultimi due versi egli sostiene di essere in preda ad un'esistenza fatta di furore, di angoscia, di tormento.

Dunque, il tormento di Petrarca deriva da una furente passione per Laura, il conflitto interiore di Alfieri scaturisce non soltanto dalle delusioni inerenti all'ambito della sua carriera letteraria ma anche dalla convinzione che la vita (perlomeno la sua) sia inquietudine e che l'animo umano presenti molti aspetti incongrui e contraddittori.


2 dicembre 2014

"Mai senza mia figlia": la tenacia di una donna che riesce a fuggire da uno stato oppressivo e da un marito violento


"Mai senza mia figlia" è un film che racconta la storia di Betty, una giovane americana moglie di Moody, un medico di origini iraniane che vive negli Stati Uniti da diversi anni. La loro figlia Mathob, una tenera bambina di cinque anni, cresce felice e serena con loro.

Un giorno però, la sorella di Moody esige, con una telefonata, di conoscere Betty e Mathob e invita la famiglia in Iran per due settimane. Betty, molto spaventata dal clima di rivoluzione che vige in Iran con la salita al potere di Khomeini e dalla forte ostilità nei confronti degli americani, manifesta le sue perplessità al marito e gli confida i suoi timori relativi anche alle tradizioni iraniane, che lei considera arretrate. Per rassicurarla, Moody giura sul Corano di proteggerla dai pericoli.

La famiglia viene accolta calorosamente dai numerosi parenti di Moody.
Tuttavia, la preoccupazione di Betty si accentua, non soltanto per il fatto che riesce con molta difficoltà a comunicare con la famiglia, ma anche perché la obbligano a portare il chador (velo indossato dalle donne iraniane) sebbene sia un'americana e la costringono a passare accanto ad un agnello ucciso in segno di buon auspicio. La donna si accorge molto presto che la famiglia di origine del marito è fervidamente musulmana, caratterizzata da una mentalità molto rigida e piena di astio verso le ideologie americane.
Giorno dopo giorno infatti, Moody viene sempre più coinvolto nel seguire il loro stile di vita e così riacquisisce vecchie abitudini. Per di più, inizia a cambiare atteggiamento verso Betty: da marito dolce e premuroso diviene un coniuge duro, autoritario, irascibile; al punto tale da imporre alla moglie e alla figlia la sua decisione di rimanere in Iran per sempre.
Betty cerca di ribellarsi e di uscire da sola di casa per poter contattare qualcuno che l'aiuti a fuggire dall'Iran con la figlia, ma quando i cognati la scoprono aprire la porta di ingresso o alzare la cornetta del telefono, riferiscono tutto a Moody, suscitando litigi violenti tra i due.
...Nel corso del film, non mancano le occasioni in cui Moody picchia la moglie di fronte alla figlia...
 La protagonista subisce violenze, angherie, umiliazioni, minacce di morte da parte del marito; ogni sua mossa viene continuamente controllata dalle cognate. Tutti esigono che lei si adatti alla vita di moglie sottomessa al volere del marito.
Moody inoltre iscrive la figlia ad una scuola islamica, ovviamente senza consultare la moglie. Ma la bambina frequenta la scuola malvolentieri, reagisce con urla e crisi di pianto, motivi per cui Moody diviene violento anche con lei.
Inoltre, più di una volta egli sottrae a Betty la figlia, impedendole di vederla per alcuni periodi.


Betty e Mathob continuano a condurre questa vita oppressiva per molti mesi, fino al giorno in cui la giovane americana riceve una telefonata da parte della madre, rimasta sola negli Stati Uniti, con un marito malato di tumore.
Betty informa il marito delle pessime condizioni di salute in cui versa suo padre. Egli allora le chiede di partire per gli Stati Uniti, ma la obbliga a lasciare Mathob in Iran e a liquidare tutti i loro beni in America. Naturalmente, Betty non vuole lasciare sua figlia nelle mani di un uomo manesco anche perché teme di non rivederla più.

Pochi giorni prima della partenza, Betty riesce a contattare una donna iraniana che le indica i modi più convenienti per poter raggiungere l'Ambasciata Americana. Con lei infatti progetta un piano per fuggire di nascosto con la figlia.
Aiutate anche da alcuni uomini, Betty e la figlia partono dall'Iran e iniziano un viaggio molto lungo, travagliato, contrassegnato dalla costante paura di venire scoperte: percorrono stretti sentieri di montagna a cavallo, attraversano una grande pianura del Kurdistan sotto una tempesta di sabbia, riescono ad evitare i controlli militari alle frontiere...
...fino al punto in cui giungono in Turchia, ad Ankara, dove scorgono la bandiera degli Stati Uniti.

Questo film racconta una storia vera, accaduta a metà degli anni Ottanta.

Betty e Mathob sono ritornate a casa sane e salve e ora vivono negli Stati Uniti.
Betty ha scritto un libro intitolato proprio come il film "Mai senza mia figlia" ed è divenuta presidente dell'associazione "One World For Children", un'organizzazione che si impegna ad offrire sicurezza e protezione ai bambini nati da genitori di nazionalità differente.

Il film mette in evidenza la grande tenacia di una donna che si è rifiutata di condurre una vita da moglie-schiava ed è riuscita a mettere in atto i suoi progetti di fuga, pur correndo il rischio di venire giustiziata, se scoperta.
E' una storia che, dopo innumerevoli travagli, finisce bene. E' un dramma che permette allo spettatore di riflettere sulle notevoli differenze che intercorrono tra due culture profondamente diverse: quella occidentale e quella islamica.
Inoltre, bisogna anche mettere in evidenza che la società iraniana di quel tempo, con le sue rigide norme e le sue profonde disuguaglianze, esercita una forte influenza verso Moody, il quale sembra cambiare personalità nel giro di pochissime settimane.

Concludo la riflessione sul film aggiungendo un altro mio pensiero, triste ma realistico.

"Certamente, in molti paesi del mondo  viene calpestata la dignità delle donne, considerate e trattate come "esseri inferiori". In particolare, in alcuni paesi,esse sono oppresse dalla mentalità perversa dei fondamentalisti. Conviene non dimenticare però che, anche nei paesi occidentali, 
la figura della donna non è sempre rispettata, dal momento che sia gli spot pubblicitari, sia 
certi demenziali show televisivi, la presentano soltanto come "una stimolatrice di desideri sessuali maschili".
Intendo affermare che spesso i mezzi di comunicazione (la televisione per prima) non valorizzano le risorse morali e intellettuali femminili... Non penso di essere una "moralista bacchettona"; sono soltanto una ragazza infastidita e arrabbiata con una società che valorizza troppo "l'immagine", che dunque è fatta di molta apparenza e di poca sostanza. Le ragazze, le donne (e anche i ragazzi e gli uomini, perché negli ultimi anni la televisione sfrutta in modo grossolano anche la loro fisicità) non dovrebbero essere considerati "oggetti", non dovrebbero essere amati soltanto per le loro forme fisiche... in effetti l'essere umano è anche dotato di cuore e cervello, dunque, di talenti e di qualità interiori che dovrebbero emergere. 
Sinceramente, quanto vorrei che sui canali televisivi comparissero programmi atti a stimolare i talenti artistici, letterari e scientifici dei ragazzi e delle ragazze italiane!
 Anziché proporre troppo spesso manifesti pubblicitari e programmi dissacranti nei confronti della corporeità, la televisione dovrebbe organizzare, (molto più frequentemente) interviste ai giovani che dimostrano notevoli talenti intellettuali..."
(Lo so, quello che ho scritto in questo paragrafo era parzialmente pertinente con la recensione del film; ma ho comunque colto una discreta occasione per aggiungere un'opinione che coltivo da molto tempo).






25 novembre 2014

"Colpa delle stelle": la forza di sorridere nel dolore e nella malattia


"Nel tardo inverno dei miei sedici anni mia madre ha deciso che ero depressa, presumibilmente perché non uscivo molto di casa, passavo un sacco di tempo a letto, rileggevo infinite volte lo stesso libro, mangiavo molto poco e dedicavo parecchio del mio abbondante tempo libero a pensare alla morte"-
 Il romanzo di John Green inizia con questi pensieri formulati da Hazel Grace Lancaster, una ragazza affetta da una grave forma tumorale.
All'età di tredici anni infatti, le era stato diagnosticato un cancro alla tiroide in fase IV, che si era poi espanso ai polmoni e che, più di una volta l'aveva portata quasi in punto di morte a causa di violente crisi respiratorie.
Tuttavia Hazel continua a vivere sia grazie al BiPap, una macchina che le permette di respirare, sia grazie anche al Phalanxifor, una medicina dotata di una molecola che rallenta la crescita delle cellule cancerogene. Il suo tumore però è incurabile.
La madre di Hazel, accorgendosi del grande dolore (fisico e psicologico) della figlia, la sollecita a frequentare un gruppo di supporto. Proprio in quell'occasione, la ragazza conosce Augustus Waters (Gus per gli amici), diciottenne sorridente, vivace, ironico. Gus è sopravvissuto ad un osteosarcoma ed ha una protesi al posto della gamba destra. Hazel lo trova attraente. Augustus, a sua volta affascinato da Hazel e desideroso di conoscerla bene, la invita a casa sua al termine di una riunione del gruppo di supporto.
"-Raccontami di te" mi ha detto, sedendosi accanto a me a distanza di sicurezza. 
-"Ti ho già detto che mi hanno diagnosticato..." 
-"No, non il tuo cancro. Raccontami di te. Interessi, hobby, passioni, feticci strani e via dicendo" 
-"Mmm" ho detto. 
-"Non dirmi che sei una di quelle persone che diventano la loro malattia. Conosco tanta gente di quel tipo. E' sconfortante. Come se il cancro fosse la cosa che conta. La cosa che conta più delle persone. Ma certo tu non hai lasciato che vincesse prematuramente lui, giusto?"- 
Nonostante la perdita della gamba, Augustus Waters è un ragazzo dotato di una straordinaria forza d'animo, dal momento che desidera "afferrare la bellezza della vita", cogliere le gioie dell'amore e vivere con intensità ogni attimo presente. 
Però è comprensibile anche il fatto che Hazel, come suppone Gus, sia "diventata la sua malattia". Nei primi capitoli, il libro mette in evidenza lo sconforto e il cupo pessimismo della giovane, lacerata dall'angoscia, chiusa nel suo enorme dolore causato della consapevolezza di essere affetta da una gravissima malattia che la porterà presto alla morte. E' molto difficile accettare di dover morire a soli sedici anni. Sedici anni... L'età in cui si sogna anche ad occhi aperti, l'età in cui si continua a pensare con trepidazione al proprio avvenire... I sedici anni sono la primavera della vita.


Con il passare dei giorni, il rapporto di amicizia tra i due ragazzi diviene un amore forte, sincero, fatto di lacrime e sorrisi.
Hazel e Augustus rimangono suggestionati da un libro intitolato "Un'imperiale afflizione", scritto da Peter Van Houten, autore di origini americane ma residente in Olanda.
Con il permesso dei medici, accompagnati dalla madre di Hazel, i due ragazzi salgono su un aereo diretto ad Amsterdam, allo scopo di incontrare Van Houten, in modo tale da porgli alcune domande sulla parte finale del libro, che entrambi trovano strana e spiazzante.
Van Houten si rivela però un uomo malvagio, insensibile e sopraffatto da seri problemi di alcolismo. Egli addirittura inveisce contro Hazel, dicendole: "Mi dispiace di non poter appagare i suoi capricci infantili, ma mi rifiuto di compatirla nella maniera in cui lei è evidentemente ben abituata. (...) Come tutti i bambini ammalati dice che non vuole commiserazione, ma la sua esistenza stessa ne dipende. I bambini ammalati inevitabilmente si bloccano: siete destinati a vivere tutti i vostri giorni come se foste ancora il bambino a cui è stata fatta la diagnosi, il bambino che crede che ci sia una vita dopo che un romanzo finisce. E noi, come adulti, proviamo commiserazione per questo, così paghiamo per le vostre cure, per le vostre macchine dell'ossigeno. Vi diamo cibo e acqua anche se è improbabile che viviate abbastanza da...  Siete un effetto collaterale di un processo evolutivo che si cura ben poco delle vite degli individui. Siete un esperimento fallito nella mutazione."
Ero molto indignata quando ho letto queste righe. Ma John Green, nell'attribuire queste parole cattive a Van Houten, si è per caso ispirato ad un passo del "Mein Kampf "di Hilter? Soprattutto le ultime parole "esperimento fallito nella mutazione", in qualche modo mi ricordavano le teorie espresse in quell'odioso libro. Sia secondo Van Houten, sia secondo Hilter, i malati sono totalmente inutili e dannosi per la società... Tra l'altro, Van Houten ha la faccia tosta di dire queste cattiverie ad una ragazza giovane e malata, dimostrando dunque di non avere il benché minimo rispetto verso la vita di Hazel; una vita rovinata certamente dal cancro ma comunque degna di essere vissuta fino alla fine.
Le persone come Hazel non sono "esperimenti falliti nella mutazione", sono solamente vittime di un'atroce disgrazia che è piombata prepotentemente e inaspettatamente nelle loro vite.

Molto positiva risulta invece la figura di Lidewij, l'assistente di Van Houten, sconvolta dalle parole che l'autore rivolge ai due giovani visitatori. Lidewij farà poi visitare ai due ragazzi la casa di Anne Frank.

Il racconto diviene ancora più tragico nel momento in cui Augustus rivela ad Hazel di aver avuto una ricaduta: "Mi sono acceso come un albero di Natale, Hazel Grace. Lungo tutto il torace, l'anca sinistra, il fegato... dappertutto" ... e le lacrime di Hazel sono diventate anche le mie, lo ammetto candidamente e non me ne vergogno.
E' inconcepibile che un ragazzo profondamente "attaccato alla vita" (tanto per citare Ungaretti), muoia in quel modo...
...Augustus... come una folata di vento trasporta con sé le foglie che in autunno cadono dagli alberi, la morte si è portata via il suo simpatico "sorriso sbilenco", la sua schiettezza, la sua gran voglia di scherzare, la sua maturità, il suo sapiente "carpe diem"... (la morte in certi casi è davvero una ladra ingiusta e impietosa!!)
Nel corso del libro (e del film), la salute del ragazzo degenera rapidamente. 

Sabato 22 novembre sono andata a vedere il film di questo romanzo, anche se non avevo ancora terminato la lettura del libro... però ero arrivata ai 2/3 circa del romanzo, ovvero, al punto in cui Augustus è giunto nella fase terminale della malattia: quando mangia pochissimo, vomita quel poco che mangia e sta quasi sempre sdraiato sul divano. Quindi il film non mi ha rovinato il finale, perché in ogni caso quello era un finale molto facile da intuire.
Ho apprezzato moltissimo sia i genitori di Hazel che i genitori di Augustus, dal momento che nel corso della vicenda si dimostrano sempre molto premurosi e attenti alle necessità dei loro figli.


John Green sa scrivere con uno stile semplice ed efficace; che tocca le corde più profonde dell'anima, che a tratti fa sorridere (mi riferisco in particolare alle spiritose trovate di Gus), a tratti fa piangere, a tratti fa divertire, a tratti fa riflettere.


21 novembre 2014

"La tigre e la neve": storia di un amore autentico


 "La tigre e la neve" è un celebre film uscito qualche anno fa nelle sale cinematografiche. Di tanto in tanto viene trasmesso su alcuni canali televisivi. 
E' una storia avvincente, coinvolgente e...poetica!
Il ruolo di personaggio-protagonista è stato assegnato a Roberto Benigni, attore brillante che è sempre stato capace di esercitare un particolare fascino presso una buona parte degli spettatori italiani.
 
La vicenda è ambientata a Roma nel 2003 e il protagonista è Attilio De Giovanni, docente universitario di letteratura italiana e grande amante della poesia.
E' ammirevole il modo in cui Attilio cerca di trasmettere ai suoi studenti la passione per la poesia e l'amore per la vita: "Non v'affrettate, eh! Poi non scrivete subito poesie d'amore, che sono le più difficili! Aspettate almeno almeno un'ottantina d'anni eh... Scrivetele intanto su un altro argomento, che ne so su... su... il mare, il vento, un termosifone, un tram in ritardo, ecco(...) Avete capito? La poesia non è fuori, è dentro! Cos'è la poesia? Non chiedermelo più, guardati nello specchio: la poesia sei tu! E" vestitele" bene le poesie! Cercate bene le parole! Dovete sceglierle! A volte ci vogliono 8 mesi per trovare una parola! Sceglietele, che la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere! (...)
Innamoratevi! Se non vi innamorate è tutto morto! Morto, tutto è... Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo, si muove tutto, dilapidate la gioia! Sperperate l'allegria! (...) Fate soffiare in faccia alla gente la felicità!"

Attilio però è divorziato da alcuni anni e, ogni notte sogna di risposarsi con la sua ex-moglie Vittoria, (di professione giornalista), ferita a causa di un forte sentimento di amicizia che, alcuni anni prima, era sorto tra Attilio e un'altra docente universitaria. Un'amicizia che lei aveva scambiato per un tradimento. Per riconquistarla, Attilio la segue ovunque, cerca di parlarle, la invita a cena... ma lei lo evita.

Una mattina, dopo aver terminato una lezione all'università, Attilio incontra un suo vecchio amico di gioventù, il poeta Fuad di origini irachene, propenso a tornare in Iraq sebbene sia consapevole del fatto che nel suo paese natale è appena scoppiata una sanguinosa guerra civile. Vittoria, incaricata di scrivere la biografia di Fuad, decide di accompagnarlo a Baghdad. Pochi giorni dopo il suo arrivo in Iraq, a causa di un bombardamento, Vittoria rimane ferita gravemente alla testa e il poeta iracheno avvisa Attilio con una telefonata, informandolo delle gravissime condizioni di salute della moglie. Attilio decide allora di partire per l'Iraq.
Una volta giunto all'ospedale di Baghdad, si rende subito conto del fatto che non ci sono 
strutture adatte per curare l'edema cerebrale della sua ex-moglie, che rischia di perdere la vita.
Fuad però, lo accompagna da un anziano farmacista che intuisce sia la gravità della situazione sia l'amore sincero che il docente universitario prova per Vittoria.
"Se muore lei possono anche smontare, portare via, schiodare tutto, arrotolare tutto il cielo e caricarlo su un camion col rimorchio, possono spegnere questa luce bellissima del sole che mi piace tanto... ma tanto... lo sai perché mi piace tanto? Perché mi piace lei illuminata dalla luce del sole, tanto... "

L'anziano farmacista prepara un rimedio in modo tale da salvare Vittoria dalla morte. In seguito, il nostro protagonista si reca da Vittoria per somministrarle il farmaco. Il prodotto dell'anziano farmacista riesce a mantenere in vita Vittoria ma non la fa uscire dal coma.
Attilio, determinato e tenace, vuole però trovare un'altra medicina che sia in grado di guarire completamente l'edema cerebrale della moglie; ma, nel cercarla, si scontra inevitabilmente con le difficoltà di un paese povero, pervaso da un clima di terrore e di sospetto: infatti, a un posto di blocco viene fermato da alcuni militari statunitensi che vorrebbero ucciderlo, ma che poi, ascoltando con attenzione i suoi bei discorsi relativi alla letteratura e alla poesia, lo lasciano libero.
Dopo una serie di travagliate avventure riesce a trovare i medicinali necessari da portare ai medici dell'ospedale.

Nel frattempo, l'amico Fuad, profondamente addolorato a causa della violenza provocata dalla guerra civile, si uccide. La sera precedente al suicidio, il poeta iracheno aveva confidato ad Attilio la sua angoscia e i suoi pensieri negativi sulla natura umana. In particolare, due frasi mi hanno fatta rabbrividire:
"Il mondo è iniziato senza l'uomo e senza l'uomo finirà. Dopo di noi Attilio c'è il nulla, nemmeno il nulla che già sarebbe qualcosa."- soltanto una persona terribilmente depressa potrebbe formulare teorie così amare...
Nella stessa mattina in cui Attilio scopre che Fuad si è suicidato, Vittoria esce dal coma. Attilio non riuscirà a incontrarla all'ospedale di Baghdad, dal momento che verrà arrestato da alcuni militari.
Ma dopo diversi giorni di prigionia viene liberato e ritorna all'ospedale di Baghdad dove i medici gli dicono che Vittoria è guarita ed è ritornata in Italia.
Felicissimo, Attilio ritorna a Roma. Proprio a casa incontra la sua ex-moglie. Stavolta però, invece di fuggire, Vittoria gli racconta ciò che le è accaduto a Baghdad.
Attilio non rivela all' ex-moglie di essere stato il responsabile della sua miracolosa guarigione, ma un dettaglio (il fatto che egli indossi la sua collana), rivela a Vittoria la vera identità del "prodigioso medico italiano" che l'ha salvata. Mentre Attilio esce di casa, Vittoria lo ammira con uno sguardo commosso e sorridente.


COME SI SPIEGA LO STRANISSIMO TITOLO DEL FILM?:

Il titolo "La tigre e la neve" permette agli spettatori di focalizzare l'attenzione su una promessa che Vittoria fa ad Attilio in una delle scene iniziali del film, anzi, più che una promessa, una presa in giro che la donna rivolge al suo ex-marito: "Ritornerò a vivere con te solo quando vedrò una tigre attraversare una strada innevata." Ma proprio nello stesso giorno in cui Attilio ritorna a Roma, molti animali fuggono dallo zoo della città e occupano le strade. Poco prima di incontrare Attilio a casa, mentre sta guidando, Vittoria scorge una tigre che attraversa una strada sulla quale continuano a cadere dai pioppi molti pollini primaverili, bianchi come la neve.

Io lo ritengo un film ben riuscito: a tratti drammatico, a tratti avventuroso e a tratti persino comico: Benigni, attore formidabile e anche un po' mattacchione, interpreta benissimo il protagonista Attilio, il suo ottimismo, la sua folle passione per la vita, la sua ironia... Il protagonista del film è una figura indubbiamente positiva; è un uomo che sa amare per davvero, che è disposto a rischiare di mettere a repentaglio la propria vita allo scopo di salvare quella della donna che ama. Il cuore di Attilio è illuminato da un'ardente fiamma d'amore che lo rende gioioso, aperto, solare e affezionato alla vita.



14 novembre 2014

Il tempo e la saggezza



Credo di aver trovato un curioso parallelismo tematico tra un'ode oraziana e un brano del Vangelo di Luca... In questo post, vorrei proporre la spiegazione di entrambi i testi.


(Orazio, Carmina, II, 14) :

VERSIONE ORIGINALE IN LATINO: 

"Eheu fugaces, Postume, Postume, labuntur anni nec pietas moram rugis et instanti senectae adferet indomitaeque morti: non, si trecenis quotquot eunt dies, amice, places inlacrimabilem Plutona tauris, qui ter amplum Geryonen Tityonque tristi compescit unda, scilicet omnibus quicumque terrae munere vescimur enaviganda, sive reges sive inopes erimus coloni. Frustra cruento Marte carebimus fractisque rauci fluctibus Hadriae, frustra per autumnos nocentem corporibus metuemus Austrum: visendus ater flumine languido Cocytos errans et Danai genus infame damnatusque longi Sisyphus Aeolides laboris: linquenda tellus et domus et placens uxor, neque harum quas colis arborum te praeter invisas cupressos ulla brevem dominum sequetur: absumet heres Caecuba dignior servata centum clavibus et mero tinget pavimentum superbo, pontificum potiore cenis."

TRADUZIONE IN ITALIANO:  

" Ahimè fugaci, Postumo, Postumo, scorrono gli anni, né la pietà porta un indugio alle rughe, alla vecchiaia che incombe e alla morte inesorabile; neppure se tu, amico mio, placassi con trecento buoi per ogni giorno che passa Plutone, dio senza lacrime che rinserra nella triste palude Gerione tre volte grande, e Tizio con la triste onda, che tutti noi indubbiamente dovremo attraversare, sia che ci nutriamo dei frutti della terra, sia che siamo re sia che siamo umili coloni. Invano rimarremo lontani dal sanguinoso Marte e dai flutti infranti del rauco Adriatico, invano in autunno temeremo l'Austro che nuoce ai corpi. Noi dovremo vedere il nero Cocito che erra con lento corso e la stirpe maledetta di Danao e Sisifo, figlio di Eolo, condannato a un' eterna fatica. Noi dovremo lasciare la terra, la casa e la sposa amata: nessuna delle piante che coltivi, eccetto gli odiosi cipressi, ti seguirà per breve tempo. Un erede più degno berrà i vini Cecubi tenuti sotto cento chiavi e tingerà il pavimento con il vino superbo migliore di quello delle cene dei pontefici."



Il carme è indirizzato a Postumo, un conoscente di Orazio, uomo ricco e proprietario di una grande casa spaziosa circondata da molti campi coltivati e dotata di una buona cantina. Orazio imputa a Postumo di aver pianificato la propria felicità senza considerare l'inesorabile scorrere del tempo, il quale porta dapprima alla vecchiaia e poi alla morte. 
Il componimento inizia con una dolente esclamazione, "eheu", funzionale a creare un senso di rassegnazione.
 La morte prima o poi giunge per tutti. (in effetti Orazio utilizza l'espressione "indomitaeque morti", ovvero, "l'inevitabile morte" oppure "la morte che è impossibile domare".) In seguito, Orazio elenca alcune figure mitologiche, tra le quali Gerione, gigante dotato di tre teste sconfitto da Eracle in una delle fatiche di quest'ultimo, Tizio, altro gigante, tormentato da due avvoltoi che gli mordevano il fegato, le Danaidi, giovani donne condannate a riempire anfore senza fondo per aver ucciso i loro mariti e Sisifo, re di Corinto destinato per l'eternità a spingere sulla sommità di un monte un enorme masso che non appena era giunto alla vetta, rotolava di nuovo giù dalla montagna.
Nella parte finale, il poeta ammonisce Postumo: gli comunica infatti che la sua morte è certa e sicura e che dunque un giorno egli dovrà abbandonare i beni materiali di cui si sente padrone. Forse, in punto di morte, Postumo scoprirà con rammarico di aver vissuto non tanto per se stesso quanto piuttosto per un erede che usufruirà dei frutti del suo lavoro; e a tal proposito, l'immagine del pavimento sul quale scorre il "prezioso Cecubo" rovesciato dai commensali è molto significativa: Postumo teneva il Cecubo "sotto cento chiavi"; e ciò significa che lo conservava gelosamente, senza goderne appieno.

Il contenuto di quest'ode mi ha ricordato un brano che San Luca ha inserito nel suo Vangelo. Lo riporto qui sotto:

 

(Luca, 12, v.v.15-21):

  "(...) E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi raccontò loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: "Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non si arricchisce presso Dio".

In queste righe Gesù tocca il tema dell'inutilità dell'accumulo di beni.
E qui, vorrei scrivere le parti più importanti del commento dell'insigne teologo Padre Ermes Ronchi su questo brano:     
" Gesù ci ricorda che la vita dell'uomo è fragile, la sicurezza data dai beni è inconsistente, tutte le ricchezze di questo mondo non possono sfuggire alla morte. Una malattia improvvisa, un incidente e tutto va in fumo. (...) Un particolare colpisce in questo racconto: non c'è nessuno attorno all'uomo ricco, nessuno nella casa, nessuno nel cuore, non un volto, non un amico: la ricchezza crea un deserto di relazioni autentiche, le cose materiali soffocano gli affetti veri. (...) la felicità non può mai essere solitaria e ha a che fare con il dono. C'è una seduzione delle cose, forse sentiamo tutti il fascino di possedere di più, ma Gesù ci invita a voltarci da un'altra parte, a desiderare altro. "Stolto", dice all'uomo ricco, non perché cattivo ma perché poco intelligente. Prima che una valutazione etica è una considerazione sulla sapienza del vivere: l'uomo ricco ha investito sul prodotto sbagliato, sul denaro e non sull'amore. (...) Questa parabola è detta per ciascuno di noi. Gesù contesta i nostri miti ricorrenti: la ricchezza come sicurezza, la corsa al prodotto di moda, all'ultimo modello di cellulare. (...) Ma la tua vita non dipende da ciò che possiedi. Dipende dalla vita interiore, dalle persone accanto a te, da una sorgente che è Dio. (...) Gesù non disprezza i beni della terra, ma intende rispondere ad una domanda di felicità. (...) Quando Gesù dice: "Beati i poveri", vuol dire:"felici coloro che non svendono la propria dignità per un po' di denaro, che non vendono famiglia e affetti per il lavoro, che non rovinano la salute per una macchina più grande, per una casa più bella. (...) La povertà cristiana è rinunciare per avere più libertà e un rapporto intelligente con le cose, fatto di sobrietà e di solidarietà. (...) Gesù ci ricorda che la nostra vita è fragile e che nessuna sicurezza data dai beni ha consistenza. Per quanto accumuli, non puoi garantire né la tua vita né il tuo futuro. (...) nella povertà puoi essere ricco, nella fragilità puoi essere forte, perchè la tua vita è salda nelle mani di Dio. Un rapporto umile con il futuro: accoglierlo come un dono. Essere vivo domani non è un mio diritto, ma è un regalo (...)"

Infatti. Essere vivi non è un diritto, semmai è un regalo. La vita stessa è un dono da vivere con intensità, la ricchezza materiale non deve prendere il sopravvento sui nostri affetti...

7 novembre 2014

"Giorni e nuvole": la precarietà del presente e l'incertezza del futuro


"Giorni e nuvole" è un film del 2007.
L'ho visto più di una volta e l'ho apprezzato molto, innanzitutto perché delinea in modo scarno e realistico le difficoltà economiche di due coniugi che improvvisamente si trovano costretti a cambiare drasticamente il loro stile di vita e poi anche per il fatto che, tra le numerose difficoltà, entrambi trovano la forza di confidare nel loro profondo affetto reciproco.

Ecco la trama:
Elsa e Michele sono una coppia genovese molto colta, con circa vent'anni di matrimonio alle spalle e una figlia di nome Alice, la quale convive con il suo ragazzo ed è comproprietaria di un ristorante. Michele lavora come imprenditore in una ditta affermata e, grazie al suo cospicuo stipendio, la moglie Elsa ha potuto iscriversi all'Università per ottenere una laurea in storia dell'arte. Elsa inoltre lavora saltuariamente e gratuitamente come restauratrice per riportare alla luce un affresco dipinto sul soffitto di un' antica casa del centro di Genova.
La mattina dopo la festa di laurea, Michele rivela alla moglie di aver perso il lavoro alcuni mesi prima e di aver ormai poche migliaia di euro in banca. Elsa, sorpresa e dispiaciuta per il licenziamento del marito, inizia fin da subito a reagire di fronte alle difficoltà economiche: si reca sempre più raramente al restauro dell'affresco e trova un lavoro part-time dapprima in un call-center, poi come segretaria in un ufficio.
Michele invece, vive nella frustrazione più totale: continua a partecipare a colloqui di lavoro senza successo, stringe rapporti di amicizia con altri due disoccupati e si chiude in se stesso, sprofondando pian piano nella depressione.
I due coniugi inoltre, si trovano costretti dapprima a vendere la barca con la quale navigavano piacevolmente attraverso il mare durante le calde giornate estive e poi mettono in vendita anche la loro elegante casa in centro città per trasferirsi in uno squallido appartamento di periferia. Per entrambi risulta faticoso rinunciare agli agi e alle comodità; non senza malinconia infatti, la coppia rinuncia alle cene nei ristoranti, alla visione di commedie teatrali, al cinema e anche ai viaggi all'estero.
Soprattutto Michele fatica a modificare il suo stile di vita in base alle ristrettezze economiche: basti pensare all'episodio in cui, mentre egli cena per l'ultima volta in un lussuoso ristorante con la moglie e due amici, decide di pagare la cena a questi ultimi, suscitanto l'irritazione della moglie.
Il rapporto tra i due coniugi, durante il periodo di crisi, diventa piuttosto conflittuale: Michele appare spesso irritato, ombroso e pessimista, mentre Elsa coltiva un po' di risentimento verso il marito, dal momento che egli le ha rivelato troppo tardi di aver perso il lavoro.
Anche il rapporto con la figlia Alice è non è molto buono: infatti, Elsa e Michele non gradiscono Riki, il suo ragazzo. Per la loro figlia immaginavano infatti, come dice Michele a un certo punto: "qualcuno di più colto, e non certo un ragazzetto che ha interrotto gli studi e che lavora in un ristorante da quando ha sedici anni".

Un altro aspetto del film che mi ha colpita parecchio: Elsa e Michele cercano di mascherare il loro malessere e la loro preoccupazione: non ne parlano con nessuno dei loro amici, anzi, si vergognano persino di parlarne con la figlia, che però, dopo un po' di tempo intuisce che il padre ha perso il lavoro. Michele rifiuta addirittura la proposta di un aiuto economico da parte della figlia, angosciata per entrambi i genitori ma al contempo arrabbiata per i loro sotterfugi e le loro bugie.
Non sono mai riuscita a capire il motivo per cui alcune persone che vivono un periodo di serie difficoltà nascondono ai loro amici e a volte anche ai familiari le loro angoscie e il loro timore verso un futuro incerto e tendono dunque a "tenersi dentro tutto".
Ma così facendo, alimentano i loro dubbi, le loro paure e le loro sofferenze. Tacciono, forse per apparire forti e sicuri o perché faticano ad accettare la realtà in cui vivono oppure perché credono di riuscire a risolvere i loro gravi problemi con le loro sole forze ed energie, senza aver bisogno del sostegno di qualcuno...

Tuttavia, il finale del film è piuttosto confortante: Elsa si reca nel luogo del restauro e proprio qui incontra di nuovo uno dei suoi docenti universitari, intento ad ammirare l'affresco del soffitto, interamente restaurato.
La donna allora, si sdraia sul pavimento della stanza e contempla ogni piccolo particolare dell'opera che raffigura un'annunciazione: un angelo tiene in una mano un ramo di giglio e, con le ali spiegate, sta per atterrare di fronte alla Madonna, vestita di bianco e seduta su un trono dorato.
Elsa chiude gli occhi e pensa al marito, che improvvisamente compare sulla scena e si sdraia accanto a lei. Così entrambi iniziano a scambiarsi dubbi e intenzioni.
"... "Non voglio perderti, Elsa", "Ma se guardo avanti ultimamente vedo solo fatica, una fatica pazzesca." , "Dobbiamo ricominciare da qui. Mi inventerò qualcosa, partirò da zero ma senza di te no. Senza di te non vado da nessuna parte. (...)"



... E infine si stringono la mano e contemplano, in silenzio, l'affresco.
E' proprio nel finale che si intravede un tenue raggio di speranza tra le nuvole grigie della precarietà e dell'instabilità.

Non trovare lavoro a venti o a trent'anni è molto triste e frustrante, ma venire licenziati a cinquanta è, almeno a mio parere, ancora più tragico. Purtroppo, negli ultimi anni, a causa della nostra pesante crisi economica, casi come questi succedono sempre più spesso e adulti di mezz'età che solitamente hanno lavorato con serietà e impegno, hanno fondato una famiglia e hanno programmato obiettivi e progetti per il futuro, ad un tratto vengono privati delle loro sicurezze, delle loro aspettative; costretti a vivere giorno per giorno in un presente precario, non potendo minimamente prevedere cosa riserverà il futuro a loro e ai loro figli...
Questo è un film drammatico, coinvolgente, con un finale aperto che consola e in qualche modo toglie allo spettatore "l'amaro in bocca". Dopo urla, litigi, tradimenti, pianti e amarezza, i due protagonisti trovano la forza di riunire le loro vite nell'amore reciproco e di ricominciare a vivere, manifestando la volontà di affrontare con tenacia e determinazione paure e incertezze.

30 ottobre 2014

"Le tasche piene di sassi ", Jovanotti


E' una delle mie canzoni preferite. Penso anche che sia uno dei brani più espressivi della musica italiana contemporanea.
Scritto e interpretato da Jovanotti, il brano è dedicato alla madre Viola, scomparsa nell'estate 2010.
"Le tasche piene di sassi" è un successo del 2011. Il video musicale è stato postato sul canale Youtube di Jovanotti il 24 marzo 2011.
Il cantautore ha descritto così il video: « Lo spettatore che lo vedrà non sentirà quello che io dico e non mi vedrà nemmeno cantare. Vedrà un uomo da solo, al buio, illuminato solo da un occhio di bue che racconta una storia ad un pubblico in penombra, racconta una storia che è la vita, racconta forse la sua vita, forse racconta la vita di quelli tra il pubblico »

E in effetti, questa canzone penetra nelle corde della mia anima, mi fa piangere, racconta anche i miei sentimenti e la mia vita, esprime la profonda malinconia che provo nei momenti "grigi", quando penso a delle persone care che se ne sono andate, quando rifletto su altri eventi tragici e sconvolgenti che non sono capace di spiegare a me stessa... Non riesco proprio ad accettare certe cose, come ad esempio la morte di un ragazzo o la morte di una giovane madre di famiglia. Nel senso che le vivo come due grandi ingiustizie.

Con queste parole inizia la canzone:" Volano le libellule sopra gli stagni e le pozzanghere in città, sembra che se ne freghino della ricchezza che ora viene e dopo va." Ogni volta che penso a questa frase immagino di trovarmi in campagna dove, delle libellule graziose e leggere, sfiorano le fresche acque di un ruscello che scorre accanto ad un campo gremito di fiori.
Le libellule non si preoccupano del denaro, del prestigio personale. Sono, come ho già detto poco sopra, leggere. Volano in mezzo alla bellezza della natura...

Poi, all'inizio della seconda strofa, c'è un'altra bellissima frase: "Sbocciano, i fiori sbocciano e danno tutto quel che hanno in libertà: donano, non si interessano, di ricompense e tutto quello che verrà." Ed è proprio qui che, almeno a me, viene da stabilire un'analogia tra questi fiori che donano senza aspettarsi ricompense e la figura della madre. Anche la madre è come questi fiori: dona se stessa, dedica la sua stessa vita ai figli, li copre quando fa freddo, dà a loro del cibo quando sono affamati, li custodisce e li protegge dai pericoli. Per tutte queste amorevoli attenzioni, la madre non si aspetta ricompense in denaro da parte di coloro che sono "carne della sua stessa carne". Fa tutto questo senza pretendere di essere pagata dai propri figli. 

Donare senza pretendere di ricevere qualcosa in cambio... ecco la legge dell'amore.

Il meraviglioso ritornello:
"Sono solo stasera senza di te, mi hai lasciato da solo davanti al cielo. E non so leggere, vienimi a prendere, mi riconosci ho le tasche piene di sassi. Sono solo stasera senza di te, mi hai lasciato da solo davanti a scuola; mi vien da piangere, arriva subito, mi riconosci ho le scarpe piene di passi, la faccia piena di schiaffi, il cuore pieno di battiti e gli occhi pieni di te."


Canterei anch'io così se mia mamma morisse, se non potessi più vedere il suo luminoso sorriso, se non potessi più ascoltare i suoi ottimi consigli, se non potessi più confidarle tutto quello che mi passa per la testa... Lei è troppo importante per me, davvero, forse non immagina nemmeno il gran bene che le voglio. 
Comunque ci si sente così, quando una persona cara se ne va per sempre: ci si sente soli e smarriti di fronte all'immensità del cielo, incapaci di affrontare il futuro, indifesi di fronte agli  "schiaffi" e alle "bastonate" della vita.



E i nostri occhi, disperati e tristi, portano il ricordo di quella persona che non c'è più...



22 ottobre 2014

... In onore di Paolo VI



Domenica 19 ottobre è stato beatificato Paolo VI, pontefice dal carattere mite e riflessivo, dotato di una notevole apertura mentale. Avrei tanto voluto conoscerlo...
Colgo l'occasione per scrivere un post sugli avvenimenti più significativi della sua vita.

Giovanni Battista Montini nacque nel 1897 a Concesio, un piccolo paese in provincia di Brescia. Suo padre, Giorgio Montini, era un avvocato.
Nel 1916, dopo aver ottenuto il diploma di maturità classica presso il liceo statale "Arnaldo da Brescia", si iscrisse al seminario della sua città.
Negli anni venti collaborò con il periodico studentesco "La Fionda", pubblicando diversi articoli dai contenuti profondi ed eloquenti. Scrisse, ad esempio, a novembre del 1918:

«Guai a chi abusa della vita. Quando la mano creatrice di Dio delineava 
in un ordine meraviglioso i confini della vita, poneva altresì custode 
di questi confini la morte, vindice di quanti li avrebbero 
varcati in cerca di vita più ampia, di felicità maggiore.»

Il 29 maggio 1920 venne ordinato sacerdote nel duomo di Brescia e, pochi mesi più tardi si trasferì a Roma, dove, nel 1925, conseguì ben tre lauree: in Filosofia alla Sapienza, in Diritto Canonico (ambito relativo alle norme giuridiche formulate dalla Chiesa, funzionali a regolare l’attività dei fedeli) e in Diritto Civile alla Pontifìcia Università Gregoriana.
Nel 1958 venne eletto papa Giovanni XXIII. Durante il pontificato di quest'ultimo, Montini venne attivamente coinvolto soprattutto nei lavori preparatori del Concilio Vaticano II, aperto con una solenne celebrazione l'11 ottobre 1962. 
Nel giugno del 1963, alla morte di papa Roncalli, il Conclave elesse Montini, che assunse il nome di Paolo VI. Di fronte ad una realtà sociale che tendeva sempre più a separarsi dalla spiritualità e a contestare il tradizionalismo della Chiesa Cattolica, il nuovo papa seppe mostrarsi aperto alle novità, proponendo degli ottimi valori quali: la difesa della vita, il bene comune, la solidarietà, la pace, la concordia e l'umiltà. Basti pensare che, nel 1964, egli rinunciò all'utilizzo della corona papale. Infatti, la vendette allo scopo di aiutare, con il ricavato, i più bisognosi.
Proseguì il Concilio Vaticano II, promuovendo molte iniziative a favore della modernizzazione della chiesa. Sempre nel 1964, viaggiò in Terrasanta non soltanto per visitare i luoghi in cui Cristo era vissuto, ma anche per incontrare il patriarca ortodosso Atenagora I. Dal loro incontro scaturì la
"Dichiarazione Comune cattolico-ortodossa", documento che favorì la riconciliazione tra cattolici e ortodossi, precisando che lo scambio di scomuniche avvenuto fra Papa Leone IX ed il patriarca Michele Cerulario nel 1054, doveva essere inteso valido soltanto fra le due persone interessate e non fra le due Chiese. Tale scambio di scomuniche non doveva infrangere la comunione ecclesiale.
Nel 1966 Paolo VI abolì "l'indice dei libri proibiti" (l'elenco delle pubblicazioni proibite dalla Chiesa Cattolica, esistente già nel 1558 per opera di Paolo IV).
Il 1 gennaio 1968 istituì la "Giornata Mondiale della pace", dedicata alla preghiera e alla sensibilizzazione per favorire la pace nel mondo.
Nello stesso anno, venne divulgata l'enciclica "Humanae Vitae", dedicata ai temi della procreazione, dell'aborto e della contraccezione. Questa enciclica era stata frutto di molte riflessioni di carattere morale da parte del papa stesso, che, tra l'altro, aveva deciso di avvalersi anche dell'aiuto di una Commissione di Studio. Dopo molti mesi di discussioni, Paolo VI formulò la sua teoria nell'enciclica, affermando che il significato unitivo e quello procreativo sono strettamente legati in un rapporto coniugale ed esprimendo il suo dissenso nei confronti di alcuni metodi funzionali alla regolazione della natalità, quali l'aborto e la sterilizzazione.

Ecco qui una parte dell'enciclica:
« Richiamando gli uomini all'osservanza delle norme della legge naturale, 
 interpretata dalla sua costante dottrina, la Chiesa insegna che qualsiasi 
atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita. 
[...] In conformità con questi principi fondamentali della visione umana e 
cristiana sul matrimonio, dobbiamo ancora una volta dichiarare 
che è assolutamente da escludere, come via lecita per la regolazione 
delle nascite, l’interruzione diretta del processo generativo già iniziato.  
È parimenti da condannare, come il magistero della Chiesa ha più volte 
dichiarato, la sterilizzazione diretta, sia perpetua che temporanea, 
tanto dell’uomo che della donna. È altresì esclusa ogni azione che, 
o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello 
sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o 
come mezzo, di impedire la procreazione. »
(Paolo VI, " Humanae vitae")

Naturalmente, queste idee suscitarono numerose critiche da parte dei laici e di molti cattolici.  Ma egli seppe rispondere prontamente alle contestazioni:
«Noi portiamo il peso dell'umanità presente e futura. Bisogna pur comprendere che, se l'uomo accetta di dissociare nell'amore il piacere dalla procreazione (e certamente oggi lo si può dissociare facilmente), se dunque si può prendere a parte il piacere, come si prende una tazza di caffè, se la donna sistemando un apparecchio o prendendo ‘una medicina’ diventa per l'uomo un oggetto, uno strumento, al di fuori della spontaneità, delle tenerezze e delle delicatezze dell'amore, allora non si comprende perché questo modo di procedere (consentito nel matrimonio) sia proibito fuori dal matrimonio. La Chiesa di Cristo, che noi rappresentiamo su questa terra, se cessasse di subordinare il piacere all'amore e l'amore alla procreazione, favorirebbe una snaturazione erotica dell'umanità, che avrebbe per legge soltanto il piacere.»

Il 16 aprile 1978 scrisse una lettera alle Brigate Rosse, implorando la liberazione del politico Aldo Moro... purtroppo però, le sue parole furono vane, perché lo statista venne assassinato dopo una lunga prigionia. Il 13 maggio nella basilica di San Giovanni in Laterano partecipò, addolorato e sconvolto, alla Messa in suffragio dello statista assassinato, pronunciando una solenne preghiera:
"Signore, ascoltaci! Chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per l'incolumità di Aldo Moro, di quest'uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Fa', o Dio, Padre di misericordia, che non sia interrotta la comunione che, pur nelle tenebre della morte, ancora intercede tra i defunti da questa esistenza temporale, e noi tuttora viventi, in questa giornata di un sole che inesorabilmente tramonta. La nostra carne risorgerà, la nostra vita sarà eterna! (..) Aldo e tutti i viventi in Cristo, beati nell'Infinito Iddio, noi li rivedremo! (...) O Signore, fa' che, placato dalla virtù della tua Croce, il nostro cuore sappia perdonare l'oltraggio ingiusto e mortale inflitto a questo uomo carissimo e a quelli che hanno subito la medesima sorte crudele (...)"
Il 6 agosto 1978,  morì a causa di un edema polmonare.
Volle un funerale sobrio, senza riti particolari. Lasciò scritto, infatti, circa i suoi funerali:
 «[...] siano funerali pii e semplici. La tomba: amerei che fosse 
nella vera terra, con umile segno, che indichi il luogo e
 inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me.»
(Paolo VI, Testamento)

La sua bara era priva di decori, deposta a terra sul sagrato di Piazza San Pietro. Sopra di essa, venne collocato un Vangelo aperto e sfogliato dal vento. Fu la prima volta che il funerale di un Pontefice si svolse con un rito così sobrio.