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20 aprile 2015

"Le notti bianche", Fedor Dostoevskij e la psicologia del "sognatore":


Un altro romanzo di Dostoevskij che merita di essere letto...
 Pubblicato per la prima volta nel 1848, "Le notti bianche" ha affascinato alcuni registi come il famoso Luchino Visconti, il quale realizzò l'omonimo film nel 1957. 


"Era una notte incantevole, una di quelle notti che succedono solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo simile potessero vivere uomini irascibili e irosi. Parlando di vari signori irascibili e irosi, non posso non ricordare il mio comportamento durante tutto quel giorno."

Il romanzo inizia con questi pensieri, formulati dal protagonista-narratore, un giovane sognatore di 26 anni, solo al mondo, senza familiari né amici.
Istintivamente, quando ho letto queste frasi, ho pensato alla conclusione della poesia "X Agosto", scritta da Pascoli: "E tu, Cielo, dall'alto dei mondi/sereni, infinito, immortale/Oh! d'un pianto di stelle lo inondi/quest'atomo opaco del Male!"
In questa poesia, oltre a ricordare la morte violenta di suo padre, Giovanni Pascoli presenta una concezione dell'umanità decisamente negativa, piuttosto simile a quella che coltivò Dostoevskij.
In quest'ultima strofa della poesia, egli ammira ed esalta la bellezza del cielo notturno, sereno ma al contempo "infinito" e quindi misterioso, dal momento che gli uomini non possono concepire la sua immensità. Però, immagina anche che le stelle si accorgano del dolore e della sofferenza che caratterizzano il mondo, delineato qui con i termini di "atomo opaco"... Opaco sia in senso scientifico-astronomico, ovvero, "corpo che non dotato di luce propria", sia in senso letterario-morale, e quindi :"non illuminato dal bene".
Anche in questo componimento di Pascoli dunque, c'é una contrapposizione tra un cielo sereno ("mondi sereni" significa proprio: "cielo pieno di stelle brillanti") e un mondo oscuro, triste e violento, pervaso quindi dal male.


La narrazione continua così: "Fin dal mattino un'improvvisa angoscia cominciò a tormentarmi. Ad un tratto ebbi l'impressione che tutti volessero abbandonarmi e allontanarsi da me. Certamente ognuno si sentirà in diritto di domandarmi chi fossero tutti costoro, perché abito ormai da otto anni a Pietroburgo e non sono riuscito a fare quasi nessuna conoscenza. Ma che senso hanno le conoscenze? Anche senza di esse conosco tutta Pietroburgo: ecco perché ebbi l'impressione di essere abbandonato da tutti quando tutta Pietroburgo spiegò le ali e se ne andò improvvisamente in campagna. Fu una sensazione terribile rimanere da solo e, in preda a un profondo sconforto, vagai tre giorni interi per la città, senza capire minimamente cosa mi capitasse. (...) Loro non mi conoscono, io invece li conosco tutti intimamente: ho quasi imparato a distinguere le loro fisionomie, contento quando sono allegri e rattristato alla vista dei loro turbamenti. "
Il racconto è ambientato nel mese di giugno, all'inizio dell'estate, ovvero nel periodo in cui molti pietroburghesi si trasferiscono nelle zone di campagna per alcune settimane, per trascorrere un periodo di tranquillità e di riposo, lontano dagli affari cittadini. 
Proprio in questo punto, è possibile notare la profonda capacità di empatia del protagonista: pur non conoscendo nessuno, egli è in grado di osservare attentamente le persone che incontra per le strade della città ed ha imparato a leggere bene la loro mimica facciale. Tuttavia, il sognatore non comprende soltanto il loro stato d'animo, ma si rallegra o si rattrista non appena ha letto la loro espressione. Di solito, le persone particolarmente riflessive sanno interpretare gli sguardi altrui e talvolta ne intuiscono persino i pensieri...
Ad ogni modo, vi è mai capitato di camminare per le vie del vostro paese o della vostra città e di rimanere colpiti dal volto di alcune persone che però non conoscete, da certe espressioni di dolore o  da certi sorrisi particolarmente luminosi? Vi è mai capitato poi di immaginare il motivo della loro gioia o della loro malinconia? A me è successo diverse volte... 

Comunque, il protagonista rimane quasi solo a San Pietroburgo, dove ammira lo spettacolo delle "notti bianche"...
Nel mese di giugno si verificano fenomeni particolarmente suggestivi nella Russia settentrionale: la luce del giorno dura moltissimo; il sole tramonta verso mezzanotte per sorgere poco dopo le 3 del mattino. In una di queste notti, passeggiando lungo le rive del fiume che attraversa San Pietroburgo, il sognatore incontra una ragazza.

... dal film: "Le notti bianche" di L. Visconti

Da quel momento, inizia una profonda relazione tra i due giovani; un rapporto molto particolare, che è sicuramente più di un'amicizia ma che non può essere definito come un'appassionata relazione d'amore. Tuttavia i due personaggi dialogano volentieri raccontandosi le loro vicende passate e condividendo i loro stati d'animo...

Il sognatore scopre che la ragazza si chiama Nasten'ka, ha 17 anni, è orfana e vive alla periferia di Pietroburgo con una vecchia nonna cieca la quale esercita un controllo ossessivo sulla nipote, appuntando con uno spillo il suo vestito con quello della ragazza. 
Nasten'ka è ufficialmente fidanzata con un inquilino della nonna, che le aveva chiesto di attendere un anno prima del matrimonio, periodo in cui egli avrebbe cercato di migliorare la sua condizione di povertà. Trascorso l'anno, Nasten'ka gli invia una lettera, fissando un incontro sulle rive del fiume. 
Ma, invece del giovane inquilino, la ragazza incontra e conosce il protagonista del romanzo.
Il rapporto tra Nasten'ka e il protagonista del racconto dura quattro notti... La quarta notte, compare il fidanzato della ragazza: "(...) In quel momento passò vicino a noi un giovane. Egli si fermò improvvisamente, ci guardò con attenzione e poi fece di nuovo qualche passo:"Nasten'ka, sei tu!" Dio che grido! Come sussultò! Come si divincolò dalle mie mani per corrergli incontro!... Io stavo fermo a guardarli, più morto che vivo. Gli strinse la mano e si gettò tra le sue braccia, poi corse di nuovo verso di me, mi si fermò vicino, veloce come il vento, come il lampo e, prima ancora che io potessi riprendermi, mi abbracciò con tutt'e due le mani e mi baciò forte, con passione. Poi, senza dire una parola, si gettò di nuovo verso di lui, lo prese per mano e lo trascinò dietro di sé."

Per il sognatore, la storia ha un esito triste: egli si era illuso di poter costruire, con il passare del tempo, un rapporto d'amore con Nasten'ka... ma dopo che lei ritrova il suo vero amore, non gli resta che rifugiarsi di nuovo nei suoi sogni, con gli occhi pieni di lacrime per non aver potuto vivere pienamente una relazione sentimentale...
Quest'opera di Dostoevskij mette in evidenza il fatto che le relazioni umane sono molto importanti nella vita di ogni uomo, e che esse possono essere sia motivo di gioia e di soddisfazione sia motivo di angoscia e di delusione. 

Lo scrittore inoltre presenta in modo piuttosto ambiguo la condizione del "sognatore", ovvero dell'uomo solitario che passeggia per le vie della città e non instaura rapporti con quelli che incontra...
Indubbiamente c'é qualche aspetto positivo nella vita dei sognatori... i sognatori si concedono il lusso di ritagliarsi nella quotidianità degli spazi per fantasticare sulla propria esistenza, riflettono molto, la loro capacità di introspezione è così sviluppata che per loro è facile entrare in sintonia con gli altri senza bisogno di un dialogo verbale...
Però è anche vero che i sognatori sono degli "isolati", degli emarginati, degli incompresi che godono di pochissime relazioni sincere... Si dimostrano impacciati e insicuri quando si avvicinano alle persone; e questo perché temono l'eventuale giudizio negativo che gli altri potrebbero avere su di loro.
I sognatori sanno bene che il loro carattere originale e pittoresco li rende un po' "strani" agli occhi di molti.





11 aprile 2015

Il mio nome è Khan... e non sono un terrorista

Circa una settimana fa, gli Jiadisti provenienti dalla Somalia si sono diretti in Kenya nel collegio universitario di Garissa, dove hanno massacrato ben 147 studenti. Alcuni giovani cadaveri sono stati decapitati.
Il 7 gennaio 2015 è avvenuto un violento attacco terroristico a Parigi, presso la sede del "Charlie Hebdo", giornale satirico francese che pochi giorni prima aveva pubblicato vignette irriverenti verso la religione musulmana. Gli attentatori si sono dichiarati affiliati di Al-Quaeda.
Nell'estate 2014, nella zona del Medio Oriente, quattro giornalisti occidentali sono stati decapitati da alcuni membri della Jiad.

Ora voi lettori vi state probabilmente chiedendo: quale legame può esserci tra questi drammatici episodi e l'avvincente film "Il mio nome è Khan", citato nel titolo di questo post? Cercherò di spiegarlo.

TRAMA DEL FILM:


Il protagonista della storia è Rizwan Khan, un giovane musulmano affetto dalla Sindrome di Asperger.
Gli individui affetti dalla Sindrome di Asperger hanno un quoziente intellettivo che supera di gran lunga la norma (la norma è 110, loro possono arrivare anche a 225!). Nonostante ciò, manifestano comportamenti ripetitivi e stereotipati, temono il contatto fisico e hanno scarsa empatia, cosa che li rende incapaci di relazionarsi con gli altri. Però non ho mai pensato che questi soggetti siano persone cattive. Indubbiamente sono molto strani, ma questo non è un buon motivo per denigrarli o per deriderli. Sono convinta anche di una cosa: l'amore e la fiducia degli altri potrebbero stimolarli nelle interazioni sociali. O almeno, costituirebbero un aiuto significativo per loro! Indubbiamente Rizwan prova dei sentimenti; il punto è che fa fatica ad esprimerli.
In un certo senso, una persona così mi fa tenerezza.

Rizwan è cresciuto a Mumbai in India con una madre molto premurosa e durante l'adolescenza ha imparato molto bene a riparare guasti meccanici.
E' molto importante qui citare una frase che sua madre gli dice più o meno all'inizio del film:"Ricordati sempre una cosa: al mondo esistono due categorie di persone; quelle buone che fanno cose buone e quelle cattive che fanno cose cattive. Questa è l'unica differenza che esiste tra le persone."
Questa frase riassume il messaggio che quest'opera cinematografica vuole trasmettere: i pregiudizi e la diffidenza nei confronti del diverso generano rancore, ingiustizie e violenza. E' insensato classificare e discriminare le persone in base al colore della loro pelle, in base alla loro cultura o alla loro religione. Questi tipi di classificazione spesso hanno portato a eventi storici tragici: a genocidi, persecuzioni, segregazioni.
L'unica cosa che è possibile affermare è che esistono sia i buoni sia i cattivi...gli uni, con le loro azioni generose, cercano di rendere migliore il mondo; gli altri invece, con la loro rabbia seminano l'odio.

Comunque, una volta divenuto adulto, Rizwan si trasferisce a San Francisco negli Stati Uniti.
In questa città, egli trova lavoro come rappresentante di prodotti cosmetici e incontra la bellissima e dolcissima Mandira, giovane donna di origini indiane, madre di Samir, un bambino molto sveglio ed estroverso. Tra Rizwan e Samir si instaura subito un rapporto profondo, fatto di complicità.
Samir è il mio personaggio preferito. Secondo me ha un ottimo carattere: ammirevole il fatto che non manifesta alcun sentimento di gelosia nei confronti di Rizwan, nemmeno quando quest'ultimo diventa il marito di sua madre. Samir ha soltanto 6 anni quando avviene il matrimonio tra Mandira e Rizwan, il quale dà il suo cognome al bambino.
Passano alcuni anni caratterizzati da felicità, serenità, risate, solidi legami di amicizia... 
Rizwan prova per davvero un sentimento di affetto verso Mandira e, con il passare del tempo, si affeziona sempre più a Samir.

Poi però, la loro vita viene sconvolta dapprima dall'attentato alle Torri gemelle, l'11 settembre 2001; e poi dalla morte di Mark, un loro amico che era stato inviato come generale militare in Afghanistan.
L'episodio dell'11 settembre, organizzato e realizzato da gruppi di terroristi membri di Al-Quaeda, ha provocato nella popolazione americana sentimenti di rabbia e di avversione nei confronti dei musulmani. 
La rabbia e l'avversione possono sfociare nel razzismo... Samir diviene vittima di derisioni e di umiliazioni da parte dei compagni di scuola, fino al giorno in cui alcuni ragazzi poco più grandi lo massacrano di botte... 
L'omicidio di Samir è il punto cruciale del film: Mandira, disperata come può esserlo soltanto una madre che ha perso una parte di se stessa, ovvero suo figlio, dice a Rizwan: " Siamo stati noi ad ucciderlo! E' tutta colpa mia, se non ti avessi sposato Samir sarebbe ancora vivo (...) Samir ti voleva bene. Che differenza poteva fare un cognome? Qual'era il problema se mio figlio si chiamava Khan? E invece mi sbagliavo!! Fa differenza!! Fa un'enorme differenza!! Sam è morto perché si chiamava Khan! Mio figlio è stato ucciso solo perché aveva il tuo cognome!!  (...) Vai!! Vai via adesso, sparisci dalla mia vita! Perché non vai a dire a tutti che non sei un terrorista??! Dillo a tutta l'America! Perché non provi a dirlo al Presidente degli Stati Uniti?"

Samir non era figlio di un terrorista musulmano. Era soltanto un ragazzino di 13 anni quando è morto.
Un ragazzino ingenuo, vivace, simpatico, aperto, solare... con il sorriso luminoso come quello di sua madre. Un sorriso che non potrà mai più rischiarare la faccia della Terra. Samir è morto a causa del razzismo... Che senso aveva picchiare a morte un ragazzino che non faceva assolutamente nulla di male? E' assurdo morire a 13 anni a causa di un pestaggio. E' assurdo morire a 13 anni perché il tuo patrigno è musulmano e perché tu porti il suo cognome.
Mi ha profondamente colpita il fatto che il migliore amico di Samir, unico testimone oculare  dell'omicidio, pieno di paura per le minacce che gli aggressori di Samir gli rivolgono, si chiude nel silenzio per molti mesi, non rivelando dunque né a Mandira né alla polizia la verità sulla morte del ragazzino.

Rizwan dice: "Secondo la polizia, Samir è stato ucciso perché era musulmano. Ma non è una brutta cosa essere musulmani." 
Nemmeno per me è una brutta cosa essere musulmani, Rizwan. Per me e per te questa non è una brutta cosa. Ma per i razzisti, per gli ignoranti che perdono il loro tempo a generalizzare alcune categorie di persone, per i giovani criminali che prendono a calci un ragazzino purtroppo lo è...
Al mondo non esistono soltanto i fondamentalisti, i violenti convinti che Allah voglia la morte "degli infedeli", ovvero, dei cristiani. Ci sono anche i musulmani veramente devoti ad Allah, rispettosi, generosi, disposti a convivere e a dialogare con i fedeli di altre religioni. 

Anche episodi come la decapitazione di quattro gionalisti occidentali e il massacro alla sede del "Charlie Hebdo" possono generare sentimenti di sospetto e di odio  verso i musulmani.
E purtroppo può accadere che alla violenza si aggiunga altra violenza.
E' necessario invece accantonare i pregiudizi e l'odio, se si vuole costruire un mondo migliore basato sulla tolleranza e sul rispetto reciproco. E' assurdo, è veramente assurdo e insensato che qualcuno muoia in modo violento a causa delle sue origini o della sua religione!!
E' divenuto famoso lo slogan pronunciato dai cittadini francesi per le vie di Parigi: "Je suis Charlie", finalizzato a difendere la libertà di stampa e di espressione. Anche qui, io mi chiedo: è lecito difendere la libertà di stampa e di espressione quando si insulta pesantemente una religione? Sia chiaro: non difendo assolutamente i terroristi, sto solo dicendo che noi abbiamo il diritto di contestare alcuni aspetti dell'Islam ma non dobbiamo assolutamente permetterci di offendere i musulmani con vignette satiriche dissacranti su Maometto. La critica è una cosa, l'insulto è un'altra.
A me non fa per niente ridere una vignetta che dice: "Le Coran c'est de la merde", ovvero, "Il Corano è una merda".
A mio modesto avviso, i musulmani contrari al terrorismo sarebbero dovuti scendere nelle piazze parigine qualche mese fa con cartelli che avrebbero potuto portare la scritta: "Il mio nome è (...) e non sono un terrorista". I musulmani moderati, di fronte a questi episodi, dovrebbero alzare la voce e far sentire la loro presenza attraverso manifestazioni pacifiche e profondamente contrarie alla violenza.



LA FINE DEL FILM:

Mandira viene a conoscenza della verità sull'omicidio del figlio; gli assassini di Samir vengono arrestati e condotti in carcere in manette davanti ai suoi occhi. 
Magra soddisfazione secondo me povera lei... E' vero che ha avuto giustizia, ma l'arresto dei responsabili dell'assassinio non potrà mai restituirle il figlio, perduto per sempre.

Khan incontra per davvero il Presidente degli Stati Uniti, dopo un lungo viaggio e dopo molte avventure. Mi ha commosso il punto in cui Rizwan mostra al Presidente una fotografia di Samir, dicendo: "Era mio figlio. Si chiamava Samir e non era un terrorista."
Rizwan e Mandira si riconciliano poco prima di incontrare il Presidente.


"WE SHALL OVERCOME, SOME DAY!"


E' una celeberrima canzone attribuita alla mitica Joan Baez. Questo brano è divenuto un inno contro la guerra ed è citato e cantato più volte all'interno del film. 
"We shall overcome" è la canzone preferita di Mandira.
E' un inno alla fratellanza e alla solidarietà fra tutti i popoli del mondo.

A me piacciono moltissimo sia la melodia sia il significato delle parole... soprattutto la strofa che fa:
"We'll walk hand in hand,
 We'll walk hand in hand,
 We'll walk hand in hand, some day.
 Oh, deep in my heart, I do believe"


video


5 aprile 2015

La Pasqua rinnova i cuori:



"Risurrezione", Giotto
Questo post è un'ulteriore riflessione sulla Pasqua.
Ecco i pensieri che attraversano la mia mente e le sensazioni che pervadono il mio animo:

Mi affaccio alla finestra e osservo la campagna che circonda la mia casa... Dense nuvole grigie coprono l'azzurro intenso del cielo. Di tanto in tanto, un raggio di sole porta il suo affettuoso saluto alle prime gemme che nascono sui rami degli alberi.
Nell'aria si diffonde la gioiosa melodia del vento. Contemplo il viaggio delle rondini verso orizzonti lontani. Ultimamente, nelle rondini vedo me stessa! La mia vita è un viaggio verso il futuro, ovvero, verso l'ignoto... Nel mio cuore dimorano mille speranze. La mia mente è ormai un prato gremito di progetti...
A 19 anni provi sia gioia sia angoscia di fronte a ciò che non puoi conoscere in anticipo.
A 19 anni però cominci a capire che, per cercare di raggiungere la felicità, devi sforzarti di trasformare i tuoi sogni in progetti. E certamente sei consapevole del fatto che coronare un sogno comporta tempo, fatiche e sacrifici...
A 19 anni ormai è giunto il momento di uscire dalla dimensione adolescenziale, caratterizzata da sentimenti instabili e da sogni impalpabili...
Adoro una delle ultime canzoni di Ligabue, che dice: "Sono sempre i sogni a dare forma al mondo, sono sempre i sogni a fare la realtà"(...)
I sogni di noi giovani danno forma al mondo, nel senso che lo rendono meraviglioso! I sogni sono fiamme ardenti che possono vincere le tenebre dell'odio.
Però i sogni fanno la realtà soltanto se le persone che li coltivano sono disposte a metterci il loro impegno nel realizzarli.
Ricordo che, circa tre anni fa, ho conosciuto tramite i miei genitori un medico-dentista bergamasco.
Un uomo molto originale, piuttosto schietto e sagace. Una cosa soprattutto ricordo di quell'incontro:
la sua frase apparentemente banale ma in realtà molto profonda: "Ragazzina, diventa ciò che sei!"
Le persone divengono ciò che sono soltanto se comprendono ciò che vogliono veramente...
Ovvio che, per realizzare i propri progetti di vita, sono necessarie la tenacia e la determinazione.
Ovvio che, per progettare il futuro, bisogna amare la vita anche nelle sue contraddizioni e nei suoi imprevisti.

La Veglia di ieri sera è stata stupenda: vorrei che tutte le messe dell'anno fossero così solenni! Mi piace sempre moltissimo il momento in cui noi fedeli entriamo in chiesa con una candela accesa tra le mani, mentre la corale inizia a cantare il preconio pasquale.
Durante la celebrazione è stato letto anche un brano preso dal libro del profeta Ezechiele... di questa lettura, mi sono rimaste impresse nella mente le frasi: "Così dice il Signore Dio: (...) Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne."
E' vero che i profeti sono vissuti qualche decennio o qualche secolo prima dell'anno zero, ma questa frase mi ha fatto pensare proprio alla figura di Gesù: Dio ha voluto sacrificare il Suo Unico Figlio per donare una speranza di redenzione all'Umanità. 
Gesù Cristo, quando era in mezzo agli uomini, attraverso le sue parabole, le sue predicazioni, le sue azioni e i suoi miracoli ha cercato di indicare agli uomini uno stile di vita basato sulla carità fraterna, sull'umiltà e sul perdono. E ha subìto critiche pesanti, insulti, schiaffi e derisioni. Morendo in croce ha perdonato la cattiveria e la stoltezza di molti uomini: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno" (Vangelo di Luca, cap. 23, versetto 33).
E poi è risorto gloriosamente!!  Ha vinto la morte e, nell'ascendere al cielo, ha dimostrato che per l'umanità esiste una speranza di riscatto. Secondo la visione cristiana, non sono la morte, il male, la violenza e la cattiveria ad avere l'ultima parola. E' soprattutto per questo motivo che io voglio coltivare la mia fede: la nostra religione mi dà una speranza, che non è soltanto ultraterrena ma anche esistenziale: l'avvento della Risurrezione invita tutti gli uomini a rinnovare il proprio cuore, a migliorare moralmente, a "mettere da parte" l'odio, la vendetta, la rabbia.
E' vero, ancora oggi ci sono molti cuori di pietra, c'é molto egoismo... Però, se si aprono bene gli occhi, si riescono anche a vedere quotidianamente diverse persone che compiono tanti piccoli gesti d'amore e di solidarietà verso gli altri. La generosità e la sensibilità colorano il mondo...



e... 100 di questi giorni così speciali!!!  :-)



Ascoltatela, è stupenda!! :-)

4 aprile 2015

Riflessioni su alcuni passi biblici in occasione della Veglia Pasquale:

Nel periodo gennaio-marzo ho partecipato volentieri a un corso biblico-teologico che si è svolto
presso il Seminario Vescovile di Verona. Si trattava di incontri bimensili in cui due sacerdoti leggevano e spiegavano alcuni passi presi un po' dalla Genesi, un po' dalle Lettere di San Paolo apostolo e un po' dai Vangeli di Marco e di Giovanni, al fine di riflettere sul tema della fragilità umana e sui limiti che caratterizzano la condizione del'uomo. E' stato davvero interessante e arricchente per me.

Stasera verrà celebrata la Veglia Pasquale, liturgia che prevede tra le letture anche il racconto della Creazione. In questo post vorrei riportare i testi della Genesi sui quali ci siamo soffermati durante uno di quegli incontri. Accanto ad essi, riporto anche i miei appunti, che qui ho cercato di riordinare nel miglior modo possibile.


GENESI 1, 26-31:

Michelangelo, "Creazione dell'uomo"
"E Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra». Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno."

Il primo aspetto che bisogna constatare è che Dio, detto Elohìm in ebraico, esprime la sua autorità attraverso la parola: manifesta con le parole la sua intenzione di creare e subito dopo agisce. E il vertice dell'attività creatrice di Dio è costituito proprio dalla creazione dell'uomo.
Siamo al sesto giorno e il tono della narrazione diviene più solenne, al punto tale che viene impiegato il verbo alla prima persona plurale "facciamo". E' un plurale che sta ad indicare la sincera e sentita partecipazione di Dio alla creazione dell'essere umano.
E' importante però chiedersi il significato dell'espressione "immagine e somiglianza di Dio".
Dunque, qui il termine "uomo" è naturalmente inteso come "umanità", come "polarità di maschio e femmina". Dio crea l'uomo per poterlo incontrare e per poter godere di un interlocutore: all'uomo è infatti dato l'uso della parola, contrariamente agli animali.
A causa della sua somiglianza con Dio, l'uomo è abilitato ad esercitare una sorta di "dominio" sulla natura. Ma non è assolutamente un dominio tirannico. Il verbo italiano "dominare" deriva dal latino "dominus", ovvero, "signore"... In questo contesto, dominare significa "governare come un signore, come un sovrano che cerca di gestire in modo saggio i beni di cui dispone". Come Dio, l'essere umano è in grado di "nominare", ovvero, di riconoscere la singolarità degli elementi naturali e di ammirare ciò che è bello e apprezzabile. E' proprio questa capacità di nominare la realtà che può renderlo signore della natura. L'uomo condivide la signoria con Dio: egli infatti è stato creato da Dio per dominare sulla natura ma non sugli altri uomini!
L'essere umano è sessualmente differenziato, fin dalle origini. E questa è un'affermazione sia della diversità, sia della pari dignità tra i due sessi.
La benedizione divina accompagna l'azione creatrice di Dio e invita le creature a vivere pienamente la loro esistenza, dal momento che esse fanno parte del suo progetto d'amore. La nostra condizione umana è scaturita dal cuore di Dio, dal suo atto d'amore.


Poi ci siamo soffermati anche sui primi versetti del secondo capitolo:


GENESI 2, 5-10:


"Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo, ma una polla d'acqua sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo. Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi."

Sembra desolante il paesaggio che si presenta all'inizio. Niente erba, niente cespugli, niente pioggia... e nessuno che lavori il terreno. Da qui deriva il bisogno di un "dominus", di un "signore" che diventi il custode della natura.
L'uomo, ovvero Adamo, è plasmato con la polvere del terreno. Dio soffia nelle sue narici per renderlo un essere vitale. Tra l'uomo e il suolo vi è un legame indissolubile: il suolo è soggetto al lavoro umano. E anche il disegno di Dio costituisce una profonda alleanza tra l'uomo e il suolo.

GENESI 2, 15-17:

"Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire»".

Eccolo qui, il limite. Questa è la prima volta che Dio si rivolge al suo interlocutore con il pronome "tu". Il parlante sta qui esprimendo qualcosa che gli sta molto a cuore. La prima parte della frase che Dio pronuncia costituisce un'esortazione a godere dei beni del giardino.
La seconda parte però designa un limite. Dio non vuole minacciare l'uomo; vuole piuttosto ammonirlo, dirgli come evitare la morte. Dio non è invidioso delle sue creature e non è nemmeno meschino, perché desidera che l'essere umano occupi il suo posto nel custodire e nel preservare le meraviglie e le risorse del giardino.


A me però piace sempre andare avanti, approfondire. Dunque, da sola ho proseguito la lettura del secondo capitolo della Genesi e ho cercato di riflettere su questi contenuti:


GENESI 2, 18-24:


"Poi il Signore Dio disse: 'Non è bene che l'uomo sia solo. Voglio fargli un aiuto che gli corrisponda'. Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati. Ognuno di questi animali avrebbe avuto il nome datogli dall'uomo. L'uomo diede dunque un nome a tutti gli animali domestici, a quelli selvatici e agli uccelli. Ma di essi, nessuno era un aiuto adatto all'uomo. Allora il Signore Dio, fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una costola e richiuse la carne al suo posto. Con quella costola Dio, il Signore, formò la donna e la condusse all'uomo. Allora egli esclamò:
'Questa volta
È osso delle mie ossa,
carne dalla mia carne.

La si chiamerà donna
perché è stata tolta dall'uomo'.
Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla moglie e i due saranno un'unica carne.


Credo che questo sia uno dei passi più affascinanti della Bibbia.
Nel Medioevo, gli uomini di chiesa si sono serviti di questo brano biblico per giustificare la presunta inferiorità della donna.
In effetti, essi erano convinti del fatto che il sostantivo "femmina" derivasse da due parole latine: "fio", verbo che significa "diventare, essere fatto" e "minus",  avverbio che vuol dire "minore, meno". La donna è stata creata togliendo una costola dall'uomo, quindi per questo sarebbe un essere inferiore, da sottomettere e da sfruttare. In questo modo a quell'epoca si legittimava la frustrante condizione sociale e familiare in cui le donne versavano. Anzi, si era proprio convinti del fatto che Dio stesso aveva voluto la sottomissione del genere femminile a quello maschile.
Fortunatamente questa interpretazione è stata superata da molto tempo, per lasciare il posto a letture più profonde e più intelligenti...
L'ultima creazione di Dio è la donna. Dio pensa ad un aiuto per l'uomo, che si trova solo nel giardino dell'Eden. Certo, egli si sazia dei frutti degli alberi e vede molti animali che vivono nel giardino. Ma egli, essendo dotato di pensiero, di parola e anche di un cuore per amare profondamente, ha bisogno di stare con qualcuno che sia il suo "alter ego"; ha bisogno quindi di un altro essere umano che sia al contempo uguale e diverso da lui. E di questo Dio si accorge prontamente. La donna è stata dunque creata come "aiuto, sostegno e conforto". E il fatto che sia stata dapprima creata dalla costola dell'uomo e poi posta di fronte all'uomo non significa che essa sia un essere inferiore o di poca importanza... Al contrario, tutto questo indica la sua piena dignità come creatura di Dio.
La donna è capolavoro di Dio. San Paolo apostolo dice, nella sua lettera ai Galati: "Non c'è né maschio né femmina, perché voi tutti siete uno solo in Cristo Gesù". Secondo San Paolo non dovrebbero esserci discriminazioni di sesso ma dovrebbe piuttosto esserci rispetto tra uomini e donne, dal momento che Gesù, figlio di Dio, comprende in Sé stesso l'identità di entrambi i generi.
Interessante l'ultima frase: "Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla moglie e i due saranno un'unica carne."
Ogni volta che leggo o che penso a questa frase mi torna alla mente il "MITO DELL'ANDROGINO",

narrato dal personaggio di Aristofane nel "Simposio" di Platone. Secondo questo mito, alle origini del mondo l'essere umano non era dotato di singolarità, ma anzi, era una sorta di "uomo-palla", ovvero, un essere dalla struttura circolare. Esso era una fusione tra le caratteristiche maschili e quelle femminili. Alle origini della storia esistevano dunque esseri asessuati, caratterizzati dall'unità e dalla completezza. Però, gli androgini erano creature superbe e arroganti, poco rispettose nei confronti degli dei. Zeus allora, per punirli, aveva scagliato contro di loro i suoi fulmini, dividendoli a metà. Per questo, nell'umanità post-androginica è molto vivo il desiderio di ricercare la propria metà perduta...

Così gli antichi greci si spiegavano la distinzione sessuale e la causa del sentimento d'amore.
Mito davvero affascinante, soprattutto se si cerca di collegarlo alla tradizione biblica...
Tuttavia è necessario fare le opportune distinzioni tra Genesi e Simposio.

Per il Simposio, l'espressione "essere un'unica carne" assume una connotazione abbastanza pessimistica: il mito di Platone infatti racchiude in sé l'idea che il compimento del desiderio amoroso si realizzi nel diventare una sola carne, nel fondersi con l'amante. Noi umani dunque, secondo questa idea, coltiviamo l'ardente desiderio di assumere la completezza attraverso l'unione sessuale. Però, secondo quest'idea, l'essere umano sarà sempre e soltanto infelice: prima è infelice perché è solo, triste e ansioso di cercare la propria metà, poi però, subito dopo averla trovata si unisce a lei, e, nell'unione, emette gemiti di dolore assumendo un'espressione profondamente angosciata durante l'atto sessuale. (da non dimenticare infatti che il personaggio di Aristofane, subito dopo aver raccontato il mito, immagina di vedere due amanti nel pieno del loro atto con "una maschera tragica sul volto", dal momento che provano entrambi dolore nell'accoppiamento)...
Infine, questo mito riguarda anche le unioni omoerotiche, non contemplate dai primi capitoli della Genesi...

Per la Genesi, l'espressione "essere un'unica carne" assume un significato decisamente diverso.
L'unione con il coniuge implica innanzitutto un distacco dalla propria famiglia d'origine. Inoltre, il rapporto uomo-donna, in questo passo biblico, non è inteso come la realizzazione della passione erotica o come l'appagamento di un desiderio egoistico, dal momento che l'uomo e la donna si uniscono in matrimonio per volere di Dio. 
Il concetto dell' "essere un'unica carne" rimanda piuttosto alla necessità dell'essere umano di porsi in una sincera relazione d'amore con l'altro... l'unione matrimonale è vista dunque come una "comunione tra due persone" che vivono all'insegna del rispetto reciproco, della solidarietà e del dialogo...
Le Sacre Scritture e la Chiesa non negano e non vogliono negare l'aspetto erotico, ma mirano piuttosto a valorizzare la straordinaria ricchezza morale che scaturisce da un rapporto coniugale basato su un profondo sentimento di affetto.