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28 dicembre 2015

La generosità di Papà Panov nel giorno di Natale:


E' un racconto di Tolstoj considerato come una forma di realizzazione del vero spirito del Natale.

"Tanto tempo fa in Russia viveva un calzolaio di nome Panov. Aveva vissuto nella stessa cittadina per tutta la vita. I suoi clienti si soffermavano spesso nella sua bottega e Panov era sempre pronto ad ascoltare quello che avevano da dirgli. I suoi occhi brillavano di gioia quando qualcuno gli annunciava una buona notizia e quando qualcuno sembrava triste si fermava un momento a riflettere su qualcosa di gentile da dire. Era così benvoluto che tutti lo chiamavano affettuosamente Papà Panov. Nonostante ciò, il calzolaio viveva solo: la moglie era morta e i suoi figli erano andati via, lontano da quella cittadina. Egli sentiva la loro mancanza soprattutto a Natale.
Quando giunse la Vigilia di Natale, dopo aver cenato con un semplice pasto, prese la Bibbia e lesse la storia dei re Magi che erano andati a portare i regali al bambin Gesù. «Mi chiedo che regalo avrei portato io al loro posto» disse. Poi si ricordò. Andò nella sua bottega e afferrò una scatola. Dentro c'erano delle piccolissime scarpe. «Quelle che ho fatto per dimostrare che ero abile nel mio mestiere! Ho impiegato così tanto tempo per realizzarle, non credo che riuscirei ancora a fare qualcosa di così sottile». Sorrise tra sé mentre riponeva le scarpe nella scatola e tornò in cucina. Cercò di leggere ancora un po', ma era stanco, si appisolava e gli occhiali gli scendevano lungo il naso. All'improvviso udì una voce. C'era qualcuno nella stanza?! Nel dormiveglia non riusciva a muovere un muscolo.
«Hai detto che mi avresti accolto e che mi avresti fatto un regalo. Mi piacerebbe venire. Aspettami domani». Papà Panov si svegliò e si guardò intorno. La fiamma del camino si era quasi estinta e le candele si erano spente. Ma anche se era in penombra, l'uomo sapeva che in quella stanza non c'era nessun altro. Si accigliò un momento mentre ricordava il sogno che aveva fatto. «E' stato Gesù a parlarmi. Che aspetto avrebbe se dovesse venire davvero oggi? Terrò d'occhio la strada per ogni evenienza». Era ancora presto e tutto era tranquillo nella luce fioca dell'alba. Papà Panov sospirò. Si voltò per tornare in cucina quando vide la figura di una donna malvestita che, stringendo un bambino, si avvicinava. Papà Panov aprì la porta e gli venne un'idea: «Vieni dentro. Non posso fare a meno di notare che i tuoi stivali hanno bisogno di essere rammendati. Potrei aggiustare la punta e mettere una suola nuova». La donna lo guardò sorpresa per un attimo, poi sorrise e disse: «Grazie. Sei così gentile».
«Ora siediti accanto al fuoco e togliti gli stivali. Puoi prendere un po' di caffè... e puoi scaldare il latte per il bambino» . Mentre Papà Panov lavorava sugli stivali, la donna gli raccontò che fino al giorno prima alloggiava con il figlioletto presso la camera di una locanda. Ma, dal momento che era rimasta indietro con il pagamento, le avevano chiesto di andarsene. dicendo di avere bisogno di spazio per gli altri ospiti. Ora stava andando a casa di un cugino che abitava lontano.
«Non posso camminare molto veloce con mio figlio», disse.
Papà Panov guardò il bambino. «Mi sembra che cammini abbastanza bene. Ma non ha le scarpe, vero? » Gli occhi della donna si riempirono di lacrime: «Non me le posso permettere. Cresce così in fretta e deve cambiare scarpe in continuazione».
Papà Panov tornò al suo lavoro. La donna alimentò il camino e si mise a cucina re una zuppa di verdure. Quando gli stivali furono rammendati, i tre si sedettero a tavola per condividere un umile pasto di Natale. Alla fine del pranzo, Papà Panov andò a prendere le belle scarpe che aveva realizzato tempo prima. «Credo che queste ti calzeranno a pennello, giovanotto», disse al bambino. Il bambino era estasiato dal rumore che facevano mentre camminava sul pavimento di legno. «Grazie mille. Sei stato così generoso». Disse la donna. Lei e suo figlio si rimisero in viaggio mentre ancora c'era la luce del giorno. Papà Panov stette alla finestra tutto il pomeriggio. Si sentiva uno sciocco ad aver pensato che Gesù sarebbe potuto venire. Sorrise alla gente che passava. Quando vide dei bambini lamentarsi perché la loro slitta si era rotta, andò fuori con chiodi e martello per ripararla. Ma nessun altro si fermò. Quando poi calò il crepuscolo e gli alberi brillavano della luce delle candele che proveniva dalle finestre delle altre case, Papà Panov si sentì affiorare le lacrime. «Cielo. Quella voce esisteva solo in sogno». Sconsolato si lasciò cadere sulla sedia.
Una voce parlò. «Non mi hai visto? Non mi hai riconosciuto? ». Papà Panov sollevò lo sguardo, sorpreso. Si guardò intorno. Vide degli scarti di verdure nel cestino e la scatola vuota in cui aveva conservato le scarpette."

Questo racconto contiene un esplicito richiamo ad un passo del Vangelo di Matteo (Mt, 25, 31-46):

"Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. Saranno riunite davanti a Lui tutte le genti, ed Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo; perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». Allora i giusti gli chiederanno: «Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo servito?»
Rispondendo, il re dirà loro: «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». Poi dirà a quelli alla sua sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli; perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?»  Ma egli dirà: «In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me».
E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna."

Beato Angelico, "Giudizio Universale"

Allego qui sotto il breve ma efficace commento del biblista Gianfranco Ravasi:
"Il cristiano guarda al futuro ultimo per vivere appieno il presente, anche perché non si potrà essere accolti alla venuta finale ed esplicita di Cristo quando non lo si è saputo servire- pur senza averlo riconosciuto- nelle sue venute nascoste nelle situazioni di indigenza e povertà. Alla fine della storia infatti, verrà riconosciuto come re e giudice colui che dentro la storia si è identificato con le condizioni umili e bisognose dell'umanità".

Come diceva la mia Laura nel racconto:"L'importante è che il Natale dimori nel tuo cuore tutto l'anno e non soltanto il 25 dicembre".
Nel mio racconto, Laura è la "saggezza fatta persona", Giulio invece incarna proprio lo spirito del Natale: il ragazzo ha infatti saputo accogliere la protagonista non soltanto con un tenero sorriso e con un caloroso saluto, ma le ha addirittura proposto di entrare in casa per riscaldarsi un po' e per prendere un cioccolata calda. E Laura, fino a pochi attimi prima, era praticamente una sconosciuta, una ragazza più giovane con la quale Giulio non aveva mai avuto l'occasione di parlare prima di quel 24 dicembre.

Il Natale dovrebbe risvegliare in noi lo spirito di accoglienza e di solidarietà, dovrebbe accendere nel nostro animo la fiamma del calore umano.






24 dicembre 2015

"La Vigilia di Laura":


"Il sole scompare all'estremità dell'orizzonte, dipingendo nell'immensità del cielo uno stupendo arcobaleno di pace. Sorge la luna piena, bella, luminosa, brillante più che mai. Nascono le stelle, allietate dal canto della brezza. I rami degli alberi spogli oscillano dolcemente e sperano, trepidi e concitati, nella rinascita della Natura, nel rinnovo di una nuova vita.

Anche gli elementi naturali provano delle sensazioni.
Laura lo sa, lo ha sempre saputo. Anzi, diciamo che lo ha sempre pensato, fin da piccola. Ed ora eccola qui, appena ventenne, che cammina lentamente lungo suggestive strade di campagna poco lontane dal paese in cui vive. «E' la Vigilia di Natale e in un giorno come questo anche gli alberi, anche i fili d'erba, anche gli uccelli hanno il diritto di anelare ad una futura rinascita» dice a se stessa.
Laura è sempre stata una romantica. E anche una nostalgica della stagione primaverile. La primavera la mette di ottimo umore: i germogli, il canto degli uccelli (soave sveglia mattutina!), le farfalle che sfiorano tenere margherite...
Il passatempo di questa giovane ragazza è proprio camminare lungo piacevoli sentieri di campagna e osservare attentamente ciò che la circonda. Per Laura, anche l'inverno ha un suo fascino. E infatti lei adora sentire i suoi passi che calpestano la neve che copre il terreno.
Cammina da sola, in compagnia dei suoi molteplici pensieri. Cammina lentamente, ricordando tutto ciò che questo 2015 le ha riservato.
Le nuvole percorrono placidamente le vie di un cielo che si oscura sempre di più, di minuto in minuto, di secondo in secondo. Una fredda folata di vento penetra nei suoi grandi occhi, limpidi come le cristalline acque di un torrente di montagna.
«La mia povera nonna non c'è più. Sorrido spesso per farmi forza, cerco di nascondere agli altri il mio dolore anche se avrei una gran voglia di piangere.»
Nonna Amelia... com'era dolce e tenera!! Un validissimo punto di riferimento per Laura, proprio un'ottima consigliera. Quanti interessi coltivava la cara nonna Amelia!
E' volata in cielo pochi giorni fa, il 16 dicembre, a causa di una terribile malattia.
Ma il sorriso pieno di dignità di Nonna Amelia riusciva a rischiarare il cuore della giovane ragazza, come un raggio di sole che si fa strada tra nuvoloni minacciosi. Sì, era dignitosa Nonna Amelia... affrontava il dolore fisico e spirituale con ironia, con serenità e mai con rassegnazione. Anche se sapeva bene che non sarebbe arrivata al 2016.
Tutti quei momenti trascorsi a tenerle la mano in un letto di ospedale, a raccontarle delle lezioni di arte, letteratura e storia all'Università, a riferirle i suoi significativi miglioramenti nel tennis, a parlarle di quanto sia bello e importante essere una dei volontari del Comune che si rendono disponibili ad aiutare alcuni bambini nei compiti dopo la scuola. Il volontariato... significativa esperienza che regala a Laura innumerevoli soddisfazioni!
La ragazza ripensa poi agli ultimi giorni di vita di Nonna Amelia: soltanto la maschera dell'ossigeno  la teneva in vita. Povera nonna! In quei giorni, nonostante fosse quasi completamente senza voce le sussurrava:
«Laura, sei sempre più bella. Mi ricordi quello splendido cielo stellato che c'era in quella calda notte d'estate in cui sei nata. »
«Nonna, perché te ne sei andata? ». Laura non riesce ancora a farsene una ragione. Ora sì che le vengono davvero le lacrime agli occhi. Per la prima volta. E, stanca, addolorata e impotente, si siede sul suolo nevoso: con le mani copre il suo viso per attutire i singhiozzi.
«Nonna, dove sei? E' tutto diverso da quando non ci sei più... Mi manchi.»
La fredda brezza soffia costantemente e fa rabbrividire le foglie degli alberi sempreverdi.
Laura alza gli occhi lucidi verso il cielo: per la prima volta si accorge che la luna è piena e che le stelle la circondano liete e festose. Forse per la prima volta, si rende conto che anche per lei è arrivato il 24 dicembre, che anche lei ha il legittimo diritto di attendere un anno migliore, di sperare in una primavera interiore. E allora, con il suo sorriso sveglio e mite, si alza e riprende a camminare. Cammina più velocemente, per combattere i brividi di freddo.

E' così intenta a camminare in avanti, che quasi non si accorge di una voce allegra che la saluta calorosamente: «Ciao, Laura!! Cammini da sola con questo freddo e a quest'ora??!»
Laura si gira lentamente verso destra. Sorride tra sé, perché non si è accorta di essere arrivata proprio di fronte alla casa di Giulio, il ragazzo che suona l'organo ogni domenica mattina, durante la messa. Laura però lo conosce soltanto di vista.
Lentamente, la ragazza varca il cancello aperto di quella casa di campagna. Giulio ha appena terminato di decorare con luci e festoni un grande albero di Natale che troneggia al centro del giardino innevato.
«Bravo, è venuto bene! » gli dice Laura, indicandolo.   
«Ti ringrazio. Ho avuto tempo di montarlo soltanto adesso».
«Eh, meglio tardi che mai...d'altra parte, l'importante è che il Natale dimori nel tuo cuore tutto l'anno e non soltanto il 25 dicembre.»
Mentre Giulio la ascolta attentamente, le sue pupille si dilatano: gli è sempre sembrata bella, originale e riflessiva quella ragazza che cammina lungo i corridoi dell'Università e che, come molti fedeli in chiesa, canta al suono dell'organo. Solo che questa è la prima volta in cui ha l'occasione di sentire soltanto la sua voce; una voce giovane ma al contempo seria, tipica di una giovane che mentalmente dimostra più anni di quelli che di fatto ha anagraficamente.
A stento trattiene il desiderio di accarezzarle i suoi boccoli castani, le sue guance rosee.
Da ragazzo sensibile qual'è, nota i suoi occhi ancora lucidi di pianto e le dice:« Laura ascolta... io... forse non è molto corretto da parte mia dirtelo perché ci conosciamo poco, ma purtroppo ho saputo e... e ci tenevo a dirti che mi dispiace davvero molto per tua nonna. Rispetto il tuo dolore».
«Dai, cerca di non pensarci. Era vecchia e molto malata». Mentre parla, Laura volge lo sguardo dall'altra parte: odia piangere di fronte a un ragazzo più grande di lei. Anzi, odia piangere di fronte a chiunque. La sua paura più grande? Che gli altri la considerino fragile.
Sospira profondamente, e aggiunge: «Però mi manca moltissimo... Non sai quanto mi manca... Ad ogni modo grazie. »
Laura trattiene le lacrime e osserva quel simpatico ragazzo che le sorride teneramente... ed è come se lo vedesse per la prima volta. Lo vede per la prima volta! I capelli neri come la notte che gli incorniciano il viso sorridente, gli occhi che ricordano la spontaneità e la sincerità di un bambino...
«Laura, siccome fa decisamente freddo ed è quasi buio e sono appena le cinque, pensavo di proporti di entrare e di offrirti una cioccolata calda. Poi però prendo la macchina e ti riaccompagno a casa io».
Con un sorriso che va praticamente da un orecchio all'altro, Laura gli dice: «Va bene, grazie. Allora entriamo! » e le lacrime di dolore si trasformano in lacrime di commozione."

 Questo è un breve racconto che vi propongo, come occasione di riflessione sulle festività che tutti stiamo vivendo in questo periodo pieno di luci sfavillanti e scintillanti, di tranquillità, di (meritato) riposo, di affetto in famiglia e tra amici.
Non è certo un'opera letteraria, lo ammetto. Però ci ho messo molto sentimento, perché la protagonista è molto simile a me.
Magari ai più invidiosi e arroganti tra voi lettori sembrerà un raccontino banale che viene dalla mente di una povera stupida che merita soltanto di essere derisa proprio perché mette l'anima in tutto ciò che fa.
Ma ricordatevi questo: io l'ho pensato, io l'ho scritto, io l'ho trovato degno di essere postato su questo blog, a me piace. E i miei lettori più sensibili apprezzeranno sicuramente i miei sforzi.
Non riuscirete MAI ad avvilirmi con i vostri commenti cattivi, con le vostre prese in giro, con i vostri pettegolezzi. Non riuscirete mai a farmi smettere di scrivere, MAI!
Non potete giudicarmi negativamente ogni volta che esprimo la mia tristezza per la morte di qualcuno che mi stava molto a cuore! Non ne avevate il diritto tre anni fa, quando è scomparso mio nonno Francesco e non ne avete il diritto nemmeno adesso che non c'è più nemmeno la mia cara Gabriella!
Anche perché ve l'assicuro per esperienza personale: il dolore per la morte di un amico o di un parente che era molto malato non ti abbandona mai. Impari a convivere con il dolore della perdita, ma questo sentimento non ti abbandona mai: col tempo riesci a controllarlo ma vive sempre con te, in una sorta di simbiosi.

Riflettete tutti su una frase che pronuncia Laura: "L'importante è che il Natale dimori nel tuo cuore tutto l'anno e non soltanto il 25 dicembre". Sì. Il Natale è solidarietà, sensibilità, rispetto reciproco, condivisione, accoglienza...
Da anni nutro una particolare simpatia per il nome Laura. Nato in epoca medievale, a mio avviso, si addice alle bambine, alle ragazze e alle donne miti, dolci, pazienti, riflessive, intelligenti.
Nel giorno del mio sesto compleanno, mio zio Vincenzo mi aveva regalato un piccolo libro intitolato: "La stella di Laura"... Questo è stato il  primo libro che ho letto. Laura era una bambina dolcissima e, come me, amava affacciarsi alla finestra per contemplare il cielo. Una notte però aveva visto cadere una stella sull'asfalto della strada. Allora, indossata la vestaglia, era corsa fuori, aveva portato la stella con sé in camera. Però si era rotta una delle cinque punte della stella. La bambina l'aveva riunita con un cerotto e poi aveva preso una serie di palloncini colorati per aiutarla a ritornare in cielo.
Mi era piaciuta moltissimo questa storia.


Che questo sia dunque un Natale che faccia riflettere alcuni di voi su quei valori che tutti dovremmo adottare e applicare 12 mesi su 12!


13 dicembre 2015

L'invidia: che brutta bestia!!

6 dicembre 2015

Il Carpe diem tra Ungaretti e Shankman:


AVVERTENZA NECESSARIA! Questo post è emotivamente potente e ... tosto. Non voglio spaventare nessuno, ma mi sembra giusto scriverlo qui sopra, dal momento che si parla del dolore, della morte, della precarietà dell'esistenza umana... però, nonostante tutto, queste riflessioni sono finalizzate anche a valorizzare l'importanza di: 
1) Vivere con intensità ogni giorno che la vita ci regala.
2) Amare coloro che ci stanno vicino, anche nei momenti più difficili.
3) Impegnarsi con tutte le proprie forze per costruire un mondo migliore.

Confronterò alcune liriche del poeta Ungaretti con alcuni spezzoni tratti dal film di Shankman "I passi dell'amore". Questa commovente opera cinematografica è diventata la mia filosofia di vita.  Ah, alcune poesie di Ungaretti le conoscete già molto bene anche per il fatto che le ho inserite in altri post, quindi magari sbufferete un po'... Però io non mi stanco mai di riflettere sui contenuti di un certo tipo di lirica, ovvero, di una poesia carica di dolore ma che inneggia comunque all'amore e alla speranza. Ungaretti è il mio poeta preferito e alcune sue poesie sono ritenute da molti tra le più suggestive della letteratura italiana.


 SONO UNA CREATURA:

Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
Così totalmente
disanimata

Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo


Il poeta si trova nei pressi di Gorizia, al Monte San Michele del Carso, teatro di sanguinose battaglie durante la Prima guerra Mondiale. Egli concentra tutta la sua efficace espressività sull'immagine di una pietra che, oltre ad essere fredda e dura è anche prosciugata e refrattaria.
Ungaretti si paragona ad una pietra prosciugata, aggettivo che probabilmente allude al radicamento dell'uomo nella contingenza della guerra, cui si oppone, in componimenti come "I Fiumi", l'immagine dell'acqua, la quale indica l'unione e l'armonia tra il singolo e i suoi simili, tra l'uomo e l'Universo e addirittura, oserei dire, tra l'uomo e la storia. 
Anche gli aggettivi "refrattaria" e "disanimata" sono piuttosto significativi... perché è come se l'autore si dichiarasse incapace di reazione di fronte alle atrocità della guerra e "disumanizzato" al punto tale che il suo pianto "non si vede".


L'enjambement che comprende i versi 7-8 "così totalmente/disanimata", evidenzia e ribadisce il confronto fra l'enorme dolore del poeta-soldato e la pietra fredda, senza anima.
L'ossimoro finale: "la morte/si sconta/ vivendo", è una sorta di aforisma che unisce due opposti: la morte e la vita. Questa frase si ritrova anche in una lettera di Ungaretti all’amico Giovanni Papini, datata 8 luglio 1916. Il poeta gli confida, con cupa ironia: "Pensavo: c’è qualcosa di gratuito al mondo, Papini, la vita; c’è una pena che si sconta, vivendo, la morte".

Mentre pochi giorni fa rileggevo questo componimento, mi tornavano alla mente le parole di "Only hope".
Spero che voi conosciate, almeno a grandi linee, la trama del film! Non aver mai visto un film del genere è assolutamente imperdonabile!!!
Altrimenti la trovate in un post datato 13 aprile 2013 intitolato: "Bianca come il latte, rossa come il sangue e I passi dell'amore: due meravigliosi capolavori a confronto".
Questa comuque è la scena in cui, durante la rappresentazione teatrale, Jamie, canta "You're my only hope", rivolta a Landon, che l'ascolta affascinato.
Voglio precisare che, in questo punto del film, né Landon né lo spettatore sanno che Jamie ha una forma incurabile di leucemia, ma comunque a mio avviso, nel testo della canzone, vi sono frasi e parole che potrebbero benissimo essere cantate da una persona che sta per lasciare il mondo terreno e che supplica l'amante in modo tale che quest'ultimo possa aiutarla a vivere il più serenamente possibile quel poco tempo rimasto: "Quando sembra che i miei sogni siano troppo lontani, cantami ripetutamente dei piani che hai fatto per me." "Ti darò il mio destino, ti darò tutto di me, voglio che la tua sinfonia canti tutto ciò che sono." "Non lasciare mai che la paura di soffrire ti impedisca di amare".
In questo senso, per Jamie Sullivan, "la morte si sconta vivendo". (Le canzoni e la trama di quella recita scolastica erano state create da lei, tra l'altro!)



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SERENO:

Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle

Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore del cielo

Mi riconosco
immagine
passeggera

Presa in un giro
immortale

Ungaretti contempla il cielo stellato: ai suoi occhi appaiono numerose stelle che gli si rivelano "a una / a una".
In questa poesia è palese la ricerca di armonia con la natura. Tuttavia, a questa aspirazione si contrappone la consapevolezza della finitezza della vita umana che è una "immagine / passeggera / Presa in un giro / immortale".
Vi sono nel componimento due distinti campi semantici: il primo è, costituito da vocaboli inerenti all’atmosfera: "nebbia", "fresco", "stelle",  mentre il secondo è riferito alla condizione umana dove "immagine passeggera" si contrappone a "giro immortale". L'esistenza umana viene definita come irrimediabilmente "passeggera" , fragile, mentre la Natura, anzi, l'Universo è "immortale".

Sentirsi parte dell'immenso nell'osservare il cielo notturno... ricordo l'episodio del film in cui Landon e Jamie escono a cena fuori per la prima volta: verso la fine della serata, la ragazza gli dice: "Come puoi vedere posti come questo, passare dei momenti come questi e non credere? E' come il vento, non lo vedo ma lo percepisco... Percepisco la meraviglia, la bellezza, la gioia, l'amore... è il centro dell'Universo!"
Solo se ci si immerge in un profondo contatto con il cosmo si provano sensazioni indescrivibili ma positive, che ci rendono consapevoli della nostra piccolezza e fragilità ma che comunque ci permettono di sentirci in sintonia con la Natura.


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 VEGLIA:

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita



In questa poesia il protagonista è chiamato a confrontarsi in modo diretto con la morte di un commilitone. Nella prima parte del componimento compaiono soltanto dei participi passati molto efficaci, che rappresentano la situazione con crudezza e drammaticità: "buttato", "massacrato", "digrignata", "volta", "penetrata". I versi 8-11 contengono una metafora straziante, in cui la corporalità del compagno morto “penetra” nell’interiorità del poeta.  Il termine "congestione" 
 è riferito ovviamente al colore livido delle mani di un morto: il poeta avverte la freddezza della morte e questo gli provoca un sincero senso di angoscia, che sfocia però nella "stesura" di "lettere piene d'amore", ovvero, sfocia nel desiderio di vivere e di amare. Egli inoltre comprende che non deve vivere soltanto per se stesso ma anche per tutti i compagni che sono morti durante la guerra. Perché solo il dolore più estremo più suscitare un profondo attaccamento alla vita.

Anche Jamie era una ragazza piena di vita. In effetti, finché le forze glielo permettevano, oltre a studiare si metteva in gioco con mille altre attività: cantava nel coro parrocchiale, organizzava le recite scolastiche, studiava astronomia con il suo telescopio e tutti i sabati si preoccupava di dare ripetizioni gratuite ai bambini in difficoltà.

Questa è una scena che fa veramente piangere: nel dolore, fisico e anche psicologico, la ragazza riconosce che Landon è "il suo angelo, il suo miracolo", ovvero, l'unico ragazzo che sa veramente starle vicino, che non la abbandona nei travagli e nelle difficoltà e che stimola in lei un profondo attaccamento a quel poco di vita che le rimane. Jamie sa che le sue condizioni di salute sono assai gravi e precarie; tuttavia lei vive fino in fondo la sua esperienza sentimentale. Anche se, poverina, sta morendo!



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Inserisco anche il momento del matrimonio: la ragazza ama talmente tanto la vita che accetta con entusiasmo la proposta di matrimonio di Landon.
"L'amore non è mai presuntuoso o pieno di sé, non è mai scortese o egoista, non si offende e non porta rancore (...)" Questi concetti si ritrovano anche in San Paolo, solo che qui sono un po' più semplificati dal punto di vista lessicale.


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 ALLEGRIA DI NAUFRAGI:

E subito riprende
  il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare.


Anche qui, nell’esperienza della guerra e del dolore visto come un naufragio universale, si riafferma la forza della vita: l’uomo riprende il suo viaggio per una spinta istintiva che si sprigiona dal profondo, in un’esperienza estrema. La guerra stessa è simbolo di naufragio.
Un lupo di mare, ovvero, un marinaio di esperienza, dopo un naufragio avverte il forte impulso a vivere. E ciò equivale a dire che dopo ogni evento doloroso e difficile, l'uomo sente rinascere in sé la volontà di ricominciare, di ripartire; ovvero, avverte il desiderio di vivere, di amare, di sperare, di sognare.
"Superstite lupo di mare"= "esperto di vita".

... Non trovo le parole giuste per poter spiegare quello che è il finale del film, che non lascia assolutamente il lettore con l'amaro in bocca... Dovete vedere e basta per poter capire profondamente...
La malattia di Jamie ha fatto maturare Landon, che, nonostante sia addolorato per la perdita, trova dentro di sé la forza di continuare a vivere (si iscrive a Medicina).



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