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24 dicembre 2016

Laura e Giulio a pochi giorni dal Natale:


Non so se si possa chiamare veramente racconto questo scritto che sto per proporvi. Sicuramente si tratta di riflessioni significative e belle.
Sarò sincera fin da subito: le ho scritte la notte scorsa di getto, su un quadernino perché ero proprio in preda ad un'ispirazione alla quale il mio cervello e il mio cuore non hanno potuto resistere. 
Ho terminato la stesura stamattina prestissimo (poco dopo le 2!). Alcune ore dopo, l'ho riletta un paio di volte e ne ho apportato alcune piccole modifiche. E adesso mi ritrovo qui a riscriverla in formato digitale per voi.

NOTA IMPORTANTE: Pensieri dedicati soprattutto a Luca, il mio migliore ed unico vero amico.


RACCONTO/RIFLESSIONE DI NATALE:

Parte prima-Laura:  
(questo è stato più che altro un esercizio introspettivo su di me, in terza persona però!)

Le acque del fiume scorrono placide e tranquille.Accarezzano le rocce e bagnano le esili foglie di piccoli alberelli allietati dal flebile canto della brezza. All'orizzonte il sole tramonta lentamente. I suoi riflessi dorati illuminano il percorso delle acque e ingentiliscono le forme delle vecchie case
incastonate tra dolci e verdi colline. Il cielo, attraversato da vivaci lingue di fuoco, attende in silenzio la nascita delle stelle. Laura cammina lungo le rive del fiume. Sorride serenamente mentre i suoi piedi calpestano le ultime foglie secche cadute dagli alberi. "E con oggi ho terminato le lezioni accademiche di dicembre!"- sospira- "Ciao, Università, ci vediamo nel 2017 con gli esami ormai!".                                  Giunge la sera. Laura sente vivo dentro di sé il desiderio di contemplare il fascino della sua città alle luci di un meraviglioso tramonto dicembrino.
Alcune automobili percorrono l'asfalto, sembrano indifferenti al brillante luccichio dei festoni e delle decorazioni natalizie appese alle vetrine dei negozi. Da bambina, Laura subiva il fascino delle decorazioni di Natale. Ora invece, l'arrivo del Natale costituisce per lei un'ottima occasione per ripensare ad alcuni piacevoli ricordi di infanzia. La ragazza si ferma un istante a lato del marciapiede. Dapprima volge lo sguardo verso il fiume. Poi, con un sorriso che mette ben in risalto l'espressività dei suoi occhi lucidi e trasparenti come cristalli, sussurra: "Ah, le belle passeggiate che facevamo sotto Natale nei paesini di montagna quando ero piccola!" La sua mente, con pennellate rapide e decise, dipinge allora una famiglia unita e felice: una giovane madre dai capelli dorati, un uomo alto accanto a lei che le tiene la mano mentre sulle spalle porta una piccola creaturina intenta a massaggiare i suoi capelli ricci e folti.
"Com'era bello vedere il mondo seduta sulle tue spalle, papà!", pensa Laura con un pizzico di nostalgia. "Luoghi inviolabili, della memoria... soltanto gli orli un po' sfuocati ma così indissolubili e così...troppo intensi da dirsi". Senza accorgersene, Laura inizia a cantare la prima strofa di "Dimentica", una canzone di Raf.
"Questi ricordi sono parte di me! Nessuno me li ruberà mai." Quei pochissimi ricordi che la giovane conserva della sua prima infanzia appaiono chiari e lucidi.
"In questo momento vorrei proprio essere in Trentino, magari all'interno di una piccola casetta di legno affiancata da due cipressi. Leggere a lume di candela davanti ad un caminetto le poesie più passionali che siano mai state scritte nella storia della letteratura. E lasciare fuori neve e nebbia!". La ragazza sospira nuovamente. I suoi occhi si incrociano con i rami degli alberi spogli protesi verso il cielo. "Ma secco è il pruno e le stecchite piante di nere trame segnano il sereno", recita mentalmente. Poi si dirige verso un ponte che unisce le due rive del fiume e di conseguenza due parti della città.  Lo percorre. Arrivata a metà, però, si ferma nuovamente per ascoltare la melodia delle acque che continuano a scorrere sotto di lei.
"Negli stessi fiumi scorriamo e non scorriamo, siamo e non siamo, diceva Eraclito di Efeso. E' fin troppo chiara l'allusione al tempo della vita che scorre incessantemente, perché noi siamo in continuo divenire e il presente è sempre costituito da un istante.", pensa Laura tra sé.
Una volta, Giulio le aveva detto che, secondo lui, questo concetto filosofico era stato reso molto bene in "Donnie Darko". "Hai presente quella grande porta ad arco preceduta da una grande scalinata, quella porta dalla quale entrano ed escono frettolosamente molte persone? Ecco, anche quello rappresenta il fluire della vita e il presente che ci sfugge continuamente." A volte quel ragazzo sapeva sorprenderla per davvero! Ora ingenuo e genuino come un bambino, ora invece saggio e maturo come un uomo adulto.
Percorsa da un leggero soffio di vento che penetra prepotentemente nei suoi occhi, Laura si dirige verso la macchina. Mentre percorre altre vie della città, i suoi occhi inevitabilmente incontrano quelle luminarie sgargianti che pendono dall'alto di fili elettrici.                                                          "Anche il Natale, come molte persone, ha la doppia faccia. Da una parte, le grandiose luci simbolo del benessere, del lusso ma anche dell'indifferenza verso la miseria delle popolazioni del sud del mondo, dall'altra invece... i pranzi in famiglia, i baci, gli abbracci, il calore dell'amore sincero. Ma d'altra parte, le luci sono necessarie per un clima festoso e il Natale non sarebbe Natale senza gli affetti più cari!" E con questo pensiero, Laura sale sulla sua auto e prende la strada verso casa.


Parte seconda- Giulio:
Non me ne sono accorta mentre scrivevo, ma poco prima di addormentarmi. Questa parte è scritta un po' alla Joyce, nel senso che vi sono alcuni scarti dalla terza alla prima persona e di conseguenza improvvisi scarti di focalizzazione, da esterna a interna. Quel che è buffo è che non l'ho fatto intenzionalmente! Ho pensato mentre chiudevo gli occhi: "Oddio! Nella parte di Giulio ci sono salti di focalizzazione!" e un secondo dopo: "Beh, meglio così, sono venuti bene".

 Le stelle sono già alte e risplendono al di sopra della tacita campagna. La luna piena illumina i tetti delle case e crea le ombre degli alberi sulla fresca erba. 
All'interno di una casa, di fronte al divano del salotto, c'è un grazioso presepe meccanico in cui le pale dei mulini a vento si muovono e il canto del gallo annuncia l'inizio del giorno, secondo ritmi ben precisi.                                                                                   Su una poltrona, accanto ad un abete decorato con eleganti fiocchi rossi, un ragazzo, assorto e zelante nello studio della musica, fa vibrare con un archetto le corde di un violino. Le struggenti note del preludio della Traviata si diffondono nella calda atmosfera della stanza. E' una delle melodie preferite di Giulio: l'andamento malinconico gli ricorda sempre quel famosissimo dipinto di Friedrich intitolato: "Viandante sul mare di nebbia", con l'uomo visto di spalle e un paesaggio marittimo avvolto in un leggero manto nebbioso che avvolge in un abbraccio cielo, terra e mare.                                                                           Il ragazzo, ogni volta che suona questo preludio, immagina di trovarsi sulle rive del mare in una fredda e grigia mattina di inverno a contemplare un'aurora un po' offuscata da una sottile nebbiolina. Laura però non lo interpreta così... Laura! Ma quanto è sensibile quella benedetta ragazza!! Ogni volta che le suono questo preludio le viene da piangere e mi dice: "Penso ai bambini rimasti orfani a causa dei bombardamenti, abbandonati a loro stessi". 
Giulio è decisamente geniale: mentre i suoi occhi svegli seguono attentamente lo spartito e le note sul pentagramma, mentre le sue mani bianche danno vita a quel piccolo strumento a corda in contatto con un archetto, ride dolcemente tra sé pensando alle lacrime facili della sua cara amica. 
Ad un tratto però, una voce lo interrompe: "Giulio! Per favore, vieni nella camera del nonno." Il ragazzo lascia malvolentieri il materiale musicale per raggiungere l'altra stanza, in modo tale da poter obbedire al richiamo della madre. "Giulio! Mancano tre giorni a Natale, potresti suonare qualcosa di più natalizio della melodia di un'opera di Verdi!"
"Mamma... nulla è più natalizio della Traviata". Allo sguardo un po' perplesso della madre, il giovane aggiunge sorridendole: "L'ha detto Laura!"
"Dille che venga a trovarci durante le feste. Io ora corro in ospedale, fai compagnia al nonno". 
Giulio si avvicina al letto del nonno che lo osserva con i suoi grandi occhi, azzurri come un limpido cielo d'estate.
Poverino! E' completamente infermo, a letto. Mangia come un uccellino ed è privo di forze. Eppure, come fa a sorridermi così? Possibile che sia proprio io per lui un motivo di gioia? Povero nonno! Gli rimangono ancora pochi mesi di vita. Lo scorso anno è morta la nonna di Laura e tra poco se ne andrà anche il mio. 
"Tua mamma... tua mamma sta facendo un sacco di sacrifici per te, per me, per questa famiglia! Con dei turni estenuanti all'ospedale." Giulio prende una mano del nonno, la accarezza e se la appoggia su una guancia. 

Nonno, che vita difficile hai avuto anche tu! Da ragazzino vivevi nell'inferno della guerra civile italiana. La guerra ha ucciso tuo padre. Tu, il maggiore di cinque fratelli, subito dopo la quarta elementare, sei dovuto andare nei campi a lavorare per mantenere la famiglia.                                                       "Testa piena di pensieri, Giulio?" Il nonno lo scruta in modo un po' curioso e un po' interrogativo.
"Nonno, come trascorrevi il Natale quando eri ragazzino?" A quella domanda, gli occhi del nonno si illuminano, divengono brillanti come quel fascio di luce lunare che illumina le loro mani solidamente intrecciate.
"Quando ero ragazzino non c'era tutto questo lusso..." e, nel dirlo, con un cenno di capo indica tutti i mobili che arredano la camera. 
"Alla Vigilia, dopo una cena molto frugale che consisteva in un po' di minestra con un pezzo di pane, andavamo in chiesa ad ascoltare il parroco. Poi ci si scambiavano gli auguri. La notte di Natale era la più bella dell'anno! La mattina di Natale, se durante la notte era nevicato, io , i miei fratelli e i miei cugini scendevamo in strada a giocare con la neve..." 
Sul viso di Giulio è stampato un placido sorriso, un sorriso pieno di vita e di tenerezza. La sua mente lo riporta per alcuni istanti alla sua infanzia, quando, durante il periodo delle vacanze natalizie costruiva con suo padre un grande pupazzo di neve in mezzo al giardino.
Ma le parole del nonno lo riportano al presente. "Avevo imparato a memoria una bella poesia di Natale di Umberto Saba. Ma ora ricordo soltanto alcuni versi che dicevano:
Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso,
dato al povero e al ricco.
Gesù, fa’ ch’io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza."

Le mani di Giulio, che poco prima erano fredde, sono ora calde come quelle del nonno che continua a stringergliele. 
Mentre fuori, un freddo vento soffia e scuote i rami secchi degli alberi, come se volesse infondere in loro la speranza nell'arrivo della primavera.


I miei auguri di Buon Natale a tutti voi, ma con un consiglio: non andate in discoteca stasera. Dico sul serio! Andate a vedervi la Traviata. Non a teatro, ma su Youtube. Commuovetevi, emozionatevi, perché è vero, Violetta Valery è una figura natalizia. E' una donna buona e generosa che per amore compie un grande sacrificio. La trama già la sapete, perché l'avete letta su questo blog all'inizio del mese. Se non capite alcune parole letterarie o rese un po' incomprensibili dai cantanti, non preoccupatevi. Emozionatevi e basta.

Qui sotto vi lascio una canzone romantica di Michael Bublè (Cold dicember night). Io la adoro!




16 dicembre 2016

I sentimenti dei bambini da poco immigrati in Italia:


 Prima di scrivere a proposito dei piccoli clandestini giunti da poco in Europa e fuggiti da situazioni di guerra, persecuzioni, fame ed epidemie, vorrei ricapitolare quanto detto una settimana fa.
Vorrei che questi ultimi post di dicembre costituissero per voi lettori delle lezioni dalle quali apprendere non tanto i contenuti quanto piuttosto i buoni sentimenti. 
Raccontare su un blog anche avvenimenti e situazioni attuali dovrebbe risvegliare nei lettori attenti dei buoni propositi come: accantonare i pregiudizi nei confronti del diverso, riflettere, ragionare e compatire prima ancora di giudicare chi adotta dei comportamenti scorretti e impegnarsi nella quotidianità per costruire una società migliore.

Dunque, io fino a un mese fa ignoravo la tristissima vicenda di Amanda Todd. L'ho appresa durante un incontro vicariale organizzato nei locali parrocchiali del mio paese. Per questo ringrazio di cuore Don Giovanni Fasoli, relatore di quell'incontro, sacerdote molto impegnato in progetti didattici
soprattutto nelle scuole medie e superiori. La sua relazione, basata soprattutto su video e proiezioni, mi ha ulteriormente stimolata a riflettere su un argomento drammatico e di grande attualità come il cyberbullismo... e sì, comunque continuo a pensare alle varie forme di bullismo online. Questo accade non soltanto perché in qualche modo l'ho subito anch'io, ma anche perché mi annichiliscono sia l'indifferenza sia la mancanza di sensibilità di molte persone che popolano questa società malata.
Un paio di mesi fa, una donna madre di famiglia che si è dichiarata cattolica praticante ha detto che, secondo lei, Tiziana Cantone non meritava nemmeno il funerale in chiesa.
E questi sarebbero i cristiani-modello??!!! Ovvero, gente che giudica, che disprezza e che non cerca nemmeno lontanamente di immaginare il dolore di una madre la cui figlia si è suicidata!
Maria Teresa ha cresciuto quella figlia da sola. Probabilmente avrà fatto del suo meglio per cercare di darle serenità, ma quella figlia soffriva comunque. "Chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo?", è scritto sul Vangelo. Questo non è forse tra i princìpi cardine del cristianesimo?! Ma chi sono i cristiani? Gente che umilia e che non ha un minimo di umanità verso chi soffre?! Non dovrebbe assolutamente essere così!!
Io ho subito la 3° forma!  :'(:'(:'(:'(

Vorrei inoltre precisare che i social non sono stati creati per deridere le persone, quanto piuttosto per mantenere le relazioni tra le persone. I social non devono essere i luoghi (virtuali) delle cattiverie più inaudite.

E ora, per concludere davvero l'argomento e dedicare la mia attenzione al tema già enunciato dal
titolo, lancio una provocazione ai ragazzi, ma soltanto ai ragazzi (sto riportando praticamente le parole di Don Giovanni): "Una ragazza che si fotografa o si fa fotografare nuda voi la considerate  una poco di buono. Ma è soltanto una ragazza sciocca o... secondo voi c'è molto altro dietro, come per esempio delle carenze affettive e relazionali?"

Io stavolta non rispondo. Basta! Mi sono risposta da sola a questa domanda molte volte nel corso del 2016. Ora tocca a voi riflettere sul discorso di Don Giovanni e su ciò che ho scritto io.

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"DA UNA CASA ALL'ALTRA":

Parto da un racconto che ho trovato su un numero del giornalino intitolato: "Il Piccolo Missionario", alla quale sono stata abbonata per diversi anni. Così, giusto per calarvi nell'atmosfera dell'empatia. Per farvi comprendere bene il senso logico delle varie parti, ho suddiviso il testo in paragrafi e ho dato un titolo ad ognuno di essi.

-DA CASA MIA VERSO UN NUOVO PAESE, MENTRE L'ARCOBALENO VINCE IL TEMPORALE:

"C'è stata la guerra, qui da noi. C'è stato fumo e fuoco. La pioggia cola ancora come sangue e macchia la città. Adesso nasce un vento che solleva una gran nuvola di sabbia. Poi viene il temporale. Sotto i fulmini vanno macchine nere, cupe, fredde, tutte in una stessa direzione. Come se scappassero. Solo la mia saluta, fa ciao con il parabrezza in faccia al sole anche se il sole si è nascosto. 
A Fulmine risponde Arcobaleno. Siamo arrivati finalmente. L'Arcobaleno tocca la mia auto e io lo rovescio in tutta la città. Chi guida frena a fondo e lascia che il colore invada tutto il mondo. La macchina si ferma ed esco dal bagagliaio. Sono in questo nuovo Paese adesso. Non piove più, niente guerra e... si è fatto tutto chiaro.

-SIAMO BAMBINI CON I PIEDI PER TERRA, MA CON UNA GRAN VOGLIA DI VOLARE:

Abbiamo occhi senza sguardi, occhi che vengono da lontano, che salgono come dal fondo del mare. Che hanno dentro sole e luna, mare e foreste. Camminiamo con la testa bassa e con le mani incrociate dietro la schiena. Poi, improvvisamente, senza una ragione apparente, ci mettiamo a correre, ci prendiamo per mano e cominciamo a correre. E finalmente cominciamo a volare, leggeri, senza peso. Come uccellini sopra un ramo. Guardiamo il cielo che sembra smaltato di fresco e sorridiamo. Le nuvole ci guardano stupite, si chiedono chi siamo e quasi ci toccano le mani. 
Ma poi ritorniamo a terra, con i piedi e con la testa. Ci ricordiamo di quella barca stretta, di tutto quell'azzurro. Ci ricordiamo il sole e la paura e le stelle per lampioni. E il cielo non ci basta allora, e le nuvole nemmeno. Cresciamo qui adesso, in questo Paese che forse non ci vuole. Dobbiamo essere seri noi, molto più seri degli altri bambini. Dobbiamo essere dei bambini con i piedi per terra. Ogni tanto ci arrampichiamo però, andiamo su velocemente, ramo dopo ramo, per arrivare in cima, per arrivare lassù da dove le nuvole le vedi tutte proprio bene.
E da lassù scrutiamo il mondo, noi, seduti sopra ad un ramo. Scrutiamo il mondo come se fosse tutto nostro o come se noi fossimo del mondo. E da quassù siamo leggeri, come una nuvola o un aquilone.

-DA UN CAMPO DI ACCOGLIENZA ALL'ALTRO, COME GIRAFFE FATTE DI MALINCONIA SOSPESA: 

Il vento tocca le case e questa città si agita, respira e ogni casa danza. Danzano tutte, quelle vicine e quelle arrampicate su in collina. Io me le guardo tutte, una ad una, casa per casa e qui mi piace tanto. Siamo stretti ma al mattino bevo caffè italiano. In questa casa gialla adesso dormo io, seminascosto da una coperta bucata, in una stanza tutta piena di fiati. Ogni giorno tocco cose fresche e nuove e sono contento, anche se questa casa gialla ha le sbarre alle finestre. Anche se qui non ci lasciano mai uscire. 
Se sbircio fuori li vedo. Sembrano ciottoli su una riva, o coriandoli in un prato. Sono bambini invece, come me. Stanno tutti a giocare nel recinto. 
Adesso ci spostano, ci portano in un altro campo di accoglienza. Siamo contenti, perché i bus rossi in fila indiana sono vagoni di un trenino che ci porta a giocare chissà dove. Il sole scotta un po' sulla testa, ma noi abbiamo cappelli di tutti i colori e sotto i cappelli, pensieri segreti. Ce ne stiamo zitti a guardare la città passare là fuori. I finestrini si possono spalancare, per fortuna sono finestre senza imposte e noi gettiamo fuori il collo come giraffe fatte di malinconia sospesa, di bocche senza voce. Abbiamo orecchie lunghe da coniglio però: sentiamo tutto quello che c'è da sentire. Siamo arrivati. Ci fanno scendere, adesso."

Se un ragazzino di 12-13 anni, straniero, di origini straniere o italiano, svolgesse in questo modo un compito in classe dedicato alla tematica dell'immigrazione, con me si beccherebbe un 10L. E io, per come mi vedo, ovvero, precisa, razionale e pignola, non sarei una che regala 9 e 10 tanto facilmente.
Ma questo è il linguaggio del cuore di un ragazzino, ovvero, un linguaggio semplice, sincero e autentico, dotato di un alone di poesia.


Avete mai visto "Inside Out"?
Io un paio di volte.
Riley, la protagonista del film, ha undici anni e un giorno si trasferisce con i suoi genitori dal Minnesota (Nord degli Stati Uniti) a San Francisco. Durante il suo primo giorno di scuola, Riley, mentre racconta ai compagni la sua vita in Minnesota, scoppia in lacrime di fronte all'insegnante.
Questo avviene perché Tristezza, un sentimento che agisce all'interno del suo cervello in date situazioni, tocca i suoi ricordi-base (i ricordi di infanzia più felici che rendono Riley ciò che è, ovvero, una bambina gioiosa e serena fino a quel momento) rendendoli tristi.
La stessa cosa, a mio avviso, accade anche ai ragazzini immigrati. Certo, loro si trasferiscono dall'Asia all'Europa o dall'Africa all'Europa per cercare una vita migliore e quindi anche un futuro degno delle loro risorse intellettive e umane.
Ci tengo a precisare che non vengono qui per farsi una vacanza in Italia o per rubare il lavoro a noi giovani. (se davvero così fosse, verrebbero in aereo o con una nave da crociera, non certo su barconi precari!) Vengono qui per studiare e per cercare un lavoro onesto e dignitoso. Poi è anche vero che in certi casi incappano nelle mani della mafia siciliana che li impiega nello spaccio di droghe oppure li picchia con la frusta in alcuni campi di accoglienza (ci sono anche queste realtà, fidatevi di me: l'ho letto eh, anzi, l'ho studiato per preparare un esame).

Ad ogni modo, anche se provengono da paesi economicamente disastrati, oltre a portare nel loro viaggio dei ricordi tragici, portano con sé anche i piacevoli momenti di intimità familiare e di furtivi giochi con i loro amici fatti nei pochi momenti in cui non cadevano bombe sulle strade o sulle loro case. E capita loro di pensare ai ricordi positivi con le lacrime agli occhi, perché quello che è stato bello in un determinato luogo e in determinate circostanze non potrà tornare mai più in un luogo diverso e in diverse circostanze.

Vorrei che in questo momento riusciste a ricordarvi di Remon (casomai il link è qui: http://riflessionianna.blogspot.it/2016/04/recensione-il-mare-nasconde-le-stelle.html).
Remon fuggiva da una situazione di persecuzione religiosa. Sicuramente, nel suo prezioso bagaglio di ricordi, oltre alle angherie subite a scuola da compagni e docenti, portava anche dei ricordi piacevoli, come le cene e i pranzi di famiglia e la cara immagine della madre.
"Il ricordo più bello di mia madre è legato a quelle volte che si sdraiava a terra e io mettevo la testa sopra la sua gamba. (...)"

A questo proposito, c'è una parte del racconto che dice (inizio secondo paragrafo):
"Abbiamo occhi senza sguardi, occhi che vengono da lontano, che salgono come dal fondo del mare. Che hanno dentro sole e luna, mare e foreste."

Già. Occhi pieni di cose e di persone. Gli immigrati sono esseri umani come noi. Soffrono la nostalgia e la lontananza dalla propria patria e dai propri parenti come potremmo soffrirla noi. Portano una cultura, una mentalità, un modo originale di interpretare il mondo. Senza contare che ognuno di loro è un mondo a sé, pieno di ricchezza.
Siamo dunque tenuti ad assumere comportamenti civili di accoglienza, di ascolto, di dialogo e di rispetto!

Hanno fame poverini, devono crescere. Loro non hanno cibo e noi ne abbiamo anche troppo. E tu, caro Dio, permetti queste disuguaglianze così profondamente ingiuste?!
Ti rendiamo gloria ogni Natale per celebrare la ricorrenza della tua nascita ma dovresti venire al mondo una seconda volta per poter capire in che situazioni terribili versa il mondo del XXI° secolo!!



10 dicembre 2016

Umanità e rispetto nell'era high-tech:


E' quasi Natale. Nei quindici giorni che ci separano da questa festività cristiana, vorrei scrivere dei post dedicati alle persone che più soffrono o che comunque nella loro triste vita hanno sofferto.
Inizio con le vittime della pornografia e del cyberbullismo.

-1) La storia di Amanda Todd-

Se fosse viva adesso avrebbe esattamente vent'anni. Ma la cattiveria della gente l'ha uccisa.
Prima di suicidarsi ingoiando un'enorme quantità di candeggina, la ragazzina ha deciso di raccontare la sua storia con un video, mostrando dei post-it. Le mancava un mese per compiere sedici anni.



Poverina, poverina, poverina. Questo è il commento più umano e più intelligente che si possa fare.
Amanda era soltanto una vittima, non meritava di diventare vittima di insidiosi ricatti e di volgarità.
 "Ho deciso di raccontarvi la mia storia infinita". Già in questa seconda frase si riesce ad intuire il dolore lacerante che la pervade da tempo e che è stato più forte della vita. Quella di Amanda effettivamente è una storia infinita, fatta di travagli innumerevoli, di insulti, di emarginazione, di tentativi di suicidio.
Vi rendete conto??! Hanno fotografato e filmato una bambina di soli dodici anni!
Amanda era soltanto una vittima; è stata adescata, plagiata. A mio avviso, una dodicenne, soprattutto se in famiglia non gode di validi appoggi e ha poca autostima, certamente non può avere la maturità necessaria per poter capire che spogliarsi di fronte ad una webcam è sbagliato. Non immaginava nemmeno che la diffusione delle sue immagini potesse, circa quattro anni dopo, costarle la vita.
Amanda da piccola probabilmente soffriva, perché era figlia di genitori divorziati-risposati, che vivevano in due stati diversi dell'America Settentrionale. Non ha mai mai mai conosciuto il calore di una famiglia unita e solidale. Forse le è mancato proprio questo.
Essere chiamata "bella, splendida, perfetta" a dodici anni per lei era gratificante, per me sarebbe stato imbarazzante. A mio avviso in questo commento c'è anche una punta di invidia e di perfidia. Sono tre aggettivi che rendevano la bambina Amanda sessualmente appetibile, in seconda media. Rendetevi conto! Io a dodici anni non ero attraente per nessuno. A quell'epoca, ancora giocavo con i pupazzi e mi stavo preparando psicologicamente nel modo più sereno possibile ad uno sviluppo puberale che, nel mio caso, è stato un po' tardivo rispetto a quello delle mie coetanee.
Ad ogni modo, quel complimento è stato l'inizio della fine: è stata la pericolosa scintilla che ha favorito la diffusione delle foto e dei video su Amanda e che ha poi determinato il suo deprimente isolamento sociale.
Parto da qui per proporvi una riflessione etica: anziché nutrire odio e disprezzo nei confronti di una ragazzina tristemente famosa per foto e video hard, perché non proporle una via di "riscatto"? Amanda si sarebbe potuta salvare, se la gente intorno a lei fosse stata meno schifosa e un pochino più sensibile.
Invece di giudicarla, si poteva proporle qualche attività sportiva, creativa (corsi di scrittura, di pittura) o di volontariato. Qualcuno avrebbe dovuto dirle, in tono molto deciso ma privo di astio e di disprezzo: "Amanda, la tua bellezza sta soprattutto in ciò che hai dentro di te."

Una riflessione sulle tecnologie è il caso di farla, però: YouTube è una piattaforma "selvaggia", perché puoi trovare sia tutta la buona musica che vuoi, sia tutte le porcate possibili e immaginabili.
Per quel che riguarda Facebook e Blogger invece, io mi chiedo: ma perché, se ci sono delle regole, queste non devono valere per tutti?!
Su entrambe le piattaforme è proibito postare o caricare video con contenuti sessuali o violenti, immagini pedo-pornografiche o comunque immagini di nudità sulla foto del proprio profilo.
Perché dunque Facebook permette certe cose e ne censura delle altre?
Per esempio: lo scorso anno il social network ha bollato come "oscena" l'immagine del profilo di un professore parigino, che era sostanzialmente un nudo di Courbet. In tutta Parigi ci sono state delle ferventi proteste; secondo me invece Fb ha fatto bene a oscurarla: dicevo, nel post del 15 marzo 2016, che la definizione di opera d'arte non sempre coincide con la purezza e con la decenza. Un docente universitario dovrebbe saperlo meglio di me. C'è anche una pornografia "colta" che riflette i desideri erotici di artisti e scrittori.
Allora, caro Facebook, se censuri immagini d'arte altamente erotiche, dovresti anche impedire che un pezzo di emme (perché quello non è un ragazzo; la sua bassezza morale e la sua scarsissima sensibilità lo fanno equivalere ai suoi escrementi) crei un profilo dotato dell'immagine del seno nudo di una ragazzina.
Questa questione ci fa pensare anche alle vicende giudiziarie di Tiziana Cantone: anche nel caso di questa giovane donna, toltasi la vita appena tre mesi fa, Facebook doveva rimuovere in modo definitivo i contenuti che la ritraevano in momenti di intimità. E non l'ha fatto nemmeno su esplicita richiesta della ragazza.


Un pensiero di solidarietà va a Maria Teresa, la madre di Tiziana. Affinché questa piccola vittoria in tribunale la aiuti a trovare la forza di aprire gli occhi ogni mattina.

Non sto demonizzando i social network, non potrei mai farlo anche perché io mi ritengo una ragazza che sa utilizzarli in modo serio. 

Ora vi racconto io la mia vicenda infinita! Sia chiaro, non è tragica come quella di Amanda e non ha nulla a che vedere con pornografie e foto sconce.
Però in breve ve la racconto, in modo tale che i miei lettori più sinceramente affezionati la sappiano e che certi cyberbulli si vergognino e si rendano conto del male che mi hanno fatto. C'è tipo e tipo di cyberbullismo. C'è quello esplicito che diffonde certe foto e certi video ovunque, anche su siti porno, e c'è quello subdolo, che giudica senza riflettere e che "spettegola", anche con calunnie gravi e insulti inappropriati. Non so quale dei due sia il peggiore.
Sono nata a metà degli Anni Novanta, quindi anch'io appartengo a pieno titolo alla generazione dei "millennials", ovvero, i ragazzi che usufruiscono senza difficoltà e più volte al giorno delle tecnologie, indispensabili come il pane nella loro vita quotidiana.

Sono iscritta a Blogger da più di sei anni. Mio zio Vincenzo, in una mattina piovosa di agosto, mi aveva proposto: "E se tu scrivessi su un blog le tue riflessioni su libri, film e attualità? Sei una brava adolescente, riflessiva, potresti farlo". Io avevo accolto con grande entusiasmo quella proposta. Mio zio mi aveva aiutato con l'iscrizione. A proposito: la copertina con tutte quelle miriadi di libri che vedete ai lati di ogni post è stata un'idea sua.
Poco dopo ho compiuto quindici anni. Che bel periodo la seconda liceo: ottimi voti a scuola, post carini sul blog e... la scoperta del mio talento poetico, peraltro incoraggiato dai primi riconoscimenti letterari. I miei amici di famiglia, quando leggevano i miei articoli sul blog, addirittura telefonavano a casa per complimentarsi. "Ma come fai ad essere così bella e profonda? Sei ancora così giovane!"

Nella mia grande ingenuità, ero convinta che i ragazzi della mia età potessero capire quello che tenevo dentro, ovvero, la mia interiorità. E così avevo iniziato a diffondere l'indirizzo del mio blog a scuola. Ed è qui che ho sbagliato. Non tutti infatti possono capire un talento.
Le conseguenze negative me le ero sorbite a partire dall'anno successivo, quando subivo ingiuste calunnie sia da parte di diversi miei compagni di classe sia da parte di altre persone che conoscevo poco ma che stimavo molto. Ma quanto ero ingenua!! Si parla spesso di pregiudizi negativi, nel mio caso però si tratta di pregiudizi positivi: come si fa a considerare una classe "mitica e straordinaria" soltanto in base a un componimento poetico collettivo pubblicato sul sito della scuola da un'insegnante di lettere?
Hanno iniziato ad attribuirmi titoli ed epiteti che nessuna ragazza merita. E questo senza motivo, soltanto perché si rodevano nella loro stupida invidia.
Oltre a ciò, venivo considerata "superba" e "piena di me" per le mie riflessioni etiche di stampo leggermente filosofico, quando in realtà sono sempre stata una persona piuttosto umile e mai una volta mi sono comportata in modo arrogante con i miei coetanei. Ero buona, dolce, un po' riservata e innocua perché fino ad allora avevo sempre avuto rapporti civili con tutti, rapporti e relazioni che la mia insegnante di greco e latino di allora, la prof. Ticinelli, stimolava. Chi erano loro per giudicarmi senza conoscermi, senza permettermi di parlare in un clima sgravato da pregiudizi e da pettegolezzi?
Le calunnie si erano fatte sempre più indecenti nel corso del triennio... Certe persone facevano qualsiasi cosa per screditarmi anche agli occhi degli insegnanti, i quali peraltro, sebbene sapessero, non hanno mai fatto nulla per punirli severamente.
Ero un'emarginata. Parlavo pochissimo con i miei coetanei, perché ogni mia frase, ogni mia parola, era stata fatta oggetto di pettegolezzo e di insulse risatine.
Dopo la maturità ho dovuto prendere alcuni medicinali (omeopatici) per placare una forte malinconia che sentivo dentro. Durante l'estate infatti, continuavo a tormentarmi e a chiedermi: "Ma che cosa ho lasciato io nel cuore di quelle persone? Come hanno fatto a non capirmi?".

Ho inziato l'Università più di due anni fa. Grazie all'inizio della carriera accademica a poco a poco quell'intensa malinconia se ne é andata. Sto andando molto bene dal punto di vista del rendimento negli esami. Continuo a coltivare la mia passione per la poesia e la scrittura. Certo, delle forti delusioni relazionali le ho avute anche in questi ultimi due anni. Forse, ma sottolineo, forse, alcuni, pochi amici, comincio ad averne. Perlomeno sono buoni conoscenti. Forse, e sottolineo forse, in futuro riuscirò ad instaurare qualcosa di significativo e profondo con una persona abbastanza simile a me.
Una cosa è certa però: certi errori di estrema fiducia e ingenuità, ora che ho 21 anni, non li farei più!

Io non sono una vittima e non voglio esserlo! Sono forte, certo, però convivo con le mie frustrazioni relazionali. E anche questo si impara con il tempo.
Consiglio ai cyberbulli di non perdere tempo ad elaborare altre gravi calunnie, tanto anche Google sa benissimo che ragazza sono io. Sa che tengo un blog, che ho ottenuto dei riconoscimenti letterari, che ho pubblicato delle poesie su alcuni siti.



3 dicembre 2016

Letteratura e drammaturgia musicale a confronto:


In questo semestre accademico sto seguendo anche un paio di corsi di Storia della Musica. Non potete immaginare quanto questa nuova disciplina mi abbia stimolata a trovare significativi parallelismi letterari.
Suddivido il post in due parti: la parte A è relativa al confronto delle trame di due opere particolarmente affascinanti, la parte B invece è una breve riflessione su un'importante opera di Verdi che devo portare come programma d'esame per il modulo introduttivo della materia.


A) CONFRONTO TRA "IL RINALDO" DI HANDEL E "LA GERUSALEMME LIBERATA" DI TASSO:


HANDEL -IL RINALDO:


"Il Rinaldo" è un'opera in tre atti musicata da Handel, compositore vissuto a cavallo tra XVII° e XVII° secolo. Il libretto dell'opera è stato scritto dal letterato Giacomo Rossi, il quale, per comporre i versi, si è liberamente ispirato al poema di Tasso.

Linee generali della trama:

Siamo negli ultimi anni del XI secolo. Goffredo di Buglione conduce l'esercito cristiano contro i Saraceni. Giunto a destinazione, Goffredo riesce ad ottenere l'aiuto di Rinaldo, giovane e valoroso cavaliere templare, promettendogli, dopo la conquista di Gerusalemme, le nozze con la figlia Almirena.
Rinaldo e l'esercito cristiano penetrano in Palestina e giungono a Gerusalemme, mettendo così a rischio l'incolumità del re saraceno Argante. La maga Armida, amante di Argante, con alcuni sortilegi riesce a imprigionare Almirena nel suo castello incantato e ad attirare poi anche Rinaldo, del quale si invaghisce.
Armida è un personaggio molto negativo: ingannatrice, perfida e malvagia. Una sorta di strega malefica che istruisce delle Furie al suo servizio.
Dopo molte peripezie, Rinaldo riesce ad espugnare Gerusalemme, a catturare sia Argante che Armida e a convertirli al Cristianesimo. L'opera si conclude con le tanto agognate nozze tra Rinaldo e Almirena.

Aria di Almirena:
Qui sotto vi propongo l'ascolto dell'aria di Almirena (Atto I, scena sesta). La ragazza si trova in un locus amoenus, ovvero, in un giardino pieno di meraviglie, allietato dal canto degli uccelli.
In questo contesto quindi, la melodia dei flauti imita la piacevole realtà di un giardino popolato di creature soavi. Ho inserito anche le parole cantate da Almirena per permettervi di comprendere cosa sta cantando. Nelle arie spesso i contenuti verbali risultano indistinti e confusi, dal momento che il compositore vuole mettere in risalto attraverso la musica le sensazioni e gli stati d'animo dei personaggi.




ALMIRENA
Augelletti, che cantate,
Zefiretti che spirate
Aure dolci intorno a me,
Il mio ben dite dov'é!



TASSO E LA GERUSALEMME LIBERATA:

"La Gerusalemme Liberata" è un poema epico-cavalleresco di Torquato Tasso organizzato in 20 canti, formati da delle ottave (strofe di otto versi ciascuna).

Linee generali della trama:
Nel corso della prima crociata (1096-1099), a Goffredo di Buglione appare in sogno l'arcangelo Gabriele che gli consiglia di marciare verso Gerusalemme per poter liberare il Santo Sepolcro di Cristo dal dominio pagano. I cavalieri cristiani si mettono allora in cammino verso la Città Santa. All'interno dell'esercito cristiano si distinguono Rinaldo e Tancredi, tra i pagani invece Clorinda e Argante. Dall'alto delle mura della città, la principessa Erminia assiste allo scontro tra i due eserciti.
Successivamente, la maga Armida si serve di un incantesimo per imprigionare i guerrieri cristiani in un castello.
Riporto alcuni eventi essenziali del poema che forse conoscete o comunque ricordate, memori di alcune lezioni di letteratura alle scuole superiori: Erminia, innamorata di Tancredi, indossa le armi di Clorinda, della quale Tancredi è innamorato, per fuggire dalla città e recarsi al campo cristiano in modo tale da poter curare le ferite del suo amato. Durante il tragitto però viene notata al chiaro di luna e si trova quindi costretta a fuggire, trovando rifugio presso i pastori.
Tancredi, credendo che la donna a cavallo sia Clorinda, la insegue ma viene fatto prigioniero da Armida nel castello.
Goffredo ordina al suo esercito di costruire una torre per poter dare l'assalto a Gerusalemme, ma di notte Argante e Clorinda incendiano la torre. Poco dopo Clorinda viene uccisa in duello, proprio da colui che la ama, Tancredi, il quale non l'ha riconosciuta dal momento che l'aspetto della giovane era coperto dalla corazza.
Tancredi, oltremodo addolorato per aver ucciso la donna che amava, viene salvato dai suoi propositi di suicidio grazie all'apparizione in sogno di Clorinda.
Nel frattempo, la maga Armida è riuscita a sedurre Rinaldo con le sue arti magiche, in una selva incantata, altro locus amoenus descritto mirabilmente da Tasso.
In seguito però, due guerrieri vengono inviati da Goffredo per cercarlo e, dopo averlo trovato, lo liberano. Rinaldo, sinceramente pentito e pervaso da sensi di colpa per essersi lasciato incantare da Armida al punto tale da trascurare il suo dovere di guerriero e di cristiano, vince gli incantesimi della selva e permette ai crociati di assalire e conquistare Gerusalemme.
Il poema si conclude con la scena in cui Goffredo pianta il vessillo cristiano all'interno delle mura della città santa.


Rinaldo e Armida nella selva incantata- "Gerusalemme Liberata", canto XVI, strofe 17-23 : 


"Rinaldo e Armida", Ludovico Carracci
E' un passo che adoro alla follia! Molto sensuale, romantico e idilliaco.
Vi consiglio di leggerlo due volte: (non ci metterete moltissimo, sono soltanto sette strofe)
durante la prima lettura cercate di capire bene il contenuto, nella
seconda invece mettete come sottofondo l'aria di Almirena e immaginate di trovarvi di fronte ai due amanti Rinaldo e Armida.


 "Fra melodia sì tenera, fra tante vaghezze allettatrici e lusinghiere,
va quella coppia, e rigida e costante
se stessa indura a i vezzi del piacere.
Ecco tra fronde e fronde il guardo inante
penetra e vede, o pargli di vedere,
vede pur certo il vago e la diletta,
ch’egli è in grembo a la donna, essa a l’erbetta.


Ella dinanzi al petto ha il vel diviso,
e ’l crin sparge incomposto al vento estivo;
langue per vezzo, e ’l suo infiammato viso
fan biancheggiando i bei sudor piú vivo:
qual raggio in onda, le scintilla un riso
ne gli umidi occhi tremulo e lascivo.
Sovra lui pende; ed ei nel grembo molle
le posa il capo, e ’l volto al volto attolle,


 e i famelici sguardi avidamente
in lei pascendo si consuma e strugge.
S’inchina, e i dolci baci ella sovente
liba or da gli occhi e da le labra or sugge,
ed in quel punto ei sospirar si sente
profondo sí che pensi: "Or l’alma fugge
e ’n lei trapassa peregrina." Ascosi
mirano i due guerrier gli atti amorosi.


Dal fianco de l’amante (estranio arnese)
un cristallo pendea lucido e netto.
Sorse, e quel fra le mani a lui sospese
a i misteri d’Amor ministro eletto.
Con luci ella ridenti, ei con accese,
mirano in vari oggetti un solo oggetto:
ella del vetro a sé fa specchio, ed egli
gli occhi di lei sereni a sé fa spegli.


L’uno di servitù, l’altra d’impero
si gloria, ella in se stessa ed egli in lei.
"Volgi," dicea "deh volgi" il cavaliero
"a me quegli occhi onde beata bèi,
ché son, se tu no ’l sai, ritratto vero
de le bellezze tue gli incendi miei;
la forma lor, la meraviglia a pieno
più che il cristallo tuo mostra il mio seno.


Deh! poi che sdegni me, com’egli è vago
mirar tu almen potessi il proprio volto;
ché il guardo tuo, ch’altrove non è pago,
gioirebbe felice in sé rivolto.
Non può specchio ritrar sí dolce imago,
né in picciol vetro è un paradiso accolto:
specchio t’è degno il cielo, e ne le stelle
puoi riguardar le tue sembianze belle."


Ride Armida a quel dir, ma non che cesse
dal vagheggiarsi e da’ suoi bei lavori.
Poi che intrecciò le chiome e che ripresse
con ordin vago i lor lascivi errori,
torse in anella i crin minuti e in esse,
quasi smalto su l’or, cosparse i fiori;
e nel bel sen le peregrine rose
giunse a i nativi gigli, e ’l vel compose."


Certamente si tratta di abbracci passionali. Vorrei inoltre che teneste ben presente alcuni particolari per una più completa comprensione del passo:

1) Il poeta mette in evidenza il tema dello specchio: in esso Rinaldo vede la bellezza della maga e la esalta in modo dolcissimo e sincero. Lei si specchia, lui invece è incantato dalla brillantezza degli occhi dell'amata. Gli occhi ridenti di Armida e quelli innamorati di Rinaldo sono protagonisti della descrizione di questo idillio. Gli occhi dei due amanti rendono ancora più bello e suggestivo l'ambiente che li circonda.

2) "L'uno di servitù, l'altra di imperio/si gloria": Rinaldo si gloria della sua servitù d'amore, Armida invece del potere incantatore che ha sul cavaliere: lei si compiace di se stessa e Rinaldo di lei.

3) "Quegli occhi onde beata bei" significa, parafrasato nel miglior modo possibile: " gli occhi grazie ai quali tu, beata, rendi beato chi ti contempla".




B) "LA TRAVIATA":

"La traviata" è un dramma musicale in tre atti. Il libretto è stato realizzato dal poeta Francesco Maria Piave, le partiture musicali da Giuseppe Verdi.
L'opera si ispira al romanzo "La dame aux camèlias"- "La signora della camelie" e all'omonima opera teatrale di Alexandre Dumas figlio, scrittore francese operativo nel pieno del XIX° secolo.
Il romanzo era uscito nel 1848, l'opera teatrale era stata rappresentata per la prima volta nel 1852.





Brevi linee di trama dell'opera:
Non esporrò le differenze tra il dramma di Dumas e l'opera di Verdi, ma riassumerò le vicende principali di ognuno dei tre atti.
Ho visto la versione dell'opera rappresentata nel 2006 al "Teatro della Scala" di Tokyo e ogni volta che la vedo sprofondo in una valle di lacrime, perché è davvero davvero stupenda! A metà del secondo atto attorno a me ci sono circa 3-4 fazzoletti inzuppati di lacrime.
L'opera di Verdi è introdotta da un preludio:


Il preludio inizia in Do diesis minore e termina in Mi maggiore. Tradotto in un linguaggio psicologico-sentimentale: la melodia ha un inizio malinconico e struggente ma termina in modo abbastanza vivace. La tristezza e l'alone decisamente drammatico che caratterizzano il tema introduttivo ritornano poi all'inizio del terzo atto, quando Violetta, la protagonista dell'opera, giace malata, inferma e dimenticata dagli amici nel suo appartamento parigino. Violetta ha la tisi, malattia dei polmoni che nel XIX° secolo mieteva molte vittime soprattutto tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 30 anni.
Verdi ha creato questo preludio introduttivo che precede il sollevarsi del sipario per fissare i due poli attorno ai quali gravita l'azione dell'opera: amore e morte.

A che cosa avete pensato mentre lo ascoltavate? O meglio, che cosa avete immaginato durante l'ascolto?
A mia mamma è venuta in mente un'atmosfera fiabesca, io invece ho pensato a un bambino solo, abbandonato e infreddolito per le strade di una cittadina indifferente e insensibile. Una specie di piccolo fiammiferaio, ecco.
Questo per farvi notare che l'atto del sentire la musica è diverso da persona a persona. Non c'è un'interpretazione esatta e una sbagliata.

Atto I: Un clima festoso aleggia nel lussuoso appartamento di Violetta, una prostituta di alto bordo molto omaggiata dai suoi clienti. La serata è scandita da momenti di piacevoli conversazioni, ottimi cibi in tavola e balli. Ma ciò che più è importante, è che avviene il primo fortunato incontro verbale tra Violetta e Alfredo, giovane uomo appartenente alla classe borghese.
Proprio in quella allegra serata Alfredo dichiara il suo amore a Violetta (Atto I, scena IV): " (...) e da quel dì tremante/vissi di ignoto amor. /Di quell'amor che è palpito/ dell'Universo intero, / misterioso, altero, / croce e delizia al cor". 
Non è la sciocchezza un po' sdolcinata dell'istantanea scintilla amorosa, occhio: nel corso del primo atto Verdi e Piave ci informano che Alfredo conosceva di vista la giovane prostituta già da un anno. Non per niente ho scritto "primo incontro verbale"! 
Ad ogni modo, Violetta, la quale non ha mai avuto l'occasione di sperimentare un amore autentico, rimane certamente sorpresa nello scoprire quale grande affetto il giovane nutre per lei ma al contempo ne è anche entusiasta e felice, al punto tale che decide di unire la sua vita a quella di Alfredo accettando di trasferirsi in campagna e cambiando inoltre il suo stile di vita.
 
Mi soffermo sul valzer del brindisi della seconda scena del Primo Atto. E' famosissimo, sicuramente lo avrete sentito ancora.
In questo video vi sono le scene 2-3 e 4 del Primo Atto. E' la rappresentazione di Tokyo sopra menzionata.
Fermate pure il video quando arrivate al minuto 3.12, quello che interessa in questa parte del post è l'analisi delle parole che Alfredo e Violetta cantano nel compiere il brindisi.
Certo, Mariella Devia non è bellissima (anzi, con i boccoli sta veramente male!) e non è molto credibile come "la giovane Violetta" (nel 2006 aveva 58 anni), però è bravissima. Ci vuole sempre il massimo rispetto per un soprano di fama internazionale!



I Versi di Piave:

          Alfredo:
Libiamo, libiamo ne' lieti calici,
che la bellezza infiora;
e la fuggevol' ora
s'inebrii a voluttà.
Libiam ne' dolci fremiti
che suscita l'amore,
poiché quell'occhio al core
onnipotente va.
Libiamo, amore; amor fra i calici
più caldi baci avrà.

 Tutti:
Libiam, amor fra i calici
Più caldi baci avrà.

Violetta:
Tra voi, tra voi saprò dividere
il tempo mio giocondo;
tutto è follia follia nel mondo
Ciò che non è piacer.
Godiam, fugace e rapido
è il gaudio dell'amore;
è un fior che nasce e muore,
né più si può goder.
Godiam c'invita c'invita un fervido
accento lusighier.

Tutti:
Ah! Godiamo, la tazza e il cantico
la notte abbella e il riso,
in questo in questo paradiso
ne scopra il nuovo dì.

Violetta:
La vita è nel tripudio...

Alfredo:
Quando non s'ami ancora...

Violetta:
Nol dite a chi l'ignora,

Alfredo:
È il mio destin così...

Tutti:
Godiamo, la tazza la tazza e il cantico
la notte abbella e il riso,
in questo in questo paradiso
ne scopra il nuovo dì.
Chiaramente questo momento di brindisi si richiama alla logica oraziana del "carpe diem".
Ho trovato un sacco di riferimenti letterari soprattutto per quel che riguarda la parte di Alfredo:

1) "...che la bellezza infiora": Richiama naturalmente al concetto delle poesie di Poliziano sulla giovinezza, periodo della vita in cui gli uomini e le donne godono dei piaceri dell'amore. La giovinezza, per Poliziano è delicata e bella come un fiore, ma è fugace.

2) "e la fuggevol ora": Forse Piave, mentre scriveva questa espressione pensava al madrigale di Tasso: "Ore, fermate il volo". Il brindisi caratterizzato dal ritmo di valzer si svolge di notte, in un ambiente interno. Non soltanto Alfredo, ma anche tutti gli altri presenti vorrebbero che quell'ora, o meglio, quella notte di letizia durasse il più a lungo possibile. Ma come tutte le gioie della vita, quel momento sereno è destinato a finire e ad essere archiviato nel passato.
In quel componimento di Tasso, la notte è simbolo di serenità, di quiete. Il poeta chiede alle Ore, divinità classiche che scandiscono il Tempo, di far durare il più a lungo possibile la notte, momento in cui egli può pensare in pace e in solitudine alla sua amata Laura Peperara.
Insomma, in entrambi i casi la notte è vista come un elemento piacevole che permette di gustare i propri sogni d'amore e che quindi proprio per questo si vorrebbe durasse più a lungo.

3)"Poiché quell'occhio al core/onnipotente va." Frase che rimanda al concetto stilnovistico già elaborato dal poeta duecentesco Guido Cavalcanti: "Voi che per li occhi mi passaste il core". 
E' la concezione dell'amore che ha caratterizzato la poesia italiana per molti secoli: il senso della vista suscita sentimenti di passione che fanno battere forte un cuore innamorato. Secondo i poeti, occhi e cuore comunicano, sono tra loro in stretta relazione quando l'individuo innamorato incontra la persona amata.


Atto II:   Nel primo quadro dell'atto, Violetta e Alfredo convivono in una graziosa villa di campagna già da tre mesi. Sono felici. Lei, molto generosamente, per mantenere sia se stessa che l'amante, sta vendendo tutti i beni che possiede in città.
Una mattina però giunge Giorgio Germont, il padre di Alfredo, uomo anziano, indifferente al sentimentalismo e sinceramente fedele alle convenzioni borghesi. Quella mattina Alfredo è assente e avviene un drammatico colloquio tra Violetta e Germont padre. Quest'ultimo desidera che la giovane prostituta rinunci all'amore per Alfredo, in modo tale da non compromettere il matrimonio dell'altra figlia. Violetta, disperata e piangente, abbandona Alfredo.
Nel secondo quadro invece, durante una festa in maschera a casa di Flora, una conoscente di Violetta, Alfredo, pieno di rancore per essere stato lasciato dall'amante senza spiegazioni, insulta pubblicamente Violetta, la quale si trova in compagnia del barone, uno dei suoi clienti. Sopraggiunge però Giorgio Germont alla festa, il quale, dopo aver sentito le parole di risentimento che Alfredo ha appena rivolto a Violetta di fronte agli altri invitati, pronuncia un aspro rimprovero indirizzato al figlio.

Atto III:
Vi sembra una ripresa esattamente fedele dell'andamento che caratterizza il preludio dell'opera che precede il Primo Atto? Ve lo dico io, non lo è. Questa melodia è struggente e dolente dall'inizio alla fine, perché allude già all'atmosfera di dolore che caratterizza tutto quest'atto finale. La morte della protagonista si avvicina.



Violetta, nelle prime 4 scene dell'atto, si trova sola, sdraiata a letto, priva di forze e priva della compagnia degli amici. E' assistita soltanto dal dottore e dalla serva Annina.
Poi sopraggiungono Alfredo e Germont, entrambi addolorati e dispiaciuti: il primo per averla offesa in pubblico, il secondo per aver interrotto il loro amoroso idillio in campagna.
E Violetta spira tra le loro braccia.



24 novembre 2016

"Il sabato del villaggio", Leopardi:


Dedico quest'analisi letteraria ad una ragazza che dovrebbe aver compiuto 22 anni proprio il mese scorso.
Lo so: conduciamo stili di vita diversi e lei ha intrapreso delle scelte di vita molto diverse dalle mie. 
Nonostante ciò, proprio lei è stata quasi l'unica figura positiva che ho conosciuto nel periodo del liceo. Era l'unica che sapeva ascoltarmi con un sincero sorriso sulle labbra, l'unica che con i suoi occhioni scuri a volte mi suggeriva di calmarmi e di fare un respiro profondo quando parlavo in modo concitato e senza pause. Era l'unica che non credeva nei cattivi, stupidi e maliziosi pettegolezzi che facevano su di me perché in fin dei conti questa ragazza aveva capito molto ma molto meglio degli altri la mia interiorità. Parlava con gli occhi e non con la bocca, almeno con me.
Starle seduta accanto anche soltanto per dieci minuti era come sentirmi a casa, al riparo dalle cattiverie e dalle falsità di tutti gli altri. 



 IL SABATO DEL VILLAGGIO:

"La donzelletta vien dalla campagna,                    1
In sul calar del sole,
Col suo fascio dell'erba; e reca in mano                 3
Un mazzolin di rose e di viole,
Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.                 7

Siede con le vicine                                                  8
Su la scala a filar la vecchierella,
Incontro là dove si perde il giorno;
E novellando vien del suo buon tempo,
Quando ai dì della festa ella si ornava,                 12
Ed ancor sana e snella
Solea danzar la sera intra di quei
Ch'ebbe compagni dell'età più bella.                     15

Già tutta l'aria imbruna,                                         16
Torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
Giù da' colli e da' tetti,
Al biancheggiar della recente luna.                       19

Or la squilla dà segno                                             20
Della festa che viene;
Ed a quel suon diresti
Che il cor si riconforta.                                           23

I fanciulli gridando                                                 24
Su la piazzuola in frotta,
E qua e là saltando,
Fanno un lieto romore:                                           27

E intanto riede alla sua parca mensa,                    28
Fischiando, il zappatore,
E seco pensa al dì del suo riposo.                          30

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
E tutto l'altro tace,
Odi il martel picchiare, odi la sega                         33    
Del legnaiuol, che veglia    
Nella chiusa bottega alla lucerna,                          35
E s'affretta, e s'adopra
Di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba.                  37


Questo di sette è il più gradito giorno,                  38
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l'ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.                    42

Garzoncello scherzoso,                                          43
Cotesta età fiorita
E' come un giorno d'allegrezza pieno,                  45
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa                        50
Ch'anco tardi a venir non ti sia grave. "               51


RECITAZIONE DEL CANTO DI ARNOLDO FOA:



Prima di "addentrarmi" nei paragoni filologici e prima ancora di riferire le varie interpretazioni di questo articolato componimento, devo citare ciò che scrisse lo stesso Leopardi a pagina 532 dello "Zibaldone": 
"Il piacere umano (...) consiste solamente nel futuro. L'atto proprio del piacere non si dà. Io spero un piacere e questa speranza in moltissimi casi si chiama piacere: ciascun individuale istante dell'atto del piacere è relativo agli istanti successivi. (...) Tutti i desideri umani non sono mai assolutamente chiari, distinti e precisi; ma contengono sempre un'idea confusa e si riferiscono ad un oggetto che si concepisce confusamente. Per questo e non per altro la speranza è meglio del piacere, contenendo quell'indefinito che la realtà non può contenere."

Sembrano teorie contorte e prive di fondamento. Per poterle comprendere profondamente bisogna riflettere bene sui contenuti proposti ne: "Il sabato del villaggio".

Io ho diviso questa poesia in sette sequenze che elenco qui sotto:

1) vv.1-7: La donzelletta che ritorna dalla campagna dopo un'intensa giornata di lavoro rappresenta l'adolescente che attende con gioia ed entusiasmo il futuro, coltivando i suoi sogni. Questa giovane è dunque l'esempio del piacere proiettato nel futuro.
Vi sono due dettagli piuttosto importanti in questi versi: il primo è il fascio d'erba, simbolo del lavoro concluso; il secondo invece è il mazzo di rose e viole.
E' vero che le viole e le rose non fioriscono nella stessa stagione ma, al di là di questo preciso dato scientifico, i fiori colorati sono per Giacomo Leopardi l'emblema della festa che si prospetta.

2)vv.8-15: La vecchia seduta su un gradino della scala ricorda il suo passato con nostalgia, mentre le compagne la ascoltano. In un certo senso, io ho immaginato la vecchia come una dama abbandonata sia dalla grazia che dalla giovinezza la quale, seduta mestamente sul divano di una grande sala da ballo in un palazzo, contempla, sola e senza amante, le gioie altrui, rievocando una fresca giovinezza ormai sbiadita.
Ad ogni modo, questo è un esempio di piacere proiettato nel passato, esempio che non si trova nel passo dello "Zibaldone" citato sopra. E' utile ricordare che quella pagina filosofica è stata scritta nel 1821, da un malinconico Leopardi ventitreenne che aveva idealizzato il mondo esterno e che nutriva ancora grandi aspettative verso il suo avvenire. "Il sabato del villaggio" invece è stato scritto nel 1829, ovvero, in una fase diversa del pensiero leopardiano. Molti storici della letteratura la chiamano "la fase del pessimismo cosmico", ovvero, quando Leopardi comprende che la vita umana è caratterizzata dall'angoscia, da una vana e disperata ricerca sia della felicità che dell'appagamento dei desideri. Io invece la chiamerei "la fase della fame di vita". Leopardi non era un depresso. Era piuttosto un poeta e un filosofo che, pur avendo preso coscienza sia del dolore che del male del mondo, non si rassegnava a soccombere ad essi ma ricercava continuamente degli attimi e delle occasioni che gli dessero la possibilità di sfiorare una scintilla di gioia in mezzo a un mare di inestinguibili speranze.

3) vv.16-23: Il poeta dipinge con tratti delicati pervasi da stupore lirico un paesaggio notturno in cui le ombre, scomparse dopo il tramonto, ritornano a formarsi sotto la luce lunare. "Imbruna" è una voce poetica piuttosto frequente nei madrigali di Tasso. D'altra parte, Leopardi era un grande ammiratore dell'autore della "Gerusalemme Liberata". 
Non è però un notturno in cui è evocata l'interiorità del poeta in dialogo con gli elementi naturali. E' piuttosto un notturno "allegro e gioioso", in cui si sente il suono della campana che ravviva negli animi il desiderio di festa. (Leopardi scrive sempre "squilla" per campana).


4) vv. 24-27: Si passa dalla descrizione di un villaggio che attende il giorno di festa agli schiamazzi dei bambini in piazza. Si passa dall'attesa dell'alba di un giorno di festa alla vera e propria alba della vita, direi io. Per il poeta, la mente del bambino non è in grado di concepire il futuro come tempo dell'esistenza, anche se l'infanzia in sé è un periodo della vita che si proietta verso un avvenire indefinito.


5) vv.28-37: Vengono evidenziate l'operosità e il solerte lavoro del contadino e del falegname. "E' spenta ogni altra face" è un'espressione che, nella tradizione letteraria italiana indica una passione amorosa languente. Qui invece Leopardi le dà un significato nettamente differente, perché la inserisce in un contesto di quiete e di silenzio, contesto in cui opera il falegname. L'anafora al verso 33 del verbo "odi" è presente anche in un passaggio de: "Il passero solitario". Eccolo qui: "Odi per lo sereno un suon di squilla, odi spesso un tonar di ferree canne che rimbomba lontan di villa in villa."

Qui ho pensato anche a due passi del "Mattino" di Parini che fanno:
" Allora il buon villan sorge dal caro/ letto cui la fedel moglie e i minori/suoi figlioletti intiepidir la notte:/poi sul dorso portando i sacri arnesi (che prima ritrovò Cerere o pale/ move seguendo i lenti bovi (...)"

"Allora sorge il fabbro, e la sonante/ officina riapre, e all'opre torna/l'altro dì non perfette (...)"

Anche Parini, poeta neoclassico del XVIII° secolo, presenta gli umili come zelanti nel loro lavoro e contenti delle loro modeste condizioni di vita.

6) vv. 38-42: La domenica è un giorno di riposo; è il giorno in cui solitamente si accantona la propria vita lavorativa (fosse così anche per commesse e cassiere dei supermercati, si vivrebbe già in un mondo migliore!) per recuperare il valore delle relazioni umane. Però, la domenica non dura in eterno: dopo di lei c'è sempre il noiosissimo e deprimente lunedì che obbliga tutti a tornare "al travaglio usato". La prova schiacciante del fatto che la gioia e il piacere non sono affatto duraturi!

7) vv. 43- 51: Apostrofe "garzoncello scherzoso". Ammonimento al ragazzino che si traduce sostanzialmente in un caldo invito a godere appieno delle illusioni fanciullesche e dei propri giovanili sogni di vita. Da notare l'espressione: "età fiorita", che allude alla letizia di una ingenua e inconscia stagione della vita che non conosce, o meglio, non dovrebbe conoscere né i travagli né il dolore. 

Quanto Leopardi è vicino ai giorni nostri con questo componimento? Tutti, se pensiamo alla nostra realtà quotidiana, non possiamo dargli torto sul carattere effimero delle gioie. 

L'avevo già trascritto un paio d'anni fa in un post in cui nutrivo delle perplessità sulla filosofia di Schopenhauer, ma riporto queste frasi che ben si attengono 
all'argomento presentato:

" Ogni volere scaturisce da un bisogno, da una mancanza, ossia da sofferenza (... ); tuttavia, per un desiderio che venga appagato, ne rimangono almeno altri dieci insoddisfatti; inoltre la brama dura a lungo, le esigenze vanno all'infinito; l'appagamento è breve e misurato con mano avara. Anzi, la stessa soddisfazione finale è solo apparente: il desiderio appagato dà tosto(=subito) luogo ad un desiderio nuovo."