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29 maggio 2016

La lettera di un ragazzo a proposito degli esami di maturità:


Ho appena letto su una rivista le interessanti riflessioni di un ragazzo maturando e ve le riporto qui:

"Mi chiamo Leonardo (il nome è di fantasia) e ho 19 anni.
Fra qualche giorno affronterò l'esame di maturità. Sono preoccupato. Non per gli scritti, non per gli orali, non per i voti... ma perché si chiude una fase della mia vita e se ne apre un'altra con tanti punti di domanda.
Sono figlio della crisi economica, della disoccupazione, di quello scompiglio globale delle incertezze.
Qualcuno aveva definito "bamboccioni" tutti quelli che non erano capaci di affrontare le responsabilità, "sfigati" gli studenti universitari fuori corso, "mammoni" quelli che volevano vicino a casa il posto fisso, peraltro considerato un'illusione o una cosa monotona. Giudizi pesanti come macigni per molti di noi, capaci di togliere ogni possibilità di riscatto. Però la speranza è testarda!
Mi sforzo perciò di scovare nel passato remoto o più recente storie belle di giovani: Alessandro Magno a 23 anni aveva conquistato metà mondo allora conosciuto, Leopardi a 21 anni scrisse l'Infinito, Mozart a 13 anni suonava in modo magnifico davanti agli imperatori, Larry Page a 23 anni creò Google. La lista di chi ha espresso le sue qualità potrebbe continuare a lungo fino a comprendere anche tutti quei giovani che negli ambiti più diversi si danno da fare con serietà e fantasia senza essere sotto i riflettori: dai giovani ricercatori ai professionisti, dagli imprenditori agli artigiani, ai tanti che progettano forme di produzione innovative e sostenibili. E io? Vorrei far cambiare idea a chi dice che siamo indolenti, viziati e senza valori. Vorrei smentire i pregiudizi.
Calabresi ha ragione quando scrive:" Chi predica l'entusiasmo spesso viene guardato con sospetto perché rompe il fronte del malumore, ma rischia anche di dare coraggio a qualcuno. E questo è un rischio che vale la pena correre." Che sia questo il mio vero esame di maturità?"


Sentimenti e pensieri simili li avevo anch'io due anni fa. Sono maturata nel giugno 2014, il mio orale è stato la mattina del 25 giugno. (già trascorsi due anni, incredibile!) Sono uscita con poco più di
ottanta. Sai, Leonardo, dicono che l'estate post esami di maturità sia il periodo più bello della giovinezza, ma per me non è stato esattamente così. Certo, sono andata in vacanza in Toscana (la mia regione preferita!) e ho trascorso molto tempo con i miei familiari. Sebbene il tempo atmosferico di quell'estate particolarmente piovosa lasciasse molto a desiderare, ho approfittato di tutte le occasioni per potermi divertire. Ma non ero felice. Non mi sono mai lamentata del voto, che più o meno corrispondeva alla media piuttosto alta che ero riuscita con diligenza e con impegno a mantenere durante tutto il quinto anno. Devo dire che sono stata abbastanza brava a nascondere a coloro che mi vogliono bene miei pensieri negativi, le mie lacrime e le mie preoccupazioni. Ero tesa anche perché mi rendevo conto che quell'esame segnava la fine dell'adolescenza. Termina l'adolescenza, caratterizzata da amicizie solide e stabili come la neve a fine marzo, tormentata da quei rompiscatole di prof. poco umani che ti rimproverano quando ottieni un risultato un po' inferiore alle tue prestazioni standard.
Dunque, il quadro piuttosto complesso e contraddittorio degli stati d'animo che provavo due anni fa era il seguente: tristezza e frustrazione per non aver vissuto amicizie significative e per essere stata vittima di pettegolezzi pesanti (affrontavo tutto questo con il sorriso sulle labbra ma, dopo che tutto era finito, ero proprio scoppiata), speranza ma anche apprensione per l'imminente inizio del percorso accademico, soddisfazione per essermi arricchita culturalmente nel corso del quinquennio.

"Finisce l'aprile della vita e inizia un maggio lungo e impegnativo finalizzato al raggiungimento dell'età adulta, la vera estate della vita"- a molti poeti e letterati piacerebbe molto questa mia considerazione.
Finisce il liceo ma inizia l'università e sei costretto, volente o nolente, a divenire protagonista della tua vita in giovanissima età, perché hai appena 19 anni. Sei costretto a diventare responsabile di te stesso, del tuo presente e del tuo futuro. L'università... luogo molto strano, in cui ci sono le lezioni a frequenza libera (nella maggior parte delle facoltà è così), in cui non c'è la classe ma in cui capita di trovare circa un centinaio di studenti in una stessa aula. E soprattutto, all'università nessun professore ti "costringe" a studiare, proprio perché si aspettano e sperano che tu, ancora molto giovane ma non più ragazzino, sia in grado di organizzarti nello studio. L'università... strano periodo della vita, con tutte le sue stressanti scadenze a lungo termine. Con certi esami enormi e corposi la cui buona preparazione richiede più di due mesi di studio domestico. Al liceo studiavo come una dannata ma ora non posso certo dire che dormo sugli allori! Una media molto alta te la devi guadagnare, con i soldi, con un impegno assiduo e con la motivazione.
Però bisogna anche ammettere che, proprio il fatto di non venire interrogato ogni giorno ti permette di dedicarti anche ad altre piacevoli e arricchenti attività, oltre che allo studio.
Ci sono i gruppi di volontariato nell'ambito della cultura, c'è lo sport (necessario e importante tanto quanto lo studio!), ci sono attività ricreative o di puro svago, ci sono dei gruppi di preghiera o di riflessione su brani del Vangelo... è importante aderire anche a queste iniziative.
Certo, è fondamentale costruirsi un bel progetto di vita professionale durante gli studi accademici. Però, Leonardo, non si studia Giurisprudenza soltanto per diventare avvocati così come non si studia Lingue soltanto per diventare interpreti o traduttori così come non si studia Lettere soltanto per diventare giornalisti, editori o insegnanti. Si studia per crescere, culturalmente e umanamente. A 20 anni si è ancora in fase di formazione, giovani e freschi proprio come le rose in pieno maggio. Senza contare che è proprio questa l'età in cui si possono instaurare poche amicizie ma profonde e autentiche e in cui si può crescere insieme attraverso il dialogo e il confronto.

La lista dei giovani portenti potrebbe essere ampliata con molti altri esempi, ma già quelli citati sono estremamente significativi.
Il signor Mario Monti, quando qualche anno fa era Presidente del Consiglio dei Ministri, aveva avuto la faccia tosta di dire: "Che noia il posto fisso!".
La Grecia è nel baratro, mentre Italia, Spagna e Portogallo sono sull'orlo del baratro, in bilico, e quindi devono stare attenti a non cadere. Forse sto un po' esagerando: in Italia si vive molto meglio che in Grecia, ma comunque, lo sappiamo tutti, il nostro paese è pieno di problemi. Da anni ci troviamo in una situazione difficile, con un enorme debito pubblico.
Non si dovrebbero fare queste battute proprio in un periodo in cui si manifesta una crisi economica che non dà ai giovani delle possibilità di ottenere impieghi a tempo indeterminato!
Provate a dire una cosa del genere a un trentenne laureato, sveglio, intraprendente che sogna di sposarsi e di costruirsi una famiglia nonostante svolga un lavoro precario e faticoso, con uno stipendio piuttosto basso. Io non lo trovo rispettoso!!
Sono molti i giovani pieni di risorse fisiche e mentali, il problema è che gli adulti (e non solo i governanti) anziché classificarci con frasi lapidarie e parzialmente reali, dovrebbero riporre più stima in noi, dovrebbero valorizzare ciò che di positivo facciamo. Ad ogni modo, se molti nostri coetanei sono viziati, arroganti e superficiali la colpa è proprio di coloro che li hanno cresciuti e che avrebbero dovuto guidarli e ascoltarli di più. 
Anche ai telegiornali: si parla spesso di diciotteni che uccidono le loro madri, di studenti universitari drogati che massacrano a martellate un loro coetaneo "per vedere che effetto fa", di ventenni pornomani... Basta!! Basta davvero. Ciò che è buono raramente fa notizia e io non lo trovo giusto.

Avete presente "Vorrei ma non posto"? Allora, J-Ax a me sta anche simpatico e quella canzone non mi dispiace affatto. Esagerati i rettori universitari che volevano censurare la frase "compreremo un altro esame all'università"! Quella canzone, a mio avviso, non offende nessuno, anzi, è tutto vero! La corruzione si manifesta anche nella compravendita degli esami (pensate al figlio di Bossi, per esempio: il famigerato Trota non ha mai imparato l'albanese. Il ragazzo non parla albanese, non ne ha bisogno perché il caro paparino gli ha insegnato a parlare in contanti!)
Sarò tremenda, ma dico anche un'ultima cosa e poi chiudo: partiamo proprio da questa canzone per sfruttare tutte le doti e le qualità che abbiamo! Anche qui: Fedez e J-Ax denunciano una gioventù svogliata e senza ideali, che vive in simbiosi con l' I-Phone e alla quale viene voglia di fare sesso ogni 10 minuti.
Non mi stancherò mai di ripeterlo: se cresciamo credendo nei nostri sogni, nei nostri ideali e nei nostri progetti di vita allora potremmo tramandare dei buoni valori anche a coloro che verranno dopo di noi, ma se viviamo in un eterno presente fatto di apatia, di sbandate varie e del nulla morale, "come faranno i nostri figli a prenderci sul serio"?!









23 maggio 2016

Il tema della solitudine:


Da tempo ci sto riflettendo. Vi propongo un percorso relativo a questa interessante tematica toccando due discipline: la storia dell'arte e il cinema.
Parto dall'arte e da alcuni dipinti realizzati nella seconda metà del XIX secolo.

EDGAR DEGAS, "L'ASSENZIO":



Al di là della prospettiva obliqua secondo cui sono orientati i tavolini di marmo, si notano due personaggi trasandati: dinanzi alla donna vi è il bicchiere verde dell'assenzio, davanti al barbone invece c'è un calice di vino. Notate soprattutto le loro espressioni: entrambi hanno lo sguardo perso nel vuoto. E' vero, sono seduti l'uno accanto all'altra ma non comunicano, immersi entrambi in una solitudine da cui non riescono ad emergere. Una solitudine che in questo caso porta anche alla depressione, o meglio, ad un'incapacità di interessarsi all'altro e di intessere un dialogo con la persona che si trova accanto. L'atmosfera è pesante, il locale appare squallido e per nulla lussuoso. Il grigio chiaro dei tavolini e degli specchi al di sopra della lunga panca di legno comunica una sensazione di freddezza, di alienazione.


VAN GOGH, "INTERNO DI UN CAFFÈ DI NOTTE":


Il tema qui è molto simile. Colpisce molto innanzitutto il giallo vivo del pavimento, riconducibile al colore di un campo di grano in piena estate. Le lampade appese al soffitto sembrano quasi emanare una luce accecante, troppo chiara e luminosa. Poi, il verde olivastro del tavolo da biliardo e del bancone pieno di bottiglie sullo sfondo. L'atmosfera del locale è pervasa da una sonnolenza che costringe al sonno i clienti del locale, mentre il padrone del bar veglia in piedi, di fronte al tavolo da biliardoe soprattutto, impotente di fronte a quella solitudine che induce gli altri uomini al silenzio e allo stordimento.


DAVID FRIEDRICH, "VIANDANTE SUL MARE DI NEBBIA":


Torniamo al primo Ottocento. 
In quest'opera, un uomo si staglia in controluce su un precipizio roccioso mentre nella mano destra impugna un bastone da passeggio. Egli è solo e sta contemplando assorto il panorama avvolto da un sottile strato di nebbia che copre le fredde acque del mare sottostante. Sullo sfondo si ergono le cime dei monti imponenti, che sembrano sfiorare un cielo che si tinge dei colori della luce dell'alba.
Il viandante è certamente il simbolo del personaggio romantico, irrequieto, tormentato, alla ricerca dell'infinito rappresentato dall'orizzonte in lontananza. Egli ammira la grandiosità della Natura e, nel farlo, prende atto della sua limitatezza e della sua finitezza.
In questo caso, la solitudine non porta allo stordimento dei sensi né all'incomunicabilità, bensì alla riflessione sulla realtà della natura umana, costituita da caducità, piccola e impotente di fronte alla magnificenza degli elementi naturali e di quei fenomeni atmosferici che l'intelletto umano non è in grado di gestire.


ERNEST LUDWIG KIRCHNER, "MARCELLA":


Termino l'excursus artistico con un dipinto tedesco del 1910. 
La ragazza che vedete in primo piano era una modella e per un periodo aveva vissuto un legame sentimentale con Kirchner. Anche qui, l'atmosfera della stanza è opprimente e angusta. Domina un verde acceso, troppo acceso e troppo marcato da contorni e da righe nere (nel caso del vestito di Marcella).
La giovane, immersa nei suoi cupi pensieri, ha gli occhi socchiusi che rivelano la stanchezza e l'assurdità del vivere. E' una figura sciatta, priva di energie, pare quasi rassegnata di fronte al male del mondo. Nei suoi occhi non c'è una scintilla di speranza né di fiducia in se stessa.
In questo caso, la condizione della solitudine porta la protagonista del dipinto all'apatia, fisica e mentale.


Anche in ambito letterario ci sarebbero molti esempi da portare. Ad ogni modo, passo agli esempi in cinematografia. Menzionerò un po' di situazioni in modo sommario e non troppo approfondito. Cercherò comunque di essere il più espressiva possibile!

"Tempi moderni", Chaplin: Per chi non avesse letto la mia recensione su questo film, ecco il link: (http://riflessionianna.blogspot.it/2014/03/tempi-moderni.html). 
E' molto toccante la scena in cui la monella, dopo essere fuggita dall'orfanotrofio, cammina sola e affamata per le strade della città, con i suoi vestiti logori e con un'espressione stanca e malinconica. E' sola, senza nessuna guida, senza nessun punto di riferimento, addolorata per la morte del padre, porto sicuro anche in una quotidianità caratterizzata da innumerevoli fatiche e sacrifici.
In quella scena del film, la ragazza diviene disperatamente consapevole di essere piccola e fragile di fronte a un mondo che l'ha privata troppo presto dei genitori. E' diventata una giovane vagabonda costretta a far fronte alla durezza della vita.

"I quattrocento colpi", Truffault: Il link per visualizzare la recensione è questo: http://riflessionianna.blogspot.it/2015/03/i-400-colpi-la-cattiveria-degli-adulti.html.
Prestate attenzione alla scena finale: Antoine scappa dal riformatorio e corre, corre, corre verso il mare. Quando raggiunge la spiaggia si ferma e si volge indietro. Il suo sguardo è penetrante: negli occhi del ragazzino vi è sia una profonda inquietudine per ciò che è ignoto, sconosciuto e imprevedibile (il futuro) sia una piccola luce di speranza. La fuga per Antoine è sinonimo di libertà, libertà da un mondo meschino governato da adulti insensibili. Però, nel momento in cui egli diviene libero, sperimenta la solitudine. Quella solitudine che lo costringe a interrogarsi sul suo avvenire. Così si chiude il film. Non lo prendono, non lo prenderanno mai. Perché è corso troppo lontano, con quella tenacia giovanile che invita a reagire alla tristezza del presente.


video


"Corri, ragazzo, corri", Danquart:  Vi sarete probabilmente stancati di vederlo, comunque lo inserisco per scrupolo metodico: http://riflessionianna.blogspot.it/2015/10/corri-ragazzo-corri-pepe-danquart.html.
Jurek/Joram è solo, per la maggior parte del film: tristissima è la scena in cui si accorge di essere rimasto da solo nella foresta, dopo che i militari nazisti hanno catturato i suoi amici. E' solo quando, sdraiato su un tappeto di foglie, ascolta la melodia della pioggia che cade bagnando il terreno. E' solo quando corre attraverso i campi della Polonia per sfuggire agli spari dei soldati che vogliono catturarlo. E' solo quando scopre, a soli 12 anni e davanti ad uno specchio, che gli è stato amputato un braccio. Poverino! 
E' spesso da solo. La sua solitudine però, anche nelle situazioni più disperate, lo sprona a continuare la sua ammirevole e determinata battaglia per rivendicare il suo posto nel mondo, il suo diritto ad esistere senza essere odiato né discriminato. Il suo diritto all'amore e al calore di una famiglia. Il suo diritto a ricevere un'istruzione (che poi di fatto avrà e che sarà per lui fonte di enormi soddisfazioni).

"La grande bellezza", Sorrentino: Anche qui, ciò che è riconducibile al tema di una solitudine "positiva" è ciò che accade all'ultimo minuto. Me lo ha fatto capire il mio migliore amico con una bella e interessante riflessione. Siamo davvero in ottimi rapporti, con quel ragazzo posso intessere stimolanti discussioni culturali, soprattutto per quel che riguarda l'ambito del cinema e della letteratura. Il cinema è la sua folle passione.
Ad ogni modo, eccovi alcune frasi di un suo messaggio Whatsapp (tanto per farvi capire quanto è intelligente!) : "... E' vero, non è un ritratto fedele della Roma bene, ma non era quello l'obbiettivo. Semmai era rappresentare, almeno secondo me, la storia di un uomo infelice perché inetto e che si circonda di un nulla progammato perché il vero nulla gli fa paura. La grande bellezza di cui parla il film è la rinascita interiore, un'epifania alla Joyce."

Il finale è proprio una presa di coscienza da parte del protagonista di aver vissuto un passato all'insegna della mondanità e della vuotezza di valori. Solo alla fine infatti, il protagonista, senza la compagnia di nessuno, osserva l'alba romana con uno sguardo aperto, quasi meravigliato. Come se le prime luci del giorno fossero in grado di dargli quella forza necessaria per poter riemergere dall'ipocrisia, dalla superficialità e dalla mancanza di valori.

Eccole qui, le varie sfaccettature della solitudine, che, in fin dei conti, non è sempre una condizione negativa, almeno a mio avviso. A molte persone la solitudine fa paura dal momento che le costringe a mettersi in contatto con le proprie fragilità e con le proprie debolezze.
Gli attimi che trascorriamo da soli ci costringono a dubitare di noi stessi e a pensare al fatto che bisognerebbe vivere il presente in funzione del futuro.

La vita si costruisce giorno per giorno. Le relazioni si inventano giorno per giorno.








14 maggio 2016

La storia di Carlo Lwanga e considerazioni personali in relazione all'attualità:



"Addio ragazzo!
Del tuo limpido sorriso
non godrà più
la brillante luna
che risvegliava i tuoi innocenti desideri"



Questa è la strofa più intensa e più terribile che io abbia mai scritto! E chi legge questo blog da qualche anno lo sa bene.
Un ragazzo che muore a causa della cattiveria e dell'odio altrui... oh, questo è inaccettabile e contro natura!!!!! 
Perché ogni ragazzo ha il sacrosanto diritto di ridere, di sognare, di amare, di vivere intensamente ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo della sua vita! 

Anche questo è un post pesante, lo ammetto. Però lo scrivo comunque, dal momento che c'è un particolare collegamento con le ultime vicende di cronaca nera.
No, non voglio spendere molte parole per parlare di Fortuna Loffredo e di Antonio Giglio. La perversione, la malvagità e l'incredibile degrado morale che regnano in certe famiglie mi lasciano sconvolta, annichilita, basita.
Dico solo questo: una madre che non protegge i suoi figli da un compagno violento e pedofilo non è una madre, è un mostro.
Una madre che non si è mai accorta del fatto che sua figlia è stata stuprata ripetutamente non è una madre. E' una pita saoria (per chi non è veronese: "una polla bella e buona"!).
Non sono cattiva e non mi è mai piaciuto giudicare male le persone. Immagino l'immenso e lacerante dolore di Domenica. Però dai... come si fa a non accorgersi di nulla? Una piccolina di sei anni che subisce violenze di quel genere non può essere una bambina felice. Quindi almeno non dire in televisione che tua figlia era serena e amava la vita. 

Attualità a parte, la tristissima storia di Carlo Lwanga è poco conosciuta anche presso i cattolici.
Un modo per poterla diffondere è proprio un post sul blog, perché in qualche modo questa storia insegna agli adulti a rispettare la vita dei più giovani.
Ricordo ancora cosa diceva il commento sulla mia poesia che la giuria aveva elaborato per il Concorso "Valeggio Futura 2014":
" il ritmo cadenzato dell'ostinata denuncia addio, ragazzo. (...)"  

Io con quel componimento denunciavo l'ingiustizia della guerra, le atrocità causate dall'odio razziale... e la tragica fine di giovani vite, o meglio, di fiori strappati alla vita e all'affetto dei loro cari troppo presto e con troppa violenza. Di arcobaleni spenti dall'irruenza dei lampi e da impietose e minacciose nuvole violacee.
E allora sembra assurdo ma ho pensato proprio a questo: denunciare ciò che è male è mio compito. Ma questo non perché mi sento la miglior paladina della giustizia, dell'onestà, della purezza e della solidarietà. Soltanto per il fatto che dentro di me mi sento in dovere di farlo.
Preambolo concluso! 

CARLO LWANGA:

I molti regni dell'Uganda nel XIX secolo. Quello evidenziato in rosso era il regno di Mwanga II.
Dunque, sappiate innanzitutto che siamo in Uganda nella seconda metà del XIX secolo.

Carlo Lwanga, nato nel 1865, era il capo dei paggi della corte del re Mwanga II, il quale salì al trono nel 1884, inizialmente sostenuto dai cristiani che, negli anni precedenti avevano detestato il dispotismo del re musulmano Kalema.  
Diverse fonti storiografiche e agiografiche sostengono che re Mwanga, negli anni della sua gioventù (=e quindi prima di salire al trono), era venuto a contatto con mercanti bianchi provenenti dal nord Europa, dai quali si fece condizionare in quanto a pessime abitudini di vita.
Si dubita addirittura del fatto che Mwanga fosse nel pieno possesso delle sue facoltà mentali. Egli inoltre, beveva alcolici in gran quantità, fumava hashish ed era dedito a pratiche omosessuali. Nutriva attenzioni morbose soprattutto per adolescenti e giovani uomini operativi alla sua corte. 
E così i paggi che lo servivano alla sua corte, tutti ragazzi di età compresa tra i 16 e i 26, erano costretti, con frequenza e con regolarità, a subire violenze sessuali.

Per di più, questo re intravedeva nel cristianesimo il maggior ostacolo per le sue dissolutezze. A sobillarlo contro i cristiani furono soprattutto gli stregoni e i feticisti, dal momento che vedevano compromesso sia il loro ruolo sia il loro potere. 
La tremenda persecuzione a danno dei seguaci del Cristianesimo era iniziata  nel 1885 e la prima vittima fu il vescovo anglicano Hannington, il quale aveva cercato più volte di difendere i giovani paggi dalle attenzioni morbose del re.

Carlo Lwanga era cattolico e, per qualche tempo aveva assunto una funzione di leader tra i giovani cristiani. Naturalmente anch'egli subiva numerosi abusi e tentava di difendere i ragazzi più giovani dalle voglie perverse del sovrano.
Carlo era stato condannato a morte il 25 maggio 1886; ma non soltanto perché Mwanga II era infastidito dall'atteggiamento fervoroso che il ragazzo assumeva nel coltivare la sua fede e nel difendere gli altri paggi dalle violenze. Per anni si è creduto soprattutto a questo.
In realtà, ora è risaputo che il ragazzo era stato condannato a morte soprattutto perché si era rifiutato di sottoporsi ad un'ennesima violenza.
Con altri paggi ed altri cristiani che professavano senza vergogna la loro fede in quel buio periodo storico, Carlo era stato crocifisso e arso vivo sulla sommità di una collina.
Ecco come sono fatti i sovrani che si credono degli dei in terra. Se qualcuno rifiuta la loro tirannia per poter salvare la propria dignità viene condannato a morte.

Papa Benedetto XV lo aveva proclamato beato il 6 giugno 1920. La memoria liturgica di Carlo Lwanga ricorre il 3 giugno (... chissà quanti sacerdoti la tengono presente!...)

Morire a soli 21 anni. Rendetevi conto... 21 anni... a mio avviso, l'età in cui i ragazzi si fanno voler bene facilmente, perché abbastanza spesso presentano un' interessante mescolanza di caratteristiche: l'ingenuità di un bambino, la vivacità di un adolescente e il pragmatismo di un adulto. 
Almeno, quelli che conosco io sono così.
Violentare un bambino è un'azione disumana, schifosa, terribile. Abusare della bellezza che un ragazzo detiene dentro di sé è un mostruoso abominio.

Sentiamo parlare moltissimo di violenza fisica e piscologica a danni di bambine e ragazze. Sono avvenimenti reali e gravissimi traumi psicologici per le ragazzine, ma sappiate che purtroppo esistono anche la pedofilia e la prostituzione maschile. Non so perché però facciano molto meno rumore. Non so perché per le violenze a danno di bambine e di ragazzine si riesce spesso a trovare il colpevole, mentre per gli abusi su bambini e ragazzini il responsabile non viene individuato quasi mai e le inchieste vengono presto archiviate in una fitta nebbia di omertà.
Non sono diventata improvvisamente maschilista, è tutto molto vero, basta informarsi!
Willy Branchi per esempio... Assassinato a 17 anni in provincia di Ferrara, sulle rive del Po, perché si era rifiutato di avere rapporti omosessuali con uomini sposati che costringevano con minacce pesantissime molti adolescenti maschi della sua età a prostituirsi.
Willy è morto nel 1989. I suoi assassini non hanno mai trascorso un giorno in carcere! 
Anche la vicenda del piccolo Antonio Giglio presenta molti aspetti ancora da chiarire, al punto tale che fino adesso nessuno si è impegnato a scoprire chi veramente lo abbia scaraventato dal settimo piano del palazzo e per quale perverso motivo.
E questi sono soltanto due casi.

Ultimamente potrei risultare anche noiosa e ripetitiva come un disco rotto, però ci sono dei momenti in cui mi sento piuttosto avvilita e mi chiedo: ma possibile che nel XXI secolo, all'alba del Terzo Millennio, bisogna ancora richiamare e difendere valori elementari ed essenziali come il rispetto per se stessi e per gli altri e il riconoscimento della dignità del nostro prossimo?  Il martirio di Carlo Lwanga deve farci riflettere soprattutto su questo!

Qui, nel nord del mondo, siamo tecnologicamente avanzati, scientificamente progrediti, abbastanza tranquilli economicamente. L'analfabetismo è pressoché inesistente ormai e in effetti siamo pieni di impegni e di opportunità che possono arricchirci dal punto di vista sociale e culturale.
Eppure, dobbiamo ancora imparare il rispetto reciproco. Aggrediamo chi manifesta un pensiero diverso dalla massa, discriminiamo i poveri e gli immigrati, deridiamo la fede religiosa di alcune persone, spesso ci rassegniamo di fronte alla disonestà e alla corruzione dei politici e assumiamo atteggiamenti omertosi di fronte a gravi ingiustizie. Il rispetto... il rispetto sta alla base del vivere in modo civile e umano. Il rispetto sta alla base della generosità, della mitezza, del senso civico, del calore umano. E del riconoscimento della dignità altrui!
A mio avviso non siamo molto lontani dalla società che Bradbury descrive in "Fahrenheit 451". Innanzitutto per il fatto che si legge sempre meno e si riflette sempre meno su ciò che ci circonda. Poi, anche perché le relazioni umane sono oramai ridotte ai minimi termini: siamo quasi tutti concentrati su noi stessi, sui nostri impegni e sui nostri doveri, al punto tale che tendiamo a concedere agli altri (amici, conoscenti e familiari) dei piccoli ritagli di tempo. Abbiamo sempre più paura dei sentimenti: quasi nessuno li confida più. E così ci chiudiamo in noi stessi e nel nostro guscio, infastiditi quando qualcuno cerca di interessarsi del nostro stato d'animo. Forse siamo ancora in grado di commuoverci di fronte alle manifestazioni dell'arte e di fronte alla potenza evocativa della poesia, ma dopo quell'istante in cui si versa qualche lacrima che succede? Succede che ritorna tutto come prima, anzi, peggio di prima, dal momento che la suggestività dell'arte ci ha resi consapevoli della nostra solitudine, della precarietà dell'esistenza e magari anche della nostra vuotezza di ideali.
Ho scritto tutto in prima persona plurale. "Mi ci metto dentro anch'io", ragazza dotata anche di fragilità e di contraddizioni. E io stupida, che credevo che le mie lacrime di fronte a un libro, a un film o a una mia poesia fossero dovute soltanto alla mia dote di sensibilità!
Sicuramente c'è un coinvolgimento emotivo. Ma si tratta di un'emotività finalizzata a riscoprire la condizione della solitudine e della limitatezza del pensiero.

A volte tra l'altro penso a questa società come se fosse un castello circondato da una muraglia molto spessa e molto alta, che impedisce di scorgere l'orizzonte.

Avete presente la storia del gigante egoista? Altrimenti vi consiglio di leggerla, in modo tale da poter capire meglio questa mia immagine.




8 maggio 2016

Ibico e Petrarca a confronto:

Visto che siamo nel pieno della primavera e visto che in queste settimane sto ristudiando alla grande il programma di letteratura greca, vi propongo quest'interessante analogia tra due poeti molto lontani nel tempo.
Ah, una mia considerazione ci sta prima di presentarvi i testi: la poesia italiana rivela tutto il suo splendore ispirandosi a tematiche e sentimenti espressi già nell'antichità classica.

IBICO:

"Germogliano a primavera i Meli di Cidonia,
bagnati dalle acque dei fiumi,
là dove si apre il giardino inviolato
delle Vergini, e i fiori di vite
crescono sotto tralci ombrosi.
Ma per me Eros non dorme
in nessuna stagione:
come il vento di Tracia infiammato di lampi
infuria accanto a Cipride
e mi riarde di folli passioni,
cupo, invincibile,
con forza custodisce l'anima mia."







Ibico era nativo di Reggio Calabria, città che nel VI secolo a.C. faceva parte della Magna Grecia. Era figlio di un legislatore e nel corso della sua vita aveva viaggiato molto.
Si era trasferito a Samo alla corte di Policrate il vecchio, tiranno dell'isola che aspirava comunque a incentivare anche una politica culturale.
Non si sa molto altro della vita di Ibico, ma sulla sua morte è stata creata una curiosa leggenda (Nel lontano febbraio 2011 avevo preso 9 in un compito scritto di greco. Ricordo benissimo che la mitica prof. Ticinelli ci aveva assegnato una versione che narrava questa leggenda).
Ibico sarebbe stato ucciso da alcuni predoni e, abbandonato agonizzante sulla strada, aveva chiamato a testimonianza della sua morte delle gru che in quel momento volavano nel cielo. Un po' di tempo dopo, uno dei suoi assassini aveva dichiarato a teatro che "gli uccelli del cielo volavano come le gru di Ibico", e in questo modo si sarebbe smascherato da solo.

Secondo alcuni studiosi, la comunque lunga permanenza di Ibico a Samo avrebbe determinato un cambiamento piuttosto significativo nei contenuti della sua poetica. Nel senso che, da una lirica prevalentemente caratterizzata da tematiche mitiche sarebbe passato ad un genere per lo più erotico-romantico. D'altra parte la tematica amorosa era molto richiesta negli ambienti di corte presso gli esponenti dell'aristocrazia, unici che accedevano al simposio.
La letteratura creata nell'antica Grecia e in epoca arcaica (VIII-VI secolo a.C.) era riservata a poche elites, ma a mio parere era senza dubbio meravigliosa, perché rappresenta molto bene gli sforzi che un'antica civiltà ha compiuto per cercare di comprendere le origini del mondo e per descrivere,  spesso in modo decisamente suggestivo, sentimenti, ideali, passioni e prese di posizioni politiche.
Epica e lirica sono i generi che più adoro della letteratura greca.

Ad ogni modo, nella lirica è evidente il binomio amore-natura. Chiarisco il significato di alcune parole: Cidonia era una città che si trovava nell'isola di Creta. A dire il vero questa città esiste ancora oggi ma ha un nome diverso: La Canea.
"Vergini" è un termine che indica le Ninfe e la Tracia, regione che si trovava a nord del mondo ellenico antico, era allora considerata una regione semibarbara caratterizzata da un clima poco gradevole. La Tracia era una regione che occupava l'estremità sudorientale dei Balcani e ora corrisponde ad una piccola parte del nord-est della Grecia e alla Bulgaria meridionale.



Nella prima parte del componimento è presentato un piacevole paesaggio tipico della primavera inoltrata: crescono i frutti sui rami degli alberi, le acque dei fiumi scorrono placidamente e nascono anche i fiori di vite (io che vivo da sempre in campagna me ne accorgo: i fiori sulle viti spuntano di solito nella seconda metà di maggio).

Come in Saffo però (ricordate il frammento che diceva: "Scuote Eros il mio cuore, come vento sul monte che si abbatte sulle querce"?), anche in Ibico l'amore è un sentimento soverchiante e travolgente, un tormento che non permette tregua. E' infatti paragonato alla tempesta, elemento che contrasta tutte le immagini positive precedenti.


PETRARCA:

Zephiro torna, e ’l bel tempo rimena,
e i fiori et l’erbe, sua dolce famiglia,
et garrir Progne et pianger Philomena,
et primavera candida et vermiglia.

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Ridono i prati, e ’l ciel si rasserena;
Giove s’allegra di mirar sua figlia;
l’aria et l’acqua et la terra è d’amor piena;
ogni animal d’amar si riconsiglia.


Ma per me, lasso, tornano i più gravi
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sospiri, che del cor profondo tragge
quella ch’al ciel se ne portò le chiavi;


et cantar augelletti, et fiorir piagge,
e ’n belle donne honeste atti soavi
sono un deserto, et fere aspre et selvagge.


Non potevo fare a meno di pensare a questo sonetto, scritto nel pieno del XIII secolo d.C!
E' incredibile come, a distanza di un millennio, certe tematiche letterarie si ripetano! Reinterpretate in contesti differenti e in epoche differenti, ma comunque si ripetono. Come se si svelassero in una luce diversa!

Il componimento è stato scritto dopo la morte di Laura (oltre al 1348). Anche qui, le immagini piacevoli e positive della prima parte (le due quartine) si contrappongono alla profonda malinconia che emerge nelle terzine. E' evidente la marcata contrapposizione tra la natura, elemento esterno che accoglie tutta la vitalità della rinascita primaverile, e l'interiorità del poeta, pervasa dal dolore della perdita.

Importante notare che le prime due strofe sono intrise di riferimenti mitologici tipici della classicità greco-latina: Zefiro, vento occidentale che annuncia la primavera, annuncia l'arrivo della bella stagione. Petrarca infatti si ispira a un mito greco narrato anche nel VI libro delle "Metamorfosi" di Ovidio: Progne (Procne in greco) e Filomena erano due sorelle, la prima era moglie di Tereo, re di Tracia, il quale però abusava della cognata Filomena dal momento che ne era innamorato. Inoltre, per impedirle di riferire a Progne le violenze subite, le aveva tagliato la lingua. Ma Filomena era riuscita a comunicare con la sorella ricamando un messaggio su una tela. Progne, mossa dal desiderio di vendetta, aveva ucciso il figlio avuto da Tereo e glielo aveva dato in pasto di nascosto.

Per evitare di venire assassinate da Tereo, Progne e Filomena erano state trasformate dagli dei rispettivamente in usignolo e rondine.
Mi piace moltissimo l'espressione "Ridono i prati", come se la luce del sole fosse un sorriso radioso che si riflette sull'erba verde.


Nel verso 6 compare anche un riferimento astronomico: i pianeti Giove e Venere appaiono vicini in cielo.

Ma i suoni e i colori della natura che rifiorisce non  alleviano le sofferenze del poeta. Qualsiasi meraviglia naturale si tramuta ai suoi occhi in deserto.
Infatti Laura, morendo, ha portato in cielo le chiavi del suo cuore, rendendo dunque eterno il sentimento che Petrarca prova per lei. Un concetto che in qualche modo ricorda i suggestivi finali dei miei romanzi e film preferiti "I passi dell'amore", "Colpa delle stelle", "Bianca come il latte, rossa come il sangue".