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16 novembre 2017

La nostalgia dell'amato:

Anche questo è un argomento piuttosto ricorrente nella letteratura di tutti i tempi.
Ad ogni modo, stasera vorrei riportare e commentare una poesia di Metastasio accompagnata da una scultura greca risalente al IV° sec. a.C.

PIETRO METASTASIO E L'ARCADIA

A dire il vero il suo vero nome era Pietro Trapassi, nativo di Roma.
Ma dal momento che era entrato a far parte dei poeti dell'Accademia dell'Arcadia, gli era stato consigliato di grecizzare il suo cognome in "Metastasio".
L'Arcadia era una regione della Grecia nella quale in epoca antica era fiorito un filone di poesia pastorale (penso a Teocrito, poeta greco vissuto nel pieno dell'epoca ellenistica). Protagonisti di questo genere poetico erano dei pastori immersi in una natura idilliaca.
I poeti italiani dell'Arcadia, tutti attivi nella prima metà del XVIII° secolo, assumevano un cognome fittizio, spesso ispirato a nomi di pastori greci tramandati dalla tradizione classica. La loro è di solito una lirica sentimentale, talvolta al limite del patetico, finalizzata a eliminare l'abuso di metafore argute tipiche del periodo barocco (XVII° secolo). In tutti i loro componimenti, gli autori dell'Arcadia si fingono pastori in preda a sofferenze d'amore per una ninfa.


Questa mi è servita molto quando ho preparato sia storia greca sia dialettologia greca.
Un'occasione ulteriore per rendervi ancora più partecipi dei miei studi: l'Arcadia è al centro di quella penisola, detta Peloponneso, ad est di Zacinto, attualmente Zante.

LA PARTENZA: 

Ecco quel fiero istante;
Nice, mia Nice, addio.

Come vivrò, ben mio,
così lontan da te?
Io vivrò sempre in pene,
io non avrò più bene;

e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!
 
Soffri che in traccia almeno
di mia perduta pace
venga il pensier seguace
su l'orme del tuo piè.
Sempre nel tuo cammino,
sempre m'avrai vicino;

e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!

Io fra remote sponde
mesto volgendo i passi,
andrò chiedendo ai sassi,
la ninfa mia dov'è?

Dall'una all'altra aurora
te andrò chiamando ognora,
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!

Io rivedrò sovente
le amene piagge, o Nice,
dove vivea felice,
quando vivea con te.
A me saran tormento
cento memorie e cento;

e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!

Ecco, dirò, quel fonte,
dove avvampò di sdegno,
ma poi di pace in pegno
la bella man mi diè.
Qui si vivea di speme;
là si languiva insieme;

e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!

Quanti vedrai giungendo
al nuovo tuo soggiorno,
quanti venirti intorno
a offrirti amore e fé!
Oh Dio! chi sa fra tanti
teneri omaggi e pianti,
oh Dio! chi sa se mai
ti sovverrai di me!

Pensa qual dolce strale,
cara, mi lasci in seno:
pensa che amò Fileno
senza sperar mercé:

pensa, mia vita, a questo
barbaro addio funesto;

pensa... Ah chi sa se mai
ti sovverrai di me!

Notate che ho evidenziato in grassetto una frase che ricorre più o meno uguale a se stessa alla fine di ogni strofa. E' quello che i musicisti chiamerebbero "refrain", ovvero,una parte di testo ripetuta più volte tra una strofa e l'altra. In parole povere e semplici, è un ritornello!

La situazione è la seguente: Metastasio finge di essere un pastore chiamato Fileno, innamorato perso di Nice, l'amata che parte per luoghi lontani. 
Le tematiche che ho individuato sono tre: l'addio, il dolore e la memoria. Se osservate bene sopra le ho contrassegnate con tre colori diversi all'interno del testo.
Fileno "languente" (come mi piace questo termine!) immagina che il suo amore per Nice e il suo dolore per la partenza della ninfa si mantengano intatti e costanti nel corso del tempo, grazie anche ai ricordi dei luoghi in cui ha trascorso dei momenti felici con lei.
Ma secondo voi questa è solo tristezza mescolata a dolci memorie d'amore?
Pensate al fatto che l'esclamazione riccorrente fa così: "e tu chi sa se mai ti sovverrai di me!". 
Se il poeta è convinto di potersi mantenere perseverante nel suo innamoramento, può ritenersi altrettanto sicuro della fedeltà della donna amata? 
"Quanti vedrai giungendo/al nuovo tuo soggiorno/quanti venirti intorno/a offrirti amore e fe'!"
Fileno sa benissimo di amare una donna attraente... 
Ma la domanda allora è anche un'altra: quanto forte è radicata la memoria della loro relazione nella mente di Nice? Quanto è sincero il suo sentimento per Fileno?

L'espressione "dolce strale" rievoca un concetto assai ricorrente nella letteratura italiana medievale (poeti stilnovisti e Petrarca): la freccia d'amore che provoca ferite nel cuore dell'amante.

"Trovommi Amor del tutto disarmato,
et aperta la via per gli occhi al core,
che di lagrime son fatti uscio et varco.

Però, al mio parer, non li fu honore
ferir me de saetta in quello stato,
a voi armata non mostrar pur l'arco."

E' così che termina il terzo sonetto del Canzoniere di Petrarca.
Il forte sentimento d'amore per Laura è un "fulmine a ciel sereno": pervade prepotentemente il cuore del poeta che attraverso gli occhi viene a contatto con la donna. 


IL POTHOS DI SKOPAS:


Me ne rendo conto, è completamente nudo e spero che questo non scandalizzi nessuno!
E' una statua che risale al IV° secolo a.C.
Pothos era una divinità che rappresentava la nostalgia verso l'oggetto d'amore lontano. 
Nostalgia, e questo l'ho appreso studiando l'epica, deriva da νòστoς (= ritorno) + αλγoς (=dolore).
Il dio è totalmente inclinato su un lato, ha le gambe incrociate e le braccia (parzialmente perdute) sollevate verso un appoggio esterno, che non doveva essere costituito soltanto dal mantello.
Il suo viso, dolce, malinconico e sognante, è rivolto verso l'alto. 
Mi piace molto questa statua, perché a mio avviso si pone tra due tempi della storia individuale di ogni uomo: il passato e il futuro. 
Pothos, in questa scultura, sogna e ricorda come ogni uomo che prova dolore in assenza della persona amata: ricorda gli attimi felici vissuti e oltre a ciò, come Raf, si chiede: "L'infinito sai cos'è? L'irraggiungibile fine o meta che rincorrerai per tutta la tua vita. Ma adesso che farai? Adesso, io non so."
La sua memoria affettiva è fortemente legata al passato e il suo intelletto gli suggerisce di "preoccuparsi" del suo avvenire: vivrò un futuro felice? Tornerà lei? E se non tornerà, saprò in qualche modo costruire un bel progetto di vita? Ovviamente egli spera ardentemente di incontrarla di nuovo per poterla stringere a sé e già sogna questa eventuale scena di vita futura. 
E' la speranza che gli permette di vivere un momento che non è ancora avvenuto e che non è affatto un futuro "prossimo, programmato e certo", come le grammatiche di lingua inglese ci insegnavano a proposito del "present continuous".

Neanche a farlo apposta, l'altra notte ho sognato che mi trovavo nella stanza più alta di una torre con un ragazzo stupendo. Gli cingevo le spalle con un braccio e leggevamo le liriche di Ungaretti. 
Era una conversazione intelligente la nostra, proprio come quelle che ho avuto con più di un ragazzo nella vita reale degli ultimi tre anni.
Ad un tratto, mi sono sentita male. Ad un tratto mi sentivo stranamente debole. 
Quando mi sono alzata di scatto gli ho detto: "Devo andare, sento che non posso più restare qui!"
Si è messo a piangere. Mentre scendevo in fretta le scale, mi è corso dietro, mi ha afferrato per un braccio quasi gridando: "Ma ci rivedremo, vero?" Aveva il volto deformato dalle lacrime. 
E io, trattenendo il pianto, gli ho risposto, accarezzandogli un guancia: "Spero di sì".
Poi il sogno si è interrotto... cioè, io non mi ricordo altro.

Ad ogni modo, per chiudere il post, volevo porvi delle domande:
Il distacco da coloro che amiamo e che ci amano è sempre e comunque doloroso. Tutti, più o meno una volta nella vita, lo abbiamo provato, anche se solo per poche ore o pochi giorni.
Secondo voi, in quale modo il dolore e la profonda nostalgia per una persona che non possiamo più frequentare, lontana o morta che sia, si attenua nel corso del tempo? 

... Credo che la vita sia un dono troppo grande per poter essere consumato tutto nel pianto e nel "languore"!...

















13 novembre 2017

"Un inestimabile tesoro nascosto":


In questi ultimi mesi sto seguendo nella mia parrocchia un corso sulla "Sacra Scrittura" che mi sta aiutando a maturare ulteriormente nella fede e quindi a interiorizzare i messaggi evangelici. 
Nell'ultimo incontro il relatore ci ha proposto di riflettere su due parabole tratte dal Vangelo di Matteo.

DAL VANGELO SECONDO MATTEO
CAPITOLO 13, Vv. 44-46:

"Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra."

Praticamente ci ha detto di interpretare questo brano seguendo il metodo della "Lectio", che consiste nei seguenti punti:

1) Sottolinea ciò che maggiormente ti ha colpito e che ritieni importante. Metti un punto di domanda di fianco a quello che ti è poco chiaro.
2)Dai un titolo al brano.
3)Chiediti: cosa significa questa Parola di Dio?
4)Rileggi il brano per "fissare" lo sguardo del cuore sul Signore.
5) Vivi! Vivi ciò che hai meditato.

Ora cerco di spiegarvi come ho proceduto io nella comprensione del testo: 

 Frasi sottolineate:  "Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo"/ "(...) poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi".

Punti interrogativi: tutto il versetto 46 relativo al mercante. Va alla ricerca di perle preziose ma non appena ne trova una, vende tutto per poterla avere. Non credo sia sano di mente!

Titolo del brano: "Un inestimabile tesoro nascosto". 

LA MIA INTERPRETAZIONE:

Perdonate la mia lettura alla "Into the wild" ;-) 
Nel senso che, nella spiegazione che io ho cercato di dare alla parabola, sono contenuti tutti i valori che quel film vuole trasmettere. Me ne sono accorta soltanto alla fine dell'incontro.



Il tesoro nascosto è ciò che ha valore nella nostra quotidianità, ovvero: l'amore verso il prossimo, i nostri gesti di solidarietà, l'amore che gli altri ci riservano, l'impegno quotidiano e costante nel realizzare degli obiettivi, le nostre risorse umane e mentali, i momenti condivisi con le persone che abbiamo di più care al mondo.
"Trovare il tesoro" significa riscoprire ciò che ci dà gioia nei momenti più impegnativi e difficili, quando più che mai sentiamo il bisogno di "guardarci dentro" per poterci mettere alla ricerca di noi stessi, alla ricerca di ciò che siamo e di ciò che effettivamente desideriamo.
Però, l'uomo nasconde di nuovo il tesoro, perché siccome non vuole lasciarselo sfuggire, se lo tiene stretto. Nel momento in cui lo nasconde ha già compreso che la sua vita, senza di esso, sarebbe grigia, indegna di essere vissuta e caratterizzata soprattutto da noia, solitudine, prostrazione.
Gli atti di vendere gli averi e di acquistare il campo dimostrano un cambiamento di atteggiamento nei confronti della vita: eliminare o tralasciare ciò che è superfluo per poter aderire alla Parola.

COMMENTO DI PADRE ERMES RONCHI:

"Tesoro e perla: nomi bellissimi che Gesù sceglie per dire la rivoluzione felice portata nella vita dal Vangelo. La fede è una forza vitale che ti cambia la vita. E la fa danzare.
«Trovato il tesoro, l'uomo pieno di gioia va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo». 

La gioia è il primo tesoro che il tesoro regala, è il movente che fa camminare, correre, volare: per cui vendere tutti gli averi non porta con sé nessun sentore di rinuncia (Gesù non chiede mai sacrifici quando parla del Regno), sembra piuttosto lo straripare di un futuro nuovo, di una gioiosa speranza.
Niente di quello di prima viene buttato via. Il contadino e il mercante vendono tutto, ma per guadagnare tutto. Lasciano molto, ma per avere di più. Non perdono niente, lo investono. 
Così sono i cristiani: scelgono e scegliendo bene guadagnano. Non sono più buoni degli altri, ma più ricchi: hanno investito in un tesoro di speranza, di luce, di cuore.
I discepoli non hanno tutte le soluzioni in tasca, ma cercano. Lo stesso credere è un verbo dinamico, bisogna sempre muoversi, sempre cercare, proiettarsi, pescare; lavorare il campo, scoprire sempre, camminare sempre, tirar fuori dal tesoro cose nuove e cose antiche.

Mi piace accostare a queste parabole un episodio accaduto a uno studente di teologia, all'esame di pastorale. L'ultima domanda del professore lo spiazza: «come spiegheresti a un bambino di sei anni perché tu vai dietro a Cristo e al Vangelo?». Lo studente cerca risposte nell'alta teologia, usa paroloni, cita documenti, ma capisce che si sta incartando. Alla fine il professore fa: «digli così: lo faccio per essere felice!». È la promessa ultima delle due parabole del tesoro e della perla, che fanno fiorire la vita.
Anche in giorni disillusi come i nostri, il Vangelo osa annunciare tesori. Osa dire che l'esito della storia sarà buono, comunque buono, nonostante tutto buono. Perché Qualcuno prepara tesori per noi, semina perle nel mare dell'esistenza.  "


Me ne rendo ben conto, questo è un altro post che mette in luce il mio sincero e forte interesse per la Fede. Ad ogni modo, volevo scriverlo per potervi proporre un metodo di lettura del Vangelo che potrebbe aiutare soprattutto i giovani vicini alla mia età a vedere la Bibbia come una fonte preziosa, non come un qualcosa di lontano e di distaccato dalla vita reale.

Per concludere la riflessione, vi metto qui sotto uno dei miei passi preferiti del Vangelo di San Marco. Quando avete tempo e se avete voglia potete seguire più o meno il metodo della Lectio concentrandovi sulla parabola che ho riportato qui sotto.
Non preoccupatevi se all'inizio vi viene difficile scrivere qualcosa o elaborare una piccola riflessione come la mia sopra: io stessa nei primi minuti dell'attività ero in difficoltà.


PARABOLA DEL GRANELLO DI SENAPA:
MARCO 4, V.v. 30- 32:

"Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra»."


Pensate, ragionate e... divertitevi!! ;-)





31 ottobre 2017

La concezione del "gusto artistico" nel corso della storia:

Riegl, archeologo austriaco vissuto nel secolo scorso, aveva coniato la "teoria del gusto", secondo la quale ogni epoca storica determina un proprio gusto e lo esprime in determinate manifestazioni artistiche. 
Da ciò ne consegue dunque che non è lecito confrontare il gusto di un'epoca con quello di un'altra totalmente differente. 
Condividete questa teoria?! Vi anticipo già che la io appoggio in pieno.

In questo post vorrei innanzitutto proporvi un'attenta osservazione di alcuni prodotti artistici risalenti a periodi diversi.

Provate a fare un esercizio mentale di immaginazione: per dieci minuti improvvisatevi come critici d'arte, ovvero, fingete di esserlo. Io vi aiuto con alcune domande per facilitarvi nell'immersione del ruolo.


J. Louis David "Il giuramento degli Orazi", 1785



C. Monet, "Stagno con ninfee", 1899























Matisse, "La stanza rossa", 1908




















Sono tutte opere francesi.
Che è successo alla pittura francese nel giro di un secolo circa? Nel primo dipinto lo schema prospettico è molto rigoroso, perché negli altri due invece non lo è?
L'opera di David sembra collegarsi a un episodio storico di battaglia, ambientato nella Roma antica. Come mai, nel corso del XIX° secolo, si abbandonano temi storici per concentrarsi sulla pittura di paesaggio?

In Monet, il verde degli alberi sullo sfondo si riflette sulle acque dello stagno sul quale galleggiano le ninfee. Alberi, ninfee, cespugli e stagno sono costituiti da macchie, non da linee che definiscono i loro contorni.

In Matisse la bidimensionalità è evidente: questo assomiglia ai disegni che facevo io a 10 anni.
Tutto quel rosso fa venire mal di testa, se lo si guarda troppo intensamente.
Ad ogni modo, se non ci fossero né le due sedie né la frutta sulla tavola come si farebbe a distinguere la tovaglia dalla parete, visto che entrambe presentano gli stessi colori e gli stessi motivi decorativi ad anse e vasi blu?
Piccola parentesi prima di continuare la riflessione: mi sono appena ricordata che l'analisi de "la stanza rossa" mi era stata assegnata in terza prova all'esame di maturità.
Era andata da 15/15 anche la prova in arte, comunque.

Secondo voi, è giusto dire che nel corso di poco più di un secolo l'arte francese "decade", diminuisce di qualità? Oppure cambiano semplicemente le modalità di raffigurazione?

E' giusto e razionale dire che mentre David era bravissimo a fare l'artista, Monet e Matisse erano invece dei perfetti incapaci, soprattutto dal punto di vista dell'illusione della tridimensionalità?

A mio avviso, ognuno ha il diritto di dire: "Mi piace molto David, un po' meno Monet e niente affatto Matisse".  Ognuno può sentirsi più affascinato da un certo stile pittorico piuttosto che da un altro e da certe tematiche piuttosto che da altre.

Io adoro tutta la letteratura italiana e tutta la storia dell'arte.
Ho un rapporto un po' diverso con la letteratura latina: mentre mi piacciono quasi tutti gli autori di età imperiale, a fatica sopporto quelli ancora più antichi. Per esempio, mi annoia Lucrezio con il suo esagerato entusiasmo per Epicuro e per la teoria degli atomi.
In letteratura greca mi piacciono l'epica e la lirica, mentre non ho mai provato una così folle passione per la tragedia: linguaggio molto, forse troppo altisonante, soprattutto nelle tragedie di Sofocle.
Ma non direi mai che gli autori che a me non vanno a genio non meritano di far parte della storia della letteratura perché per me sono incapaci di scrivere oppure per il fatto che scrivono cose che non mi interessano!
Il gusto individuale è soggettivo e non deve mai influenzare la valutazione equilibrata di importanti prodotti culturali, che siano pittorici o letterari.

"Il giuramento degli Orazi" appartiene al neoclassicismo, corrente culturale della seconda metà del XVIII° secolo. Il Neoclassicismo puntava su: equilibrio, armonia e compostezza, ispirandosi alle opere della classicità greco-romana. I tre giovani fratelli, prima di partire per il combattimento contro i Curiazi, giurano eterna fedeltà a Roma dinanzi al vecchio padre, sollevando le braccia verso le spade.

Lo stagno gremito di ninfee di Monet è un dipinto impressionista e l'impressionismo mirava soprattutto a riportare sulla tela le impressioni visive degli artisti verso il paesaggio al quale si trovavano di fronte.

Matisse appartiene a pieno titolo alla corrente dei Fauves, gruppo espressionista francese che esaltava il vivo contrasto cromatico nelle pitture. Il colore "aggredisce" quasi lo spettatore.

Tre pittori diversi dunque, tre opere diverse corrispondenti a diverse concezioni dell'arte pittorica, concezioni mutate con il mutare delle condizioni storico-sociali.

Parlavo sopra anche di letteratura, dal momento che la teoria del gusto è perfettamente applicabile anche a questa forma di cultura.

Vi ripropongo dunque un esercizio mentale simile a quello di prima: per i prossimi dieci minuti improvvisatevi dei critici letterari.

Leggete ciò che ho caricato qui sotto:


"SOGNO", G. PASCOLI: 

Per un attimo fui nel mio villaggio,
nella mia casa. Nulla era mutato.
Stanco tornavo, come da un vïaggio;
stanco, al mio padre, ai morti, ero tornato.
Sentivo una gran gioia, una gran pena;
una dolcezza ed un’angoscia, muta.
Mamma? — È là che ti scalda un po’ di cena —
Povera mamma! e lei, non l’ho veduta.



 "IL PALOMBARO", C. GOVONI:



Ciò che finora non vi ho mai svelato, sempre sul mio esame di maturità, è che la mia tesina era stranissima, originalissima (e lo sarà anche la mia tesi triennale, vi avverto).
Era sul Futurismo in arte e in letteratura, argomento che nessuno porta o meglio, che a nessuno viene in mente di sviluppare. Nella tesina di maturità ho messo una parte di italiano sulle poesie di Marinetti e di Govoni e poi c'era la parte di arte su Boccioni e Severini.
La mia tesi di laurea è in Storia della musica, su alcuni madrigali della musica del tardo rinascimento, argomento che in pochissimi vogliono approfondire.
Capitemi: vengo da un classico, sto studiando letteratura all'Università e ho una certa predisposizione per le forme artistiche. Sono sempre stata considerata una persona originale, ma penso che tutti quelli che hanno seguito il mio percorso di studi dovrebbero esserlo.

La poesia di Pascoli invita il lettore a immaginare ciò che l'autore evoca nel sogno: la casa, l'infanzia, le mura domestiche, i genitori.

Pascoli evoca, Govoni scrive cose senza senso. Il primo appartiene al pieno ottocento, il secondo al movimento del Futurismo.
"Govoni non sa scrivere. La sua non è vera letteratura", potreste pensare, vedendo questo foglio pieno di scritte di varie dimensioni e corredato di disegni.
Come vi dicevo nel post su Archiloco, ogni lirica deve essere inquadrata in un preciso contesto storico e sociale.
Le tre parole chiave del Futurismo erano: energia, dinamismo e progresso. Coloro che aderivano al movimento di Marinetti erano intellettuali profondamente fiduciosi ed entusiasti nei confronti dello sviluppo tecnico e industriale dell'epoca, evidente soprattutto nelle città italiane del Nord Ovest, come Milano e Torino. Un oggetto come l'automobile era considerato "simbolo del progresso e della bellezza della velocità" (e all'inquinamento non ci pensavano, però!)
"I Futuristi considerano gli intellettuali italiani del passato tradizionalisti e conservatori, dal momento che, nei loro componimenti poetici, pensavano soltanto a rievocare tristi ricordi di infanzia e a manifestare il loro mondo interiore (...)", avevo scritto nella mia tesina.
In sostanza, il Futurismo (1909-1915 circa) era una reazione alla poesia dell'Ottocento. Una reazione durata pochi anni, perché dopo il '15 il Futurismo aveva già esaurito la sua grande spinta propulsiva.
Ad ogni modo, ritengo opportuno riportare qui sotto alcune parti dei manifesti scritti dai futuristi:

Punto 3 del Manifesto del Futurismo, febbraio 1909: "La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità pensosa, l'estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno."

Punto 1 del Manifesto della Letteratura Futurista, gennaio 1912: "Bisogna distruggere la sintassi disponendo  i sostantivi a caso, come nascono."

Punto 6 del Manifesto della letteratura Futurista, gennaio 1912:
"Abolire anche la punteggiatura. Essendo soppressi gli avverbi e le congiunzioni, la punteggiatura è naturalmente annullata, nella  continuità varia di uno stile vivo che si crea da sé, senza le soste assurde delle virgole e dei punti"


Ecco, adesso riuscite a capire il motivo per cui nel componimento di Govoni non ci sono frasi di senso compiuto e manca completamente la punteggiatura.

Erano matti i Futuristi? Avete il diritto di pensarlo! Lo sono quasi quanto me!

CONFRONTO PIACEVOLE:


Ho voluto intitolarlo così quest'ultimo paragrafo del post, perché vi propongo un confronto puramente soggettivo e istintivo, senza alcuna domanda di ragionamento!

Matisse, "Donna con cappello", 1905
Boccioni, "La città che sale", 1910

Matisse è espressionista, Boccioni è futurista. Quale vi piace di più? ;-)


20 ottobre 2017

"Philomena", Martin Sixsmith:


Ricordate la mia recensione sull'omonimo film? Ho appena terminato la lettura del libro, scritto dal giornalista che ha aiutato Philomena nella ricerca del figlio.
Ma, mentre nel film si sottolinea soprattutto la grande bontà d'animo della protagonista, nel libro il personaggio principale diviene suo figlio Anthony Lee, divenuto poi Michael Hess.
Il giornalista Sixsmith infatti racconta come si è svolta l'esistenza di Mike negli Stati Uniti.
Per raccontare e riassumere a voi la sua storia, preferirei partire dalla fine.

La vera Philomena di fronte alla tomba del figlio.
"Michael Anthony Hess,
uomo di due nazioni e molti talenti.
Nato il 5 luglio 1952, abbazia di Sean Ross, Roscrea.
Morto il 15 agosto 1995, Washington DC, USA."

Questa è la scritta sulla lapide. Se Mike fosse vivo, e potrebbe benissimo esserlo se non avesse contratto l'aids, avrebbe ora 65 anni.
Questa è la scritta che la sua madre naturale legge alla fine delle sue estenuanti ricerche. 
Anthony, divenuto poi Michael, è morto senza mai poterla incontrare una volta divenuto adulto.
Tra le lacrime, la donna dice davanti alla tomba:"Grazie a Dio sei di nuovo a casa in Irlanda, figliolo. Sei qui ora dove posso farti visita... Ma tu sei venuto qui e nessuno ti ha raccontato niente. Nessuno ti ha detto che ti stavo cercando e che ti amavo, figlio mio. Come sarebbe stato tutto diverso."
Sì, perché quello che il film non fa vedere è che anche Michael, spirito inquieto e angosciato, quando era in vita si era recato più di una volta in Irlanda per poter riuscire a contattare la madre biologica.
Questo spezzone di film è piuttosto significativo, è tre minuti prima della fine.


Brutta religiosa str*n*a!!  E' inutile predicare tanto la castità e la purezza se poi, anche a distanza di tempo, non soltanto non si è minimamente in grado di comprendere il dolore altrui ma anche e soprattutto si è assolutamente incapaci di carità e di umanità! 
Vedete... i danni della malvagità umana sono spesso così gravi che lasciano un solco profondo nell'esistenza di chi subisce la crudeltà da parte di altri.

E ora mi riaggancio all'inizio della vicenda: Philomena aveva 18 anni quando ad una fiera di paese aveva conosciuto John McInerney, poco più che ventenne, con il quale aveva concepito un figlio.
La famiglia di Philomena, piena di risentimento verso la ragazzina, l'aveva affidata alle suore dell'abbazia di Sean Ross, luogo in cui decine di ragazze madri lavoravano duramente, quasi come schiave.
Philomena aveva 19 anni quando aveva partorito in convento e ne aveva 22 quando le era stato sottratto per sempre il figlio, una settimana prima di Natale. Si dice che la ragazza abbia pianto talmente tanto che aveva suscitato una grande irritazione presso le suore.
Per questo motivo era stata cacciata da Sean Ross poco dopo.
A una madre non dovrebbe succedere di rimanere vittima di angherie e di crudeltà da parte di persone assolutamente insensibili e aride. 
A 22 anni poi... Quale ragazza riuscirebbe mai a reggere un dolore del genere? Mi vengono i brividi solo a pensarci!
Dopo tre anni, la sua famiglia si vergognava ancora di lei e soprattutto, della sua scappatella da ragazzina ingenua che non aveva mai ricevuto una vera educazione all'affettività.
Così si era recata a Dublino dove si era iscritta a una scuola per infermiere. Pochi anni dopo era stata assunta a lavorare in un ospedale psichiatrico, mestiere che le piaceva, tra l'altro.
Poi si era sposata con un suo collega di lavoro dal quale aveva avuto due figli. 
Anni dopo però, quando i figli erano già cresciuti, il suo matrimonio era fallito e, una volta ottenuto il divorzio, era ritornata a Roscrea.
Ma, nonostante lo scorrere del tempo, Philomena non aveva mai dimenticato il bambino nato nel '52. E' convissuta con il dolore di un distacco atroce, senza mai odiare e senza mai rassegnarsi.

Anthony era stato adottato da Doc e Marge, una coppia americana che aveva già un altro figlio naturale, James. Oltre a lui, i due coniugi avevano adottato, anzi, acquistato Mary, la figlia della migliore amica di Philomena.
I figli delle ragazze madri erano stati venduti spesso a famiglie americane, quindi erano fonte di guadagno per le istituzioni cattoliche irlandesi.
Mary e Anthony si erano sempre voluti bene come due fratelli e d'altra parte, potevano anche esserlo anagraficamente: Anthony/Michael era nato nel luglio del '52 e Mary nell'ottobre del '53.

I due bambini erano partiti dal convento con i loro nuovi genitori il 18 dicembre 1955.

"Nei suoi primi mesi americani Mike fu un enigma: un attimo era disponibile e affettuoso, quello dopo diventava introverso e respingente, evitando la compagnia e ritirandosi nel silenzio. In seguito all'espulsione dalla serenità di Roscrea, la sua innata fiducia nel mondo, la sua innocenza e apertura avevano subito un duro colpo. Il brusco passaggio ad una nuova vita in un paese sconosciuto, la perdita di tutti i riferimenti, lo avevano reso più insicuro, meno convinto che il mondo fosse fatto a sua misura. Non poteva dimenticare il passato, che a volte compariva nei sogni o nei suoi discorsi con Mary e, in genere, gli mancava da morire."

Quel che è impressionante è che Mike, in uno dei suoi dialoghi con Mary, le dice: "Le nostre mamme non ci hanno voluto perché eravamo cattivi. Ci odiavano. Così ci hanno mandati via."
Vi faccio presente soltanto questo: 3 anni e mezzo. A tre anni e mezzo era già così, triste, inquieto.
Mike non si è mai sentito amato dagli adulti, quando era piccolo.
Questo è stato il suo grosso problema, con il quale ha purtroppo convissuto per tutta la vita.
Ogni persona ha dei problemi interiori-personali. Anch'io ho avuto e ho i miei. 
Per esempio, da bambina tendevo ad essere un pochino malinconica, avevo una strana sensazione, ovvero, quella di credere di essere priva di qualità che gli altri bambini avevano. Non è facile da spiegare, ma praticamente, a volte ero convinta che gli altri fossero tutti molto migliori di me e che io valessi poco. Non invidiavo nessuno, mi sottostimavo. Era soprattutto questa l'origine della mia insicurezza.
Ve l'ho detto, tutti abbiamo i nostri problemi. Ma le frasi di Mike rivelano una sofferenza tremenda, un senso di abbandono che nessun bambino così piccolo dovrebbe sentire.

A mio avviso, Mike non ha avuto una vita felice: è stato strappato a sua madre quando aveva 3 anni, il padre adottivo era molto autoritario e anaffettivo (quella che voleva altri figli era Marge, in realtà) e con James, il figlio biologico dei genitori adottivi, non aveva mai avuto feeling. 

Da adolescente soffriva di violenti scatti d' ira.
Questo è ciò che il ragazzo dice allo psicologo curante, parlando della madre naturale irlandese: "Qualche volta sento la sua mancanza. Qualche volta la odio. Ma so, cioè sento che non può essere una persona cattiva. Qualche volta credo di ricordarmela e la ricordo buona. Ma questo significa... che sono io quello cattivo. Deve avermi odiato per qualcosa... qualcosa che ho fatto... o per la persona che ero. Altrimenti perché mi avrebbe abbandonato?"

Non riesce a smettere di odiarsi, di odiarsi ingiustamente per qualcosa che ha subìto da piccolo, non per qualcosa di sbagliato che ha fatto.

Pensate che per tutta la vita Mike non ha mai saputo se Philomena lo avesse abbandonato subito dopo la nascita o dopo qualche anno.

Era gay.
A vent'anni compiva le sue prime orgie notturne con altri uomini, in locali malfamati.
Soltanto diversi anni dopo ha conosciuto Pete, colui che è diventato il suo compagno fisso.
Ne approfitto per aprire una parentesi sull'argomento omosessualità.
Allora, voi sapete bene che io sono per il rispetto universale, anche se gay e lesbiche hanno un modo molto diverso dal mio di concepire sessualità e affettività. Meritano il massimo rispetto, indubbiamente. Non dovrebbero essere disprezzati per questo, bisognerebbe cercare di valorizzare i loro pregi, cercare di integrarli e di accoglierli.
Bisognerebbe che nelle scuole si parlasse anche degli omosessuali, in modo equilibrato e intelligente però, tipo così: può darsi che un uomo si senta più in sintonia con un altro uomo che non con una donna, può darsi che una donna si senta più attratta da un'altra donna che non da un uomo. Ovviamente hanno il pieno diritto di amarsi e di assistersi nel corso della quotidianità.
Però non si dovrebbe permettere loro di crescere dei figli.
Una società che introduce termini ed espressioni come "utero in affitto", "acquisto di sperma" e "prestito dell'ovaio" e che soprattutto li fa passare come diritti umani fondamentali per una parte della popolazione, allora è una società che ha perso la propria umanità e il rispetto per l'innocenza infantile!
E ora mi viene in mente una frase che tempo fa ha postato una mia compagna di corso. La trascrivo lo stesso, anche se è una frase grossolana: "Non importa che cosa si ha tra le gambe, quello che conta è amare la persona."
Ma dai... ma dai, basta con c*zz*a*e di questo genere, concedetemi ogni tanto qualche parolaccia detta a fin di bene! Come se omosessualità ed eterosessualità fossero la stessa cosa!
L'unione omosessuale è sterile, l'unione etero invece permette la procreazione, che dà gioia.
Forse questi sono pensieri un pochino precoci per una ragazza appena ventiduenne, però certe sere, prima di addormentarmi, penso: la mia vita adulta sarebbe molto più significativa se avessi accanto a me un bambino da coccolare, da prendere in braccio, al quale insegnare a contare le stelle in cielo, al quale parlare della bellezza del Creato.
Un giorno vorrei lasciare questo pianeta con il sorriso sulle labbra, sicura di essere stata amata da un vero uomo e soddisfatta di aver trasmesso parte di me a dei figli che ho generato.

Poi personalmente, credo che dietro le tendenze omosex ci sia qualche causa remota, per esempio il distacco traumatico da un genitore oppure l'avversione verso il genitore dello stesso sesso che si è mostrato molto duro e dispotico. Magari è anche questa sofferenza che induce a cercare tenerezza in partner dello stesso sesso.
Nel caso di Mike comunque, entrambi i fattori sono presenti.
La psicologia non mi dà né torto né ragione. Ci stanno lavorando gli psicologi, su questa caratteristica particolare... non sanno ancora se sia congenita o derivata da situazioni difficili o di disagio che si sono sofferte durante l'infanzia.

Comunque, da ciò che scrive Sixsmith, Mike, sin da giovanissimo, ha sempre avuto una specie di doppia vita: brillante studente di giorno, alla ricerca di esperienze sessuali estreme di notte.

Si era laureato in Giurisprudenza e poi aveva conseguito la specializzazione in Diritto Costituzionale.
Considerato da tutti un eccellente avvocato, era riuscito a divenire consigliere capo del Comitato nazionale Repubblicano degli States.


 LA MALATTIA E LA MORTE DI MIKE:

Michael Hess poco prima della malattia
A questo bisogna proprio dedicare un paragrafo. In tutto il libro è presente la cronologia degli eventi avvenuti, ma io qui ho deciso di evidenziarli soltanto per quel che riguarda gli ultimi anni di vita di Mike.

Agosto 1993: Mike aveva appena scoperto di avere l'aids e, prima di morire, aveva sentito il desiderio di ritrovare la madre naturale.
A ventiquattro anni, subito dopo la conclusione degli studi, aveva già fatto un primo tentativo ma era stato accolto molto freddamente dalle suore.
Eccolo dunque di nuovo a Roscrea, a parlare con suor Hildegarde, ormai molto anziana:
"Mi permetta di chiederle una cosa. Un favore. Quando muoio, e morirò presto, il più grande rimpianto che mi porterò nella tomba sarà quello di non aver mai conosciuto la donna che mi ha fatto nascere. Non sono mai riuscito a raccontarle la vita che ho avuto o a chiederle dei sentimenti che nutriva per me. Ma se non posso trovarla in vita, forse posso trovarla nella morte... (...) Sorella, ciò che voglio chiederle è... mi permetterà di essere seppellito all'abbazia di Sean Ross? Perché ho sempre avuto la sensazione che mia madre stia cercando di trovarmi esattamente come io ho cercato di trovare lei. E se mi sta cercando, il posto in cui verrà è proprio questo."

Mike, per potersi assicurare una tomba, aveva fatto una generosa donazione all'abbazia.

1994: Mike era imbottito di farmaci ma, nonostante ciò, riusciva ancora a svolgere con efficienza il suo lavoro. Intanto continuava a nascondere sia la sua omosessualità sia la sua malattia.
Nel novembre 1994 gli era stato inserito un catetere di plastica, per poter sopravvivere il più a lungo possibile.
Da notare comunque che egli ha vissuto con grande dignità la sua gravissima malattia, cercando di vivere intensamente ogni attimo che il tempo gli donava.

Pasqua 1995: Mike e Pete avevano ricevuto una visita di Mary. Ed è proprio in questa occasione che Mike le aveva rivelato di essere molto malato. Mary aveva reagito con una forte crisi di pianto.
Da quel giorno, le condizioni di Mike erano iniziate vistosamente a peggiorare, diveniva sempre più debole.

Giugno 1995: Mike si era trovato costretto a trascorrere più tempo in ospedale che al lavoro. Stimatissimo dai colleghi, aveva ricevuto molta solidarietà nelle sue condizioni ormai disperate.
Sempre in questo mese, aveva redatto il suo testamento: lasciava la casa, l'automobile e tutta l'argenteria al compagno Pete, una somma cospicua di denaro alla sorella Mary e un'altra discreta parte di denaro a quell'abbazia irlandese che mai lo aveva aiutato a ritrovare la sua vera madre.

Dopo aver formulato le disposizioni del testamento, aveva detto a Pete: "Mi mancherai. (...) Ma non sentirò la mancanza di me. Perché la verità è che non ho mai saputo chi ero. Mi guardo indietro nella mia vita per questo, e a quanto sembra non ho mai trovato un posto nel quale potermi sentire a casa."

15 Agosto 1995: Mike, alle 11 della mattina, aveva subito un arresto cardiaco ed era morto al George Washington Hospital. Ad assisterlo fino alla fine c'erano Mary e Pete.

21 agosto 1995: Giorno in cui vengono celebrati i suoi funerali alla chiesa di St. Peter a Washington.

Solo queste parti del discorso di Pete mi sono piaciute, e le riporto: "Michael ci ha lasciati prima del tempo e ha lottato duramente fino in fondo. Ha voluto continuare a vivere fino alla fine. Tenere la sua malattia nascosta è stato il modo di concentrarsi sulla vita e di non arrendersi alla morte.  (...) So che sono una persona diversa per aver conosciuto Michael negli ultimi dieci anni: una persona migliore. E' con questa consolazione che gli dico addio ora sapendo che, attraverso di noi, lui continuerà a vivere."

9 maggio 1996: la salma di Mike viene trasportata a Roscrea, dopo essere stata cremata.

Ci tengo a sottolineare che, nonostante le sue avventure notturne compiute quasi tutti i fine settimana, Michael Hess non era affatto una persona cattiva. Colleghi e amici lo descrivono come un uomo gentile, affabile ma molto tormentato a causa dell'infanzia vissuta.
Tutti sapevano che aveva avuto pessimi rapporti con il padre adottivo e che soffriva moltissimo dal momento che non aveva mai vissuto con i suoi veri genitori naturali.

Qui sotto, per concludere il posto, ho messo un altro clip interessante sul confronto tra Martin e Philomena a proposito della questione "DIO".
Secondo voi, chi è il vero ignorante tra i due?





12 ottobre 2017

La poetica di Archiloco:


Archiloco era un poeta greco vissuto nel VII° secolo a.C.  Ci tenevo a presentarvelo in un post per il fatto che alcuni suoi componimenti presentano dei contenuti interessanti.


LA POESIA CONTEMPORANEA, LA POESIA RINASCIMENTALE E LA POESIA DELLA GRECIA ARCAICA:

Prima di presentare Archiloco e prima ancora di spiegare alcune delle sue liriche, mi piacerebbe soffermarmi sulle differenze che intercorrono tra la lirica greca e il nostro modo di concepire la poesia. Mi sembra molto importante.

Non so quanti di voi abbiano dato un'occhiata ai miei fascicoli di poesie che avevo caricato alcuni mesi fa. Ad ogni modo, le mie liriche hanno più o meno tutte le stesse tematiche: la contemplazione della bellezza della natura e l'idealizzazione dell'amore.
Ho messo per iscritto sentimenti, sensazioni, esperienze di camminate all'aperto.
La poesia che finora ho creato è frutto della mia originalità e del mio modo di essere.
Cioè, in quei versi c'è la parte migliore di me, ovvero, la ragazza dolce, sensibile e fantasiosa. La parte migliore, eh, non i difetti e le fragilità con i quali combatto ogni giorno!
Io, come d'altronde tutti coloro che in questo tempo si apprestano a comporre versi, scrivo poesie che mi vengono dall'anima, traduco in versi le immagini che mi colpiscono e quello che vedo in certi sguardi e in certi occhi che amo o che vorrei amare.
Un grande del Primo Novecento, Giuseppe Ungaretti, letterato al quale io non sono nemmeno lontanamente paragonabile, quando scrive "Veglia", fissa su un foglio di carta gli stati d'animo che, in una fredda e buia trincea, ha provato restando accanto a un compagno morto. Nelle poesie di Ungaretti, come d'altronde anche in quelle di Montale e di Quasimodo, traspaiono appunto il vissuto personale, i sentimenti provati in una certa occasione, gli stati d'animo che talvolta confliggono.
La poesia, da due secoli a questa parte, è quindi individuale, risultato dell'interiorità di un individuo. Tutti la definiamo così.
L'individuo compie un atto creativo per comunicare emozioni al lettore.
Se la nostra concezione degli scritti in versi è questa, lo dobbiamo senza dubbio al romanticismo, movimento culturale sorto agli inizi del XIX secolo, che metteva in risalto anche le personali possibilità creative di pittori, poeti e musicisti.

Ora provate a ritornare alcuni secoli più indietro, al Rinascimento, periodo in cui nelle corti fioriva il fenomeno della committenza. Pittori, poeti e musicisti molto spesso componevano opere finalizzate ad esaltare la grandezza di alcune figure nobiliari di cui erano ospiti. Gli artisti erano tutt'altro che liberi e non creavano per il mero piacere di creare: il loro lavoro doveva esaltare e lodare qualche personaggio aristocratico che assicurava loro una dimora e uno stipendio.

Per quel che riguarda l'ambito musicale, penso a Josquin Desprez, compositore fiammingo al servizio di Ercole I d'Este, che aveva composto una messa in onore del duca Ercole. Poi penso anche a Ludovico Ariosto, al servizio di Ippolito d'Este, che, nei versi iniziali dell'Orlando Furioso, aveva lodato la stirpe degli Estensi.

La poesia lirica, nella Grecia arcaica, è spesso densa di allusioni e vicende individuali. Archiloco rientra in casi come questi.

Con la sua produzione lirica, Archiloco descrive talvolta la sua condizione di soldato mercenario, talvolta invece, protagonisti dei suoi versi sono i valori in cui crede e anche i tormentati sentimenti che prova.
Se, per questo aspetto, la poesia di Archiloco è simile a quella degli ultimi due secoli, dall'altro lato della medaglia dobbiamo però considerare che, mentre i poeti moderni e contemporanei, nel delineare sensazioni, esperienze e immagini, sentono il bisogno di ricorrere a parole che possano risultare "poetiche", evocative e delicate; gli autori lirici della Grecia arcaica utilizzano invece un lessico  simile a quello omerico.
E' però bene precisare anche che non sempre i contenuti si riferiscono al proprio vissuto, ma talvolta narrano episodi attinenti con il mondo dell'epica e della mitologia. Per esempio Saffo, nel frammento 44 (l'ho studiato per l'esame di lingua greca, ma ho fatto un po' di fatica perché ci è giunto mooolto lacunoso) narra le nozze tra Ettore e Andromaca, episodio tratto probabilmente da qualche ciclo epico andato perduto.

Precisazione: Le traduzioni dei seguenti frammenti sono mie.





FRAMMENTI DI ARCHILOCO:

Fr. 5:
 "ἀσπίδι μὲν Σαίων τις ἀγάλλεται, ἣν παρὰ θάμνῳ,
ἔντος ἀμώμητον, κάλλιπον οὐκ ἔθέλων:
αὐτον δ' ἔξεσάωσα. τί μοι μέλει ἀσπὶς ἔκείνη;
ἔρρέτω: ἔξαῦτις κτήσομαι οὐ κακίω."


 "Qualcuno dei Sai si vanta del mio scudo 
che io ho abbandonato controvoglia in un cespuglio.
Che mi importa di quello scudo? Vada in malora!
Ne prenderò uno migliore."







Ecco, per esempio qualcuno che non conosce la letteratura greca potrebbe dire che questa non è poesia, è un semplice pensiero, perché non ci sono termini tali che stimolano l'immaginazione del lettore. "Che emozioni trasmette una poesia del genere?", potreste chiedervi.
(Sapete, sarebbe strabiliante per me sapere se sono abbastanza brava a indovinare i pensieri di alcuni di voi lettori, soprattutto di quella parte di pubblico giovane che ha più o meno la mia età!)
Insomma, qui non c'è nulla che commuove, e sono d'accordo.
La forma e il contenuto non commuovono nessuno che viva nel XXI° secolo. Per uno che vive nel XXI° secolo questa poesia non ha un grande significato. Ma perché bisogna inquadrarla bene in un determinato contesto antico, lontano dal nostro modo di pensare.

I Sai erano una popolazione della Tracia.
Qui però Archiloco risulta originale perché stravolge la mentalità omerica: il guerriero omerico preferisce una morte gloriosa alla fuga. La fuga, per Achille, Patroclo ed Ettore, è una vergogna terribile da sopportare. Abbandonare il campo di battaglia, per i combattenti omerici, era un atto di pura vigliaccheria.
Qui invece il poeta, protagonista della lirica, dichiara esplicitamente di aver abbandonato lo scudo.
Lo scudo che gli impediva di fuggire facilmente durante una sfortunata battaglia. Piuttosto di essere ucciso in battaglia allora, Archiloco preferisce abbandonare l'arma. Ha fatto davvero così?? Non possiamo saperlo, non lo sapremo mai.
Però notate bene che dice: "ne prenderò uno migliore". Quindi non è  una totale rinuncia al suo ruolo sociale di soldato.
Forse, questa lirica costituiva un consiglio dato ai propri compagni di battaglia, ovvero, il consiglio di non arrendersi davanti ad una sconfitta e a superare le umiliazioni.

Fr. 1:
"Εἰμὶ δ’ἐγὼ θεράπων μὲν Ἐνυαλίοιο ἄνακτος 
καὶ Μουσέων ἐρατὸν δῶρον ἐπιστάμενος."

 "Io sono servo del signore Enialio
ed esperto nell'amabile dono delle Muse".

 Enialio è un arcaico epiteto di Ares, dio della guerra.
In questi due versi Archiloco si presenta: egli è un guerriero valente in battaglia ma, al contempo, abile nel comporre versi (le Muse hanno ispirato anche Omero).

 Fr. 2:
"ἐν δορὶ μέν μοι μᾶζα μεμαγμένη, ἐν δορὶ δ᾽ οἶνος
      Ἰσμαρικός, πίνω δ᾽ ἐν δορὶ κεκλιμένος."

"Nella lancia per me è la focaccia impastata, nella lancia il vino ismarico.
Bevo dopo essermi sdraiato sulla lancia."

La lancia, uno degli elementi che caratterizzavano i soldati greci che combattevano nei ranghi di una falange, accompagna il poeta nella sua quotidianità. 
La lancia è qui simbolo dell'identità sia individuale che collettiva (il gruppo di soldati, tutti forniti di lancia).

Fr. 19: 
"Οὔ μοι τὰ Γύγεω τοῦ πολυχρύσου μέλει
οὐδ᾽ εἶλέ πώ με ζῆλος οὐδ᾽ ἀγαίομαι
θεῶν ἔργα, μεγάλης δ᾽ οὐκ ἐρέω τυραννίδος·
ἀπόπροθεν γάρ ἐστιν ὀφθαλμῶν ἐμῶν."

"Non mi interessano le ricchezze di Gige ricoperto d'oro,
né davvero mi prende l'invidia, e non ammiro
le imprese degne degli dei, né aspiro ad una grande tirannide:
infatti sono cose lontane dai miei occhi."

Gige era re della Lidia. Era un re che amava le ricchezze e soprattutto, amava tenerle per sé. Archiloco, nei versi successivi al primo, esalta il suo distacco dagli eccessi e dal lusso; propugna sostanzialmente la modestia e la frugalità.

Fr. 191:
"Τοῖος γὰρ φιλότητος ἔρως ὑπὸ καρδίην ἐλυσθείς
      πολλὴν κατ᾽ ἀχλὺν ὀμμάτων ἔχευεν,
κλέψας ἐκ στηθέων ἁπαλὰς φρένας ."


"Tale desiderio d'amore che nel mio cuore è penetrato
versò sui miei occhi molta nebbia,
rubando dal petto l'anima fragile".

Se questo non è amore passionale... 
Questo frammento forse è un po' più vicino alle esperienze di innamoramento delle anime sensibili: il sentimento è molto forte e sincero, ma si soffre... 
Per due motivi sostanzialmente, che non necessariamente coincidono: perché non si è ricambiati o perché non si riesce a trovare l'occasione per incontrarsi.
E' bellissima secondo me l'immagine della nebbia: il desiderio di amare e di essere amati è avvolgente, potente: la nebbia negli occhi (come dicevo io a 10 anni quando ero triste) qui non è malinconia o indice di pianto; è un qualcosa che ottenebra i sensi, che rende desiderosi di innamorarsi perdutamente.

Archiloco aveva scritto anche diversi componimenti su innamoramento e amore.
Non tutti i suoi componimenti sono così...
In alcune poesie infatti, descrive nel dettaglio gli atti sessuali che compie con la ragazza che vuole sposare. Ed è qui che il suo talento scade nella pornografia. Saffo è romantica ed erotica, Archiloco a volte è decisamente pornografico. 
Ho studiato, per l'esame di lingua greca che ho dato all'inizio del 2016, la traduzione del frammento numero 196... e credo di essere arrossita quando sono arrivata con la lettura alla scena di sesso, perché sentivo un gran caldo alle guance. 
E' un po' imbarazzante leggere e vedere cose come questa per me, sono abbastanza timida.

Non ho assolutamente nulla contro il sesso ma non mi è mai piaciuto il fatto che alcune persone ancora oggi lo vantino o comunque diffondano con qualsiasi mezzo un qualcosa che dovrebbe restare privato e intimo per il bene della propria dignità.
Come l'arte figurativa d'altronde, anche la poesia e la letteratura possono diventare sconce e "brutali".