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18 settembre 2017

"Una barca nel bosco", Paola Mastrocola


Un romanzo che, a mio avviso, tutti i futuri-possibili insegnanti dovrebbero leggere.
Potete comprendere il senso di questo strano titolo soltanto se leggete bene il contenuto.

Paola Mastrocola è docente di italiano in un liceo scientifico di Torino e da diversi anni ormai coltiva il suo talento per la scrittura.
Presumo che questo libro sia frutto di esperienze scolastiche accumulate nel corso del tempo.

Il protagonista della storia è Gaspare Torrente, un ragazzino particolarmente intelligente originario della Sicilia e figlio di un pescatore, che si trasferisce a Torino con la madre e la zia per poter frequentare il liceo.
Durante il suo percorso didattico alle medie Gaspare ha avuto modo, grazie a una professoressa che ha intuito le sue capacità, di imparare molte regole di grammatica latina.
A quattordici anni è già in grado di tradurre Orazio. Per questo nutre grandi aspettative verso il liceo.

A scuola però viene a contatto con compagni per lo più superficiali e immaturi e con insegnanti ai quali manca la voglia di insegnare.
Tra i professori, mi dispiace scriverlo, il peggiore è proprio quello di italiano e latino (docente che dovrebbe costituire un importante punto di riferimento anche per gli allievi di un liceo scientifico tradizionale).
Questo è uno dei punti più clamorosi:

"Di latino è da due mesi che siamo a pagina 12. Allora ho chiesto al professore quando faremo una versione. Mi ha guardato strano e mi ha detto: poi ne parliamo. (...)
«Aprite a pagina 12 ». E comincia a leggere ad alta voce. Io ogni volta penso: perché legge sul libro invece di spiegare? Ma lo penso soltanto.
Il nostro professore di lettere si chiama De Gente Ruggero, ha una cartella di cuoio vecchia con delle macchie che sembrano di olio e sputacchia sempre un po' quando parla.
Chiude il libro e dice forte, a tutti: «Siccome il vostro compagno Torrente mi chiede insistentemente quando faremo una versione, ora ve lo dico.»
Insistentemente se l'è inventato lui. Comunque tutti mi guardano malissimo. Dice che una vera versione ce la darà forse a fine anno, quando avremo fatto almeno la terza declinazione. (...) E comunque faremo solo le declinazioni quest'anno, perché noi vogliamo fare un latino agile flessibile. Dice anche più o meno così: «Basta con queste grammatiche decrepite stantie, la scuola sta cambiando, il cambiamento è alle porte ed è giusto fare cose utili... Utili alla vostra vita, utili per il mondo del lavoro, utili per la flessibilità che oggi la società... Merda!»
Merda perché nella foga gli è caduto il gesso. E io non lo so se un insegnante di latino può dire merda (...)"

Quando ho letto queste righe ho pensato nel mio dialetto: "Certo che gli adolescenti i ghè par gnente!"
Ridete pure, ma se un ragazzino facesse i discorsi che fa questo professore, potrei anche compatirlo.
Nella fase adolescenziale 14-16 anni difficilmente si è in grado di concentrarsi a lungo su una versione abbastanza impegnativa.
A quell'età è sicuramente preferibile una partita a basket o a calcio ad una versione in una lingua non più parlata. A quell'età un'ora di shopping da H&M e un bel film romantico sono molto più piacevoli dei compiti di latino.
Dico questo perché, nonostante fossi considerata da molti una ragazzina un po' più matura della norma, sono stata anch'io un'adolescente, tra l'altro quotidianamente a contatto con altri giovanissimi della mia età.
Ma personalmente non credo che "evitare di affrontare il programma" sia un buon metodo per far diventare il latino una lingua agile-flessibile.
Innanzitutto bisognerebbe smettere di chiamarla "lingua morta". Questa è un'espressione che fa perdere ai ragazzi la voglia di apprenderla. Il latino non è morto, è più che vivo per il fatto che è un prodotto culturale storico, di grande rilevanza quotidiana. Non scherzo.
La prima volta che entrerò nella classe prima di un liceo magari scriverò alcune parole in latino con la corrispondente traduzione italiana. Penso sia l'unico modo per far capire l'utilità di questa materia.
Alcuni esempi li faccio anche qui sotto, per voi lettori:

Trado: in latino classico "consegnare", in latino tardo antico "tradire", strettamente legato all'episodio dell'arresto di Gesù. Quindi: Gesù consegnato ai soldati è stato tradito da uno dei discepoli.

Mitto: significa "mandare, inviare". Il mittente di una lettera o di una mail o di un messaggio è "colui che invia qualcosa a qualcuno".

Audio: significa "udire, ascoltare". Quindi gli audio-visivi, le audio-cassette, i messaggi Whatsapp audio implicano necessariamente l'utilizzo del senso dell'udito e l'ascolto.

Adolesco: significa "crescere, diventare adulto". L'adolescente è una persona che ha abbandonato l'infanzia per raggiungere l'età adulta e quindi, si presume che riesca a raggiungere la responsabilità delle proprie idee e delle proprie azioni.

Timeo: significa "temere, aver paura". E, deduzione di Anna diciassettenne durante lo svolgimento di un tema in classe: "colui che è timido ha paura del giudizio altrui".

Senza contare che una frase come "Amicus certus in re incerta cernitur", ovvero, "Il vero amico si distingue nelle situazioni difficili"è verissima, in ogni tempo. 
E' una sentenza di Ennio, un letterato romano vissuto a cavallo tra III° e II° secolo a.C. Così antico e indubbiamente appartenente al passato remoto, ma così attuale! Incredibile, no?

Capite ora perché questa lingua antica in questo stranissimo XXI° secolo è detestata e trascurata? Perché permetterebbe di comprendere appieno i significati delle parole della nostra lingua e quindi la realtà che ci circonda. Ma la gente vuota non desidera prodotti culturali e tantomeno vuole approfondirli.

Lungi da me denigrare chi ha scelto o comunque sta frequentando una scuola superiore in cui non è previsto il latino. Non me la prendo assolutamente con chi ha scelto istituti tecnici, professionali oppure licei come il musicale e le scienze applicate. Questi indirizzi fateli se vi piace approfondire materie come economia, diritto, storia della musica e matematica. Sceglieteli soprattutto per questo, non perché così evitate di studiare latino, che tanto, anche una scuola senza latino è comunque impegnativa.
Dire: "Vado alle scienze applicate perché non c'è latino" è come pensare: "Mi iscrivo al classico perché così studierò poca matematica". Per esperienza personale so bene che al liceo classico di matematica se ne fa poca, e quel poco che si fa lo si fa male purtroppo. Ma ciò non toglie il fatto che sia comunque un liceo tosto!

Queste riflessioni non vogliono affatto attaccare gli indirizzi senza latino; casomai vogliono essere una critica indirizzata agli adulti ai quali non sta a cuore la formazione culturale dei giovani.

Ho riso quando l'ho vista per la prima volta, ma era un riso amaro!

Il primo anno di scuola superiore per Gaspare è un vero e proprio supplizio.
Brillantissimo a scuola, mai apprezzato dagli insegnanti, emarginato e disprezzato da tutti i compagni e naturalmente, messo nelle condizioni di non condividere con nessuno la soddisfazione di un dieci nei compiti di latino.
E qui ho pensato a me quando ero al triennio: puntualmente, per cercare di evitare smorfie e sbuffi generati dall'invidia, mi nascondevo dietro una pila di libri e quaderni posati sul mio banco ogni volta che prendevo nove in italiano e ogni volta che una circolare comunicava che rientravo tra i primi classificati ad un concorso di poesia. Che incubo il liceo, per certi aspetti!

Oltre a ciò Gaspare, per non deludere il padre rimasto in Sicilia, mente a proposito della scuola.
Devo precisare infatti che il padre del ragazzino aveva acconsentito molto volentieri al trasferimento del figlio nel nord Italia per potergli garantire un livello di istruzione elevato.

"Tutto bene papà. La prima settimana abbiamo già fatto i verbi deponenti. Il liceo è bello tosto, papà, proprio come dicevi tu!"

Che enorme frottola!! I verbi deponenti sono una delle ultime cose che si studiano. Prima c'è molto, molto altro!
Consentitemi di riportare un altro ricordo scolastico della mia adolescenza.
Io non ho mai preso un dieci in tutto il quinquennio.
Il mio primissimo voto al liceo è stato un 7+ proprio in un'interrogazione di grammatica latina in cui tra l'altro mi ero offerta volontaria.
(Che rischio! In una materia mai affrontata prima! Ma quanto cavolo ero incosciente all'epoca??)
Era il 5 ottobre 2009: questo lo so perché conservo ancora i miei libretti personali di medie e superiori.
Bene, gli argomenti di quella interrogazione erano: la prima declinazione, le leggi dell'accento latino, le funzioni dei casi, il dativo di possesso. Cioè, le cose più elementari della lingua che in ogni caso all'epoca, per una principiante, costituivano dei grattacapi ansiogeni.

Gaspare è costretto a far copiare le traduzioni dal latino all'italiano ai suoi compagni.

"E' così praticamente tutte le volte che c'è latino. Ormai è una processione. Vengono da me con la mano larga, otto meno cinque tutti in fila, e si passano veloci le mie frasi: il tempo che suoni la campanella e se le sono copiate tutte."

E' da una vita che studio e ho appreso una cosa: se a scuola prendi voti altissimi, sei destinato a passare i compiti alla classe, quasi ogni giorno.
Se invece sei "solo" medio-alto e quindi viaggi più o meno sul sette e mezzo, i compagni non ti chiedono quasi mai i compiti; però, contando sul fatto che sei comunque brava e volonterosa, si aspettano spesso che tu ti offra volontaria nelle interrogazioni. E questo era il mio caso.
Ero brava alle superiori, ma non geniale: avevo nove soltanto in italiano e in storia dell'arte.

Per poter sopravvivere in un ambiente in cui sembra proprio una barca nel bosco, Gaspare, a partire dal secondo anno, inizia a omologarsi. Impara le peggiori parolacce, decide di vestirsi secondo le mode e di studiare poco, si fa regalare un cellulare e qualche volta si ubriaca anche.
Ma questo favorisce l'integrazione all'interno del suo gruppo-classe? No.
Ecco un episodio:

"(...) Chiedo al Seba se viene una volta con me in birreria. (...) E' una specie di sfida, di doppia sfida: andare per la prima volta in birreria, e andarci con il Seba. Lui mi squadra dalla punta dei capelli ai piedi, è pazzesco che io abbia osato chiedergli una cosa simile. Comunque, storcendo leggermente la bocca, mi fa un cenno che io interpreto come un sì. (...) Arrivo in anticipo all'appuntamento. Aspetto un'ora e tre quarti. Non ci voglio credere che il Seba non si faccia vivo, continuo a chiedermi se ho sbagliato il giorno, il luogo o l'ora. Forse, mi dico, quando il Seba ha storto la bocca, non voleva dire di sì. Forse voleva dire che storceva la bocca e basta. Ma io sono nuovo al linguaggio dei segni, sono uno appena nato nel mondo dei branchi, cosa posso saperne? La birra me la bevo da solo. E poi, visto che sono proprio solo e mi sento anche molto solo, me ne bevo altre tre di birre. (...) Sarà che sono a digiuno, ma mi sento lo stomaco andarmi giù fino ai piedi. Vomiterei volentieri. E infatti, vomito. (...)"

E' inutile, a 15 anni il metabolismo (è il termine giusto questo?) di un corpo ancora in crescita non è assolutamente in grado di assimilare l'alcool. Qualsiasi bravata in questi termini ti fa stare male, molto male. E, penso io, non soltanto fisicamente.
E comunque, a che serve omologarsi se non si ottiene l'attenzione dei compagni?

Un altro episodio piuttosto sconcertante è il racconto di una festa di Capodanno in una villa fuori Torino, un intero capitolo di cui riporto soltanto alcune parti:

"Vago tra la gente, mando cenni di saluto più o meno al vuoto e bevo molte birre perché le mani non so proprio come tenerle e una bottiglia in mano può servire. Alle undici me ne sono già fatte tre o quattro di birre e non so più cosa inventarmi. Continuo a vagolare. Intorno gente che si fa di canne e di vino e si avviticchia. (...) Io, fosse per me me ne andrei. ma è la magica notte di Capodanno, vuoi mica perderti la magia. E poi chi mi farà uscire di qui, chissà in quale collina mi trovo e in che pezzo del labirinto, e che madre avrà mai pietà di me e mi darà un passaggio."

"Mi sto assordando di musica fin dentro lo stomaco, anzi, me lo rivolterei come un guanto, lo stomaco, così mi tolgo tutto questo peso che mi ingombra dentro. Esco a prendere una boccata d'aria e di silenzio, saranno dieci gradi sotto zero. Ci sono le stelle. Sul fondo turchese della piscina vuota brancolano decine di corpi, avviticchiati a coppie. Sembrano enormi scarafaggi.
Rientro, e la musica mi riammazza il cervello. Mi sembra ci sia meno gente, ma è solo che si sono rintanati nelle stanze: vomitano, per lo più."

"Tutti se ne stanno andando, con la moto, con l'auto, con qualcuno che li viene a prendere. Vedo qualche 4x4 ferma a rombare sul ciglio della strada. Sarà qualche madre gentile che viene a prendere il figlio. Alle cinque del mattino."

E infine:

"Quando arrivo a casa, mi lavo. Mi faccio una doccia infinita, lascio che l'acqua mi porti via lo schifo. Vorrei diluirmi, sparirci dentro quella doccia."

Gran bella festa, e soprattutto memorabile, dopo tutte quelle bevute!

Ironia a parte, posso dire che le feste fatte di sballo e sbornia mi mettono la malinconia?
Devo ammettere che un paio di volte in questi ultimissimi anni sono andata a feste di questo genere, dove la musica era talmente alta da mandarti il cuore in gola e dove in ogni angolo vedevi bevande alcoliche e gente che limonava, perdonatemi il termine, ma al momento non me ne viene in mente un altro un po' più fine e che al contempo possa rendere bene l'idea.
Allora, io da anni ho serie difficoltà a relazionarmi con i miei coetanei, nonostante abbia sempre cercato di essere gentile e rispettosa.
Sono andata a un paio di quelle feste perché non mi piace il fatto che mi considerino una persona chiusa e altezzosa. Ho un bel po' di difetti, ma questi due proprio no!
E allora ho ragionato così: "Partecipo anch'io, voglio cercare di far capire loro che non sono un mostro farcito di poesia e di letteratura, ma che, in fin dei conti, sono normale e ascolto la stessa musica che ascoltano loro, vedo più o meno i film che vedono loro e mi piacciono anche alcuni programmi leggeri e un po' stupidi in televisione."

Questo non è servito a integrarmi. Innanzitutto perché mi sono sentita  un fiocco di neve caduto dal cielo in pieno luglio sulla riva del mare.
Entrambe le volte, prima di mezzanotte, ho chiamato mio padre per supplicarlo di venirmi a prendere il prima possibile, perché ho anche avuto paura che qualcuno potesse farmi del male da tanto sbronzo che era.
Soltanto in queste poche occasioni ho provato un senso di profonda solitudine.
Feste di quel genere non rendono felice e sereno nessuno, hanno lo scopo di farti sentire più solo, più vuoto e più incompreso di prima. Io non sono e non ero vuota, però mi sono sentita sola in tutti quei contesti che non mi permettevano di parlare con qualcuno.
Non ho mai trascorso il capodanno in discoteca e non ho mai bevuto al punto tale da divenire incosciente di ciò che facevo. I capodanni li ho sempre trascorsi con i miei familiari.

Studio quello che mi piace, ho diversi interessi che coltivo con passione, sogno di pubblicare un romanzo che ho iniziato a scrivere otto mesi fa, ho una vita sociale piuttosto povera dal punto di vista dei rapporti con gli altri giovani e non ho ancora incontrato un ragazzo che voglia amarmi.
Cioè, mi ero illusa di averlo trovato lo scorso anno.
Nonostante ciò, per il momento sono abbastanza contenta. Preferisco passare il sabato sera a casa o a leggere o davanti a un film o a suonare la chitarra piuttosto che in giro tutta la notte a bere e poi a fare chissà che cosa... magari diventare l'oggetto sessuale di uno che è ubriaco quasi quanto me ed essere troppo sbronza io per poter pensare alle eventuali conseguenze.

Ricordate una cosa, voi lettori: ci sono dei momenti e dei periodi in cui posso essere cupa, amareggiata e arrabbiata per dei rapporti di amicizia finiti male, per delle delusioni relazionali; ma voglio continuare ad essere me stessa e sperare di poter essere amata profondamente.


Dopo la maturità, Gaspare si iscrive dapprima a Scienze della Comunicazione.
Insoddisfatto, l'anno successivo cambia facoltà e si iscrive a Giurisprudenza per non fare l'avvocato.
Sembrerà assurdo, ma al ragazzo non interessa quella che sarebbe la professione più coerente con il suo percorso accademico.
In un certo senso, si potrebbe dire che studia Legge per soddisfare le aspettative dei suoi genitori.
Dopo la laurea, ottenuta con il massimo dei voti e la lode, per non entrare nella schiera dei disoccupati che non hanno la minima idea di che cosa fare della loro vita, Gaspare apre un bar.
Il finale è decisamente triste, con le ultime parole pensate dal protagonista e "indirizzate" al padre defunto:

"Forse era meglio se facevo il pescatore come te. Non so se ne saresti stato felice, ma forse era proprio meglio. Tu volevi chissà cosa per me. E invece era giusto così, tutti i miei compagni hanno fatto il mestiere del padre. (...) Ma tu non volevi che io facessi il pescatore. Certe volte, da bambino, mi hai anche nascosto le lenze. Mi dicevi: non le trovi perché sei sbadato, ma io lo sapevo che me le avevi nascoste tu. Chissà cosa mai fantasticavi per me, quali castelli.
Tanto tu non eri un padre che poi mi avrebbe aiutato. Me lo dicevi:adesso che vai a scuola sei grande, devi fare da te, io anche se potessi non ti aiuterei mai. Avevo sei anni quando mi dicevi così, sei anni!
Ma tu parlavi troppo con il mare e non sapevi niente del mondo".

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Potrebbe sembrare un romanzo non reale, addirittura irritante per come presenta alunni e professori.
Nessun insegnante ha voglia di insegnare e nessun allievo ha voglia di studiare. Possibile che sia proprio così la realtà? Non è tutto proprio così vero, fortunatamente, nel mio percorso, ho avuto modo di conoscere e di relazionarmi anche con docenti davvero in gamba, sia dal punto di vista didattico che dal punto di vista umano.

A mio avviso, l'autrice non ha voluto descrivere la realtà della scuola, bensì trasmettere un messaggio ben preciso, un messaggio simile a una provocazione. Voleva parlare agli adulti per gli adolescenti, ecco, mettiamola così.

Sostanzialmente, credo che lei volesse comunicare questo: "ci sono dei giovani che hanno dei bei talenti. Sta a noi adulti incoraggiarli e stimolarli affinché li coltivino e li facciano crescere. Noi adulti abbiamo anche il compito di aiutare i ragazzi a sognare il futuro che desiderano. 
Oggi purtroppo c'è molta inconsistenza dal punto di vista culturale e anche dei valori morali. Vogliamo quindi che i giovani pieni di buonsenso e di capacità si adeguino a quella che è la tendenza generale? Vogliamo che loro diventino ciò che non sono per poter sopravvivere alla stupidità?"



7 settembre 2017

I messaggi di due novelle di Gogol:



Sebbene sia un autore poco conosciuto in Italia, Gogol è stato una personalità piuttosto importante nella letteratura russa.
Nei giorni scorsi ho letto due sue novelle, una comica e l'altra molto triste.
Nel commentarle però, vorrei partire da quella tragica.



IL CAPPOTTO:

LINEE FONDAMENTALI DELLA TRAMA:

Il protagonista del racconto è l'impiegato Akakij Akakievic, un uomo tranquillo, umile e riservato che subisce le pesanti derisioni dei suoi colleghi di lavoro.
Akakij non ha vita sociale, non ha amici né parenti.
Con il suo misero stipendio di 400 rubli mensili conduce uno stile di vita assai modesto, fondato su un sistema di scrupoloso risparmio.
Nel momento in cui si rende conto che il suo vecchio cappotto è ormai un tessuto fragile e consumato, inizia a risparmiare ancora più soldi per acquistarne uno nuovo, in modo tale da poter  affrontare il gelo dell'inverno a San Pietroburgo.

Dopo alcune settimane, egli riesce a farsi confezionare da un sarto un cappotto nuovo nuovo, che gli conferisce quella dignità sociale che i colleghi gli avevano sempre negato. Uno di loro organizza addirittura una festa in suo onore.
Dopo la festa, a notte fonda, mentre Akakij percorre una piazza deserta per ritornare a casa, viene aggredito da una banda di ladri che gli rubano il cappotto.
Profondamente avvilito, il protagonista della storia denuncia il drammatico avvenimento a delle figure superiori insensibili e fredde, fredde come le condizioni climatiche in cui si inseriscono gli eventi della novella.
Eccone un esempio: "Il mattino si recò dal commissario di zona, ma gli dissero che dormiva; ritornò verso le dieci: dorme, gli dissero ancora; ritornò alle undici: il commissario non c'è ; all'ora di pranzo gli scrivani non vollero in alcun modo farlo passare e vollero sapere subito di che si trattasse, e quale bisogno lo avesse condotto lì e che cosa fosse accaduto. (...) 
Il commissario ascoltò in modo veramente strano tutto il racconto del furto del cappotto. Invece di fare attenzione al punto principale della faccenda, si mise a interrogare Akakij Akakievic: e perché tornava a casa così tardi, se per caso non fosse stato in qualche casa poco raccomandabile, così che Akakij Akakievic si confuse del tutto e uscì senza sapere lui stesso se la causa del suo cappotto avesse avuto buon esito oppure no."

Pochi giorni dopo, il povero impiegato si ammala e muore a seguito di una febbre altissima.
Tenete presente che la vicenda è ambientata nei primi anni del XIX° secolo e quindi all'epoca era molto facile rendere l'anima a Dio per una febbre alta.
Una volta, quando ero piccola mi era venuto un febbrone da 41, 8°, mi hanno portata al pronto soccorso e con i giusti farmaci ero guarita nel giro di due giorni. In ogni caso non è per niente piacevole la febbre altissima: la testa scotta, se scendi dal letto hai freddo, se stai sotto le coperte hai caldo, hai la gola secca, la vista è un po' offuscata...


IL PROTAGONISTA:

Ho prestato attenzione anche ad alcune letture critiche della novella.

Interessante la derivazione del nome del protagonista:
Akakij, nome insolito, è stato fatto derivare dall'aggettivo greco "ακακόs (= acacòs)", che significa "semplice, innocente".
In questo caso dunque, il nome rivela un tratto importante della personalità del personaggio principale.


Non ditemi che Akakij è morto soltanto per un banale cappotto nuovo!
E' morto sia di freddo sia per la cattiveria di quelle persone che avrebbero potuto aiutarlo.

Avete presente il racconto della Piccola Fiammiferaia? Mamma mia, quante lacrime (almeno io!)!
Ogni volta che la leggevo immaginavo proprio questa bambina magra e denutrita vagare sola nella notte di capodanno su strade deserte illuminate dai lampioni e costretta dal patrigno a vendere fiammiferi.
Anche lei è morta sia per il clima gelido sia a causa dell'egoismo umano. 
La nonna l'ha portata in cielo durante un sogno.

Akakij lavora sodo: il lavoro di copiatura lo gratifica dalla mancanza di relazioni positive. 

"Raramente si sarebbe potuta incontrare una persona che vivesse così il suo lavoro. E' poco dire: lavorava con zelo; no, lavorava con amore. Così in questo suo copiare e ricopiare egli vedeva un qualche suo mondo variopinto e piacevole. Il piacere si esprimeva sul suo volto; alcune lettere erano le sue favorite; quando si imbatteva in esse, egli non era più lui: ridacchiava, ammiccava, muoveva le labbra, così che sulla sua faccia si aveva l'impressione di poter leggere ogni lettera che la sua penna tracciava."

A me è piaciuto molto questo commento della critica:

"Gogol insegna a vedere un uomo in un essere calpestato come Akakij Akakievic, e incita a insorgere a sua difesa. Piena di umanità, di appassionata protesta contro l'oppressione dell'uomo, è quella scena in cui, in risposta ai dileggi spietati cui lo sottopongono i suoi colleghi funzionari, Akakij Akakievic dice: "Lasciatemi in pace, perché mi offendete?"

Perché mi fai del male e mi deridi? Non sono forse io un uomo come te, con un cervello, un cuore, un viso e due mani? Non ho forse il diritto di essere rispettato, in quanto uomo fragile come te e dalla vita effimera come la tua?

L'ELEMENTO DEL FREDDO:

Questo racconto mi ha fatta ragionare sul concetto di freddo.
A che cosa pensate di solito quando sentite questa parola?

Io qui vi elenco la ricchezza semantica di "freddo" (dal Dizionario "Garzanti"):

1)  "Clima freddo, a bassa temperatura".
2)  "Doccia fredda", in senso figurato è "delusione inattesa".
3)  "Autocontrollo, lucidità".
4)  "Persona priva di calore umano e di sensibilità".
5)  "Cibo non riscaldato, piatto freddo."

Ultimamente, la prima cosa che penso quando sento o leggo questa parola è la definizione 4).

C'è freddo e freddo.
Io in inverno non lo soffro praticamente mai: cammino all'aperto ben vestita e in questo modo cerco di godermi tutte le limpidissime giornate soleggiate che dicembre e gennaio generosamente ci regalano da qualche anno a questa parte.

Casomai soffro la freddezza che gli altri, a volte senza accorgersene, mi riservano.
In questa novella c'è sia un clima freddo che la freddezza dei rapporti umani.
Io credo che la freddezza non implichi soltanto l'indifferenza. La freddezza è sicuramente molto legata all'incapacità di empatia verso il prossimo e quindi alla pochezza di umanità.
Chi è freddo è l'esatto opposto di me!


 IL RACCONTO VISTO NELLO SCHEMA DI UN TESTO NARRATIVO:

Il programma scolastico di italiano insegna a tutti che in un racconto i vari personaggi assolvono dei determinati ruoli che rispecchiano tra l'altro la loro indole.
Ho creato uno schema relativo a questa novella:

Protagonista: Akakij Akakievic (allitterazione di "k" e conseguente cacofonia!)
Antagonisti: I ladri, i colleghi di lavoro, il commissario e le altre figure dei superiori.
Aiutanti: In minima parte lo sono il sarto che cuce il cappotto e un collega che smette di deridere Akakij.

Oltre a ciò, anche i luoghi e le circostanze assumono funzioni di aiutanti e/o di oppositori.

Elementi di contrasto: il gelo dell'inverno, lo stipendio basso, il buio della notte.
Elementi di ausilio: Inesistenti.

 E' un quadro tristissimo, lo so. Ma questa storia è fatta così! :-(


IL NASO:

LINEE FONDAMENTALI DELLA TRAMA:

Il protagonista di questo divertente racconto è l'assessore di collegio Kovalèv, al quale capita un evento stranissimo.
Una mattina si sveglia e si accorge di non avere più il naso. Una sensazione di terrore lo assale:
"Voleva dare un'occhiata a un foruncolo che gli era spuntato sul naso la sera innanzi; ma con sua somma meraviglia vide che, invece del naso, aveva una superficie perfettamente liscia! Spaventato, Kovalèv chiese dell'acqua e si strofinò gli occhi con un asciugamano bagnato: non c'era che dire, di naso neppure l'ombra! "
Con indicibile e dolorosa difficoltà, egli deve prendere atto del fatto che il suo naso è scomparso di punto in bianco durante la notte!

Kovalèv, persona illustre e famosa a San Pietroburgo, a seguito di questo insolito avvenimento teme di veder definitivamente compromessi i propri rapporti sociali, mentre il suo naso percorre la città in carrozza indossando la divisa da consigliere di Stato.
Particolarmente buffa è questa parte del racconto, che riporto qui sotto. Tenete presente che il naso e il suo proprietario si incontrano casualmente all'interno di una cattedrale.

"Il naso nascondeva completamente la propria faccia nel grande colletto rigido e pregava con un'espressione molto devota.
«Come posso avvicinarmi?» pensò Kovalèv. «Da tutto: dall'uniforme, dal cappello si vede che è un consigliere di stato. Lo sa il diavolo come posso fare!»
Cominciò a tossicchiare vicino a lui, ma il naso non abbandonava nemmeno per un momento il suo atteggiamento devoto e aveva cominciato a fare profonde genuflessioni.
«Egregio signore...» disse Kovalèv, obbligandosi nel suo intimo a farsi coraggio, «egregio signore...»
«Che cosa volete?» rispose il naso, voltandosi.
«Mi sembra strano, egregio signore... ho l'impressione... voi dovreste sapere qual è il vostro posto.  E, tutto ad un tratto, vi trovo e dove? in una chiesa! Convenite che...»
«Scusatemi, ma non riesco a capire di che cosa intendete parlare... Spiegatevi.»
«Come posso spiegargli?» pensò Kovalèv e, fattosi animo, cominciò: «Certo, io... del resto sono un maggiore. Andare in giro senza naso, sarete d'accordo, è cosa sconveniente. Una fruttivendola qualsiasi, che vende arance sbucciate sul Ponte Voskresènskij, può anche stare senza naso: ma io, avendo in vista di ottenere un posto di governatore... essendo inoltre in molte case amico di signore come la Èchtàreva, consiglieressa di stato, e altre... Giudicate voi stesso... io non so, egregio signore...» 
Nel dir questo Kovalèv si strinse nelle spalle «... Scusate... se questo si considera secondo le regole del dovere e dell'onore... voi stesso capirete...»
«Non capisco proprio nulla,» rispose il naso. «Spiegatevi in maniera più chiara.»
«Egregio signore...» disse il maggiore Kovalèv con tutto il sentimento della propria dignità, «non so come intendere le vostre parole... Qui tutta la faccenda, a quel che sembra, è perfettamente evidente... Oppure voi volete... Ma se voi siete il mio naso!»
Il naso guardò il maggiore e i suoi sopraccigli si aggrottarono alquanto.
«Vi sbagliate, egregio signore. Io sono per mio conto. Inoltre fra noi non può esservi alcuna stretta relazione. A giudicare dai bottoni della vostra uniforme, voi dovete prestar servizio in un'altra amministrazione.»
Ciò detto, il naso si voltò e continuò a pregare."


Falliti i tentativi di mettere un annuncio sui giornali e di ottenere l'intervento del commissario di quartiere per recuperare il naso, alla fine della giornata Kovalèv se lo vede restituire da una guardia che ha arrestato il naso travestito da consigliere mentre cercava di prendere un treno per Riga, al fine di espatriare.
Il naso che tenta di espatriare da solo....  Troppo geniale, l'inventiva! :-) 

Kovalèv però non riesce a rimettere il naso al suo posto, tra le due guance... niente da fare, il naso non si incolla più e nemmeno il suo medico di base è in grado di farlo ritornare al suo posto.

Finché una mattina il maggiore Kovalèv si risveglia e si accorge che il naso è ritornato, di sua spontanea volontà, al posto in cui doveva sempre essere.

"A un tratto quello stesso naso che scarrozzava col grado di consigliere di stato e aveva sollevato tanto rumore nella città, ricomparve, come se niente fosse, al suo proprio posto, ossia appunto fra le due guance del maggiore Kovalèv. Ciò avvenne il 7 di aprile."


IL REALISMO MAGICO:

La critica afferma che Gogol (che è vissuto nel pieno del XIX° secolo) è stato, in campo letterario, il precursore del realismo magico, un movimento culturale sorto negli anni Trenta del Novecento.
In letteratura, il realismo magico consiste nell'inserire elementi fantastici o attinenti al mondo della magia in contesti sociali realistici.
Sicuramente questa novella presenta una caratteristica propria del realismo magico; perché in una città realmente esistente è inserito un elemento fantastico, assurdo e grottesco: la fuga del naso.

Ricordo bene che il mio manuale universitario di arte contemporanea accennava al realismo magico,
definendolo come una corrente pittorica molto attenta a raffigurazioni di oggetti fantastici appartenenti alla sfera onirica.




26 agosto 2017

La complessità dell'amore:


L'ho riletto per la seconda volta in questi ultimi giorni.
Mi riferisco al saggio di Erich Fromm intitolato "L'arte di amare", opera che sicuramente alcuni anni fa avevo già citato sul blog.
Ho capito che se lo leggi a sedici anni ne rimani totalmente affascinata, se lo rileggi a quasi ventidue trovi anche dei punti di debolezza.
Come questo che riporto nel paragrafo qui sotto:



 AMORE GENITORIALE:

"Esso (l'amore materno) è, per sua stessa natura, incondizionato. La madre ama il bambino perché è la sua creatura e non perché abbia fatto qualche cosa per meritarselo. (...) I rapporti con il padre sono assolutamente diversi. La madre è l'origine della nostra vita; è natura, è anima, è oceano; il padre non rappresenta nessuna forza della natura. Ha pochi legami con il bambino durante i suoi primi anni di vita e la sua importanza per il bambino, in questo primo periodo di vita, non può essere paragonata a quella della madre. Ma, mentre il padre non rappresenta il mondo naturale, rappresenta l'altro polo, quello dell'esistenza umana; il mondo del pensiero, dell'uomo che fa, della legge, dell'ordine, della disciplina, del lavoro e dell'avvenire. Il padre è colui che insegna al bambino, che gli mostra la strada del mondo. (...) L'amore paterno è un amore condizionato. Il suo principio è: io ti amo perché tu soddisfi le mie aspirazioni, perché fai il tuo dovere, perché sei come me. (...) l'amore paterno deve essere meritato, può essere perduto se il figlio non fa quello che il padre si aspetta da lui."


E' un punto che mi lascia piuttosto perplessa.

Inizio la mia riflessione con una domanda: i vostri genitori sono esattamente così?
I miei non ci assomigliano nemmeno!
Penso anche ad una cosa: ma se entrambi i genitori, con uno dei loro atti d'amore, creano una nuova vita, come può uno dei due provare soltanto un "amore condizionato" verso i figli che ha contribuito a concepire?
Da quando in qua l'amore del padre deve essere meritato?!
In questo punto viene descritto un padre duro, autoritario e io direi anche abbastanza crudele.
Perché mai un padre dovrebbe pretendere che i suoi figli facciano sempre esattamente quello che egli ordina e quello che egli dice loro di fare?
Come la prendereste voi se vostro padre vi dicesse: "Ti voglio bene perché hai scelto proprio la facoltà che io ti avevo caldamente invitato a intraprendere."
Davvero mi vuoi bene soprattutto per questo? Non conta assolutamente a nulla quello che sono?

Il padre, anche qui mi permetto di correggerlo, non mostra al bambino la strada del mondo ma lo guida attraverso la strada del mondo, se è un buon padre.
Le madri e anche i padri amano i loro figli anche quando questi ultimi disobbediscono loro o comunque anche quando li deludono.
La delusione fa malissimo, lo so.
Ma non credo sia quella che spezza definitivamente il legame tra genitori e figli.
Senza contare che anche la madre "insegna" al bambino, non è soltanto tutta "tenerezza e comprensione". Entrambi i genitori dovrebbero assumersi la grande responsabilità di entrare in dialogo con i figli per poter trasmettere valori morali utili per il loro futuro.

Per quel che riguarda me, posso brevemente dire che io sono stata resa sensibile, scrupolosa e responsabile da mia madre, mentre sono stata resa forte e autentica da mio padre, anzi, dalla componente maschile della mia famiglia in generale.
Con mia mamma il dialogo e il buon rapporto c'è sempre stato, io ho sempre provato una grande ammirazione e un grande affetto per lei. Non è stata né troppo severa né troppo permissiva.
E' stata soprattutto lei che mi ha insegnato a vivere come se il mondo fosse un luogo da rispettare sempre e da rendere migliore con la mia mitezza e la mia serietà.
Da mio padre ho recepito un messaggio simile, accompagnato però dal saggio consiglio di essere sempre genuina e sincera.
Ammetto che mia madre mi ha dato molti più divieti di mio padre. In famiglia era soprattutto lei l'addetta alle sgridate.
Nel senso che rimproveri come: "Non rispondere così male!", "Non entrare dalla finestra!", "Non essere così rigida!", provenivano soprattutto da lei. 

Guai se non avessi avuto loro nei miei molti momenti difficili!


AMORE FRATERNO:

 "Con questo intendo senso di responsabilità, premure, rispetto, comprensione per il prossimo; esso è caratterizzato dall'assenza di esclusività. (...) Nell'amore fraterno c'è il desiderio di fusione con tutti gli uomini, c'è il bisogno di solidarietà umana. L'amore fraterno si fonda sul principio di unione con i nostri simili. Le differenze di talento, di intelligenza, di comprensione, sono trascurabili in confronto a quello che c'è in comune tra tutti gli uomini. Per sentire questa uguaglianza è necessario penetrare dalla superficie in profondità. Se io percepisco un altro essere in superficie, sento le differenze che ci separano. Se penetro in profondità, percepisco la nostra uguaglianza, ciò che ci rende fratelli. "

Credo sia la forma d'amore verso la quale sono più portata.

A dire il vero, le persone sulla quale sono sicura di poter contare nei momenti del bisogno (genitori compresi) le posso contare sulle mie dieci dita. Sono poche, ma io so di aver costruito con loro dei solidi legami.

Soltanto i rapporti fondati sull'ascolto e sulla solidarietà rendono migliore la nostra umanità.
In questo post non voglio parlare dei fraintendimenti e delle complicazioni che sono inevitabili nei rapporti umani. Ho già ammesso più volte che questi esistono, che fanno male e che talvolta è difficilissimo superarli.
Gli ingredienti dell'amore fraterno sono: la solidarietà, l'ascolto, la pazienza, l'empatia, la condivisione.
Chiaro che è necessaria anche la reciprocità, altrimenti il rapporto è sterile e frustrante.

Secondo me però, il termine "fusione" non è del tutto corretto.
Nell'amore fraterno c'è il desiderio di incontro con gli uomini. L'incontro non è fusione; è apertura della mente e del cuore verso l'alterità.
La fusione è un rischio, dal momento che è concettualmente legata al "confondersi".
La fusione facilmente crea dipendenza dall'altro.

Nell'amore fraterno l'egoismo dev'essere bandito. C'è un passo del Vangelo simile a quello dell'immagine sopra, che dice: "Ama il prossimo tuo come te stesso."
Sarebbe assai riduttivo spiegare questa frase così straordinaria riconducendola alla morale espressa da un rabbino nella Torah: "Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te."
Il comandamento di Gesù non si esaurisce nel "non fare del male", ma, almeno a mio avviso, nel donare se stessi con gratuità, in ogni tipo di relazione.
Per poter mettere in pratica questa frase, bisogna saper conciliare il rispetto per il proprio carattere e per la propria integrità con il rispetto e la comprensione che si deve avere per gli altri, per chiunque altro.

Sapete che cosa provo per coloro che amo?! L'ho capito bene bene soltanto recentemente. Ma non so se riesco a rendere altrettanto bene l'idea qui.
E' come se loro fossero una parte di me: con le loro qualità e con i loro limiti mi hanno arricchita interiormente.
Quando amo qualcuno, egli diventa parte di me e quando mi delude grandemente, soffro per un bel po'.


L'AMORE PER SE STESSI:


Siamo proprio sicuri che questa espressione sia sinonimo di narcisismo? No!
Un po' l'ho già spiegato sopra.
Possiamo trovare la risposta a questa domanda in un paragrafo del saggio:

"(...) Va sottolineato l'errore che l'amore per gli altri e l'amore per se stessi siano reciprocamente esclusivi. Se è virtù amare i miei vicini come esseri umani, deve essere virtù e non vizio, amare me stesso, poiché anch'io sono un essere umano. Non esiste concetto d'umanità in cui io non sia incluso."

Amare se stessi, ribadisco, non significa fare come il gigante egoista (devo averlo già citato qualche tempo fa, sempre se la demenza giovanile non mi inganna!), ovvero, costruire un muro finalizzato a separare se stessi dagli altri.
Amare se stessi non significa dire: "Prima di tutto io devo pensare a me stesso, io al primo posto."
Ce ne sono di miei coetanei che ragionano così!

Per amare se stessi credo che sia opportuno innanzitutto fare il possibile per proteggere la propria dignità. Non aggiungo altro, perché ho già ampiamente trattato lo squallido problema della pornografia e del cyberbullismo.

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Concludo il post con una citazione tratta da "Bianca come il latte, rossa come il sangue".
Sono le parole della madre di Leo, il protagonista del romanzo.
Parole valide per tutte le forme d'amore: coniugale, genitoriale,  fraterno, religioso...

"Leo, amare è un verbo, non un sostantivo. Non è una cosa stabilita una volta per tutte,  ma si evolve, cresce, sale, scende, si inabissa, come i fiumi nascosti nel cuore della terra, che però non interrompono mai la loro corsa verso il mare. A volte lasciano la terra secca ma sotto, nelle cavità oscure, scorrono, poi a volte risalgono e sgorgano, fecondando tutto."

E carico anche un video dell'omonimo film. E' uno dei dialoghi tra Leo e Beatrice, parecchio profondo.





... Finalmente parto per delle vere e proprie vacanze! ... Arrivederci a settembre!

16 agosto 2017

"Piccolo mondo antico", Fogazzaro:


E' un romanzo storico scritto negli ultimi anni dell'Ottocento. 
Un po' noioso e prolisso e un po' commovente.

AMBIENTAZIONE:

Il racconto è ambientato in Valsolda, luogo situato nell'attuale provincia di Como, sulle sponde del lago di Lugano.

I luoghi del romanzo di Fogazzaro

La Valsolda attuale

La vicenda si sviluppa pochi anni prima dell'Unità di Italia, a metà Ottocento, periodo in cui i patrioti del Regno Lombardo-Veneto progettavano la ribellione contro il dominio austriaco.
I protagonisti del romanzo sono Franco Maironi, nobile e idealista e Luisa Rigey, popolana dotata soprattutto di concretezza e di un grande amore per la giustizia.

INCIPIT A CONFRONTO:

A) "Soffiava sul lago una breva (=brezza) fredda, infuriata di voler cacciare le nubi grigie, pesanti sui cocuzzoli scuri delle montagne. Infatti, quando i Pasotti, scendendo da Albogasio Superiore, arrivarono a Casarico, non pioveva ancora. Le onde stramazzavano tuonando sulla riva, sconquassavan le barche incatenate, mostravan qua e là, sino all'opposta sponda austera del Doi, un lingueggiar di spume bianche. Ma giù a ponente, in fondo al lago, si vedeva un chiaro, un principio di calma, una stanchezza della breva; e dietro al cupo monte di Caprino usciva il primo fumo di pioggia."

(A. Fogazzaro, prime righe di "Piccolo mondo antico")

B) "Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi ad un tratto, a restringersi e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra e un'ampia costiera dall'altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione e segni il punto in cui il lago cessa e l'Adda ricomincia, per ripigliar poi il nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l'acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e nuovi seni (...)"

(A. Manzoni, inizio de: "I Promessi Sposi")

Vorrei metterli a confronto dal momento che presentano alcuni elementi in comune e alcune differenze.
In entrambi i brani l'ambiente è descritto in modo molto dettagliato.
Però, mentre in Manzoni l'aspetto poetico si intreccia con dettagliate indicazioni topografiche, in Fogazzaro vengono messe in risalto prima di tutto le condizioni metereologiche.
E' comunque bene precisare che anche l'incipit di Fogazzaro non è affatto privo di poesia: alcune parole e frasi come "soffiava sul lago una breva fredda, infuriata di voler cacciare le nubi grigie"
rimandano ad un'espressione pascoliana presente nel componimento "l'assiuolo" e relativa al brutto tempo: "venivano soffi di lampi/da un nero di nubi laggiù", mentre altre come "le onde stramazzavano tuonando sulla riva (...)mostravan qua e là (...) un lingueggiar di spume bianche" ricordano uno dei primi versi di "San Martino" di Carducci: "e sotto il maestrale/ urla e biancheggia il mare", dove "biancheggia" è riferito alla spuma delle onde che si increspano.
Tuttavia, in entrambi gli incipit compaiono nomi propri di località, di fiumi e di monti che conferiscono realismo agli eventi rappresentati.
Notate bene però che Manzoni inserisce moltissime e precise indicazioni geografiche in un periodo lunghissimo e articolato, in Fogazzaro invece prevale la coordinazione.
Infine, mentre in Manzoni l'elemento umano del primo capitolo, cioè Don Abbondio, compare alcune pagine dopo, in Fogazzaro l'elemento umano è inserito subito, a metà della seconda riga, ed è costituito dai signori Pasotti, che durante il racconto fungeranno da intermediari nel travagliato e conflittuale rapporto tra Franco e la nonna, la marchesa Maironi.

Il rapporto tra Franco e la nonna è decisamente ostile soprattutto per il fatto che quest'ultima non accetta il fidanzamento del nipote con Luisa, a causa delle umili origini della ragazza.
Poco dopo il matrimonio dei due giovani, Franco viene diseredato dalla nonna.
Vale a dire che la marchesa non gli lascia nulla in eredità nel testamento.


LA MARCHESA MAIRONI  VS  TERESA:

Bisogna precisare che la marchesa Maironi è una donna insensibile, altezzosa, dotata di una mentalità egoistica e decisamente ipocrita.

" (...) «Questi sono i conti che dovete fare con me.» - proseguì la marchesa.- «Poi ci sarebbero quelli da fare con Dio.» « (...) Perché » - continuò la vecchia formidabile- « se si è cristiani si ha il dovere di obbedire a padre e madre e io rappresento vostro padre e vostra madre. »

E qui si allude all'intenzione di Franco di sposare Luisa.
Se si è cristiani si ha il dovere di rispettare e di accettare le scelte altrui, non di imporre il proprio volere. La vecchia, nelle sue assurde e illogiche farneticazioni, si fa forte del nome di Dio per sottomettere il nipote, ma invano.

Teresa, la madre di Luisa,  nutre una fortissima fede in Dio e nel mondo ultraterreno, al contrario della figlia.
Peccato che Teresa muoia pochi giorni dopo il matrimonio della figlia a causa di una malattia.
La sua unica preoccupazione è che Franco faccia maturare sua figlia nella fede.

"(...) temo che la mia Luisa, in fondo, abbia le tendenze del suo papà. Me le nasconde ma capisco che le ha. Te la raccomando, studiala, consigliala, ha un gran talento e un gran cuore. Se io non ho saputo far bene con lei, tu fa meglio, sei un buon cristiano, guarda che lo sia anche lei, proprio di cuore; promettimelo Franco."

 Questo è uno dei passaggi in cui è evidente la mitezza di Teresa, che commuove il lettore per l'apprezzabile e buona intenzione di informare il giovane sugli aspetti spirituali della sua compagna di vita.


LUISA VS FRANCO:

Ora riporto qui sotto un passaggio che, oltre a riferirsi alla già avvenuta morte della signora, delinea bene alcune caratteristiche di Luisa.

"Per lei la mamma era tutta lì su quel lettuccio, tra i fiori. Non pensava che una parte di lei fosse altrove, non la cercava per la finestra di ponente nelle stelline che tremolavano sopra i monti di Carona. Pensava soltanto che la mamma cara, vissuta da tanti anni per lei sola, non d'altro sollecita in terra che della felicità sua, dormirebbe fra poche ore e per sempre sotto i grandi noci di Looch, nella solitudine ombrosa dove tace il piccolo cimitero di Castello, mentre ella si godrebbe la vita, il sole, l'amore."

Franco e Luisa
Nell'italiano corrente il verbo adeguato al contesto sarebbe "avrebbe dormito", ma tenete presente che nel secondo Ottocento il cosiddetto "futuro nel passato" si indicava molto spesso con il condizionale presente.
Luisa non riesce a credere nell'aldilà.
Anzi, a dire il vero, fa fatica proprio a concepire l'idea di Dio.
E' una persona molto razionale, molto concreta e molto onesta; ma di fede assai fragile.
Frequenta la chiesa soprattutto per tradizione e per abitudine, più che per vero interesse o per impegno di fede.

Sempre a proposito di questo passo, Sandro Galli, un critico letterario che ha commentato in alcuni punti l'edizione che ho appena terminato di leggere, dice:

"Manca a Luisa la percezione totale dell'amore: essa lo sente nella sua fisicità più che nella sua spiritualità: un amore che esige la presenza sensibile della persona amata e non si rassegna alla trascendenza religiosa. Luisa appartiene psicologicamente alla mentalità del Positivismo, Franco invece è un romantico."

Ho "rispolverato" un po' del programma di quinta liceo: il positivismo, movimento culturale sorto in Francia nella seconda metà del XIX° secolo, riponeva molta fiducia nella scienza e nel progresso industriale e si prefiggeva inoltre di applicare il metodo scientifico a tutti gli ambiti della conoscenza umana.
Ricordo che il maggior esponente del Positivismo in filosofia era August Comte.

Il romanticismo invece ha avuto origine nel primo Ottocento in Germania.
Riflettete bene sul termine "romantico". Attualmente, lo si utilizza solitamente per indicare una persona dolcissima in amore, sentimentale e un po' malinconica. Oppure, a volte si dice: "E' un romantico" per parlare di qualcuno che è troppo idealista e che vive in un mondo tutto suo.
Ed ora pensate al romanzo epistolare di Goethe "I dolori del giovane Werther".
Bene, quest'opera letteraria è stata un'anticipazione del Romanticismo, una prima reazione al Neoclassicismo, pensiero artistico che esaltava la bellezza dell'Antica Grecia Classica.
Per i Neoclassici l'arte doveva imitare i modelli della Grecia classica, dotati di equilibrio e armonia.
I romantici erano convinti del fatto che l'arte dovesse essere libera da qualsiasi regola precostituita. L'arte è frutto dell'immaginazione, della creatività personale.
E in filosofia, si ritiene che l'essere umano tenda alla ricerca dell'infinito, di un piacere infinito, dal momento che sente dentro di sé una mancanza simile ad un vuoto che lo rende infelice.

Franco non cambia il suo stile di vita dopo il matrimonio, anche se sa bene che le risorse economiche sono limitate perché manca il sostegno della marchesa e perché i due novelli sposi possono contare soltanto sullo stipendio dell'ingegner Rivera, zio di Luisa e uno dei personaggi più positivi del dramma.
Franco trascorre le giornate suonando il pianoforte, componendo poesie e dedicandosi alla coltivazione dei fiori:

"Il giardinetto pensile fu trasformato a immagine e similitudine di Franco. Un'olea fragrans vi diceva in un angolo la potenza delle cose gentili sul caldo e impetuoso spirito del poeta; un cipressino poco accetto a Luisa vi diceva in un altro angolo la sua religiosità, un piccolo parapetto di mattoni a traforo, fra il cipresso e l'olea, con due righe di tufi in testa che contenevano un ridente popolo di verbene, petunie e portulache, accennava alla ingegnosità singolare dell'autore (...)"

Franco è dotato di un animo sensibile, è colto e amante delle varie forme artistiche e anche piuttosto focoso: come diversi a quell'epoca, elogiava i progetti di Cavour, detestava la presenza austriaca in Lombardia e si augurava l'avvento dell'Unità d'Italia.

Nell'agosto del 1852 nasce Maria, la loro amatissima figlia.
Per molte pagine Fogazzaro si dilunga a raccontare la loro serena vita familiare, risultando in alcuni punti piuttosto soporifero e inutilmente prolisso.

L'unica scena di suspense è quando la polizia filo-austriaca perquisisce la loro casa.
Il ritrovamento del fodero di una sciabola appartenente allo zio Piero sarà la causa del licenziamento di quest'ultimo, considerato funzionario infedele all'Austria.
Con il licenziamento dell'ingegner Rivera, Franco si trova costretto a partire per Torino in cerca di un lavoro per poter mantenere moglie e figlia.


MARIA MAIRONI:

La figura della bambina è piuttosto strana a mio avviso.
Non sembra nemmeno umana, sembra una creatura angelica: bellissima, dolcissima e con un'intelligenza già troppo precocemente sviluppata.
A tre anni capisce le situazioni e i drammi come se ne avesse tredici.

Fogazzaro inserisce anche una grossa disgrazia (ci mancava solo quella all'interno del racconto!), che è la morte della bambina.

Ci sono alcuni punti della narrazione che a me danno un po' fastidio, al punto tale che se l'autore fosse ancora in vita gli suggerirei di cambiare il titolo del romanzo da "Piccolo mondo antico" a "Storia di una tragedia preannunciata".

Fogazzaro predice più volte il terribile destino della bambina, togliendo la "sorpresa" al lettore, soprattutto qui:

"Ella salì sopra una sedia, disse le poche orazioni che sapeva e poi si atteggiò come vedeva atteggiarsi in chiesa le più devote del paese, si mise a muover le labbra com'esse, a dire una preghiera senza parole. Colui che allora l'avesse veduta conoscendo il terribile segreto dell'ora imminente avrebbe pensato che l'angelo della bambina fosse in quel momento supremo accanto a lei e le sussurrasse di pregare per qualche altra cosa che i vigneti e gli uliveti della Valsolda, per qualche altra cosa a lei più vicina, ch'egli non diceva, ch'ella non sapeva e non poteva mettere in parole: avrebbe pensato che negl'inarticolati bisbigli di lei vi fosse un riposto senso tenero e tragico, il docile abbandono di un'anima dolce ai consigli dell'angelo suo, al voler misterioso di Dio."

Un'altra cosa: la bambina parla un po' troppo spesso del Paradiso. Aspetto insolito per una che è così piccola.

In un pomeriggio di fine settembre Maria annega nel lago. La disgrazia avviene quando nessuno dei due genitori è in casa: Franco è lontano in Piemonte e Luisa si è recata a Cressogno per rimproverare la marchesa del suo egoismo.

Franco e Luisa reagiscono in modi molto diversi al terribile dolore di una perdita così grave e improvvisa: Franco piange moltissimo ma, grazie alla sua sincera fede in Dio, si convince che sua figlia sia passata a vita migliore.

Luisa invece non accetta la morte della bambina e impazzisce completamente. Non versa neanche una lacrima, si reca al cimitero almeno tre volte al giorno, smette di frequentare la chiesa e quasi ogni sera va a casa del professor Gilardoni, l'unico amico che ha, per farsi sottoporre a delle sedute spiritiche in modo tale da rievocare lo spirito della bambina.
E' solo a causa di queste frequenti sedute che riesce a respingere il pensiero del suicidio.

Ognuno di noi reagisce al dolore in modo diverso e certe perdite possono addirittura influire sul temperamento e/o sulla concezione della Fede cristiana.

FINALE:

Credo che gli ultimi due capitoli siano quelli scritti meglio di tutti gli altri.
Ci si potrebbe fare un'opera lirica solo sull'ultima parte, una rappresentazione teatrale con un sottofondo orchestrale di musiche un po' malinconiche e un po' di carattere marziale.
Alla vigilia della partenza di Franco per la Seconda guerra di Indipendenza, i due coniugi si incontrano di nuovo dopo essere stati lontani per quattro anni.
Il cuore di Luisa, che era diventato quasi del tutto indifferente al marito dopo la morte di Maria, si scioglie.
Entrambi, nonostante la vita sia stata profondamente ingiusta con loro, nonostante la povertà, la perdita della figlia e la lontananza per lungo tempo l'uno dall'altro, capiscono di amarsi ancora.

Il romanzo si chiude con la straordinaria intuizione di Luisa (intuizione che solo le donne possono avere!) che dentro di lei si stia formando una nuova vita, dalla quale e con la quale ripartire.

10 agosto 2017

Ciao, Charlie...


Questo bambino nel corso di questi primi otto mesi dell'anno è diventato un caso mondiale dal momento che la sua gravissima malattia genetica è stata oggetto di discussioni etico-morali e giuridiche.
In questi giorni i genitori di Charlie Gard stanno organizzando il funerale del loro figlio.
E io,  proprio in questi giorni, ho pensato ad un piccolo pensiero da esprimere qui, sotto forma di lettera indirizzata direttamente al piccolo, il quale ormai credo si trovi in un posto stupendo.

Prima di iniziare ci tengo a scrivere un consiglio piuttosto schietto, rivolto a tutti coloro che ora sostengono che Charlie abbia sofferto inutilmente nelle ultime settimane per colpa del Papa e di Trump, i quali supplicavano i medici e il giudice a tenerlo in vita.
Vi consiglio di mangiarvi il cervello, la lingua e le corde vocali. Vergognatevi!
Se la pensate così significa che non avete un minimo di rispetto per il dolore straziante di due trentenni che hanno appena perso per sempre il loro piccolo bambino.
Soprattutto loro hanno lottato per la vita del figlio e hanno iniziato a lottare molto prima che il Papa e il Presidente degli States rendessero esplicita la loro posizione.

"Ciao Charlie.
E' molto probabile che tu ora sia in un posto meraviglioso, pieno di erba verde e di fiori colorati, pieno di angeli vestiti di bianco che cantano dolcemente la gloria di Dio.
Io il Paradiso me lo sono sempre immaginato così, come se fosse un enorme e bellissimo giardino perennemente fiorito e perennemente illuminato dal sole.

Te ne sei andato a soli 11 mesi... Un tempo troppo breve per poter capire che la vita, pur essendo una doppia fregatura, vale la pena di essere vissuta in pieno.
E' così, Charlie.
Le illusioni in cui noi crediamo fermamente nel periodo dell'infanzia, si sgretolano nel pieno dell'adolescenza, per poi costituire, nella prima età adulta, dei ricordi lontani dal sapore un po' agrodolce.

Cerco di spiegarti che cosa intendo per "doppia fregatura", anche se sono quasi sicura che tu in questo momento, mentre io scrivo, mi stai osservando con un tenero sorriso luminoso.
So bene che nessun bambino al mondo, che abbia uno o undici anni, sarebbe in grado di comprendere i miei ragionamenti sull'esistenza. 
Queste cose non le puoi capire prima di viverle; anzi, non le capisci neanche dopo i vent'anni se non hai mai fatto tesoro delle esperienze vissute.

1) La felicità non dura per sempre. 
La vita non è una favola. Nessuno vive per sempre "felice e contento". 
Puoi essere felice il giorno in cui prendi la patente, il giorno della prova orale di maturità, il giorno in cui ti laurei, il giorno in cui ricevi il tuo primo stipendio... ma poi? 
Nella vita ci sono sicuramente dei momenti di grande gioia, ma questi non durano mai troppo a lungo. 
L'esistenza alterna la felicità alla sofferenza, la serenità all'angoscia.
Da bambini capita di fare con grande entusiasmo molti progetti, senza minimamente considerare la possibilità che possano insorgere imprevisti e ostacoli.

2) Amore non è sinonimo di gioia. 
 Amare è sinonimo di rischiare.
L'amore a volte rende paranoici, a volte fa soffrire, soprattutto quando arriva il momento in cui uno apre gli occhi e si accorge di non essere mai stato davvero ricambiato.
Amare non è facile. 
L'amore per familiari e amici lo si deve rinnovare nel tempo, senza mai darlo per scontato.
L'atto di amare richiede impegno, non è soltanto un sentimento romantico un po' astratto che si ferma alle parole.
L'atto di amare ci fa capire che noi, pur essendo protagonisti della nostra esistenza, non bastiamo a noi stessi: abbiamo bisogno di persone che sappiano darci conforto nelle situazioni tristi e difficili e a nostra volta abbiamo bisogno degli altri per esprimere la parte migliore di noi stessi, quella parte che proviene direttamente da valori morali cari a Dio, come la generosità, la pazienza, la sensibilità.

Durante il suo viaggio nella desolata Alaska, il giovane Alex Supertramp, protagonista di "Into the wild", scriveva, con le lacrime agli occhi sul suo diario: "Happiness is real when only shared".
Nella mia lingua madre si traduce così: "la felicità è reale solo se condivisa".
Tu sei morto troppo presto per poter provare la serenità che si prova sia quando ci si sente accolti dagli amici più cari, sia quando ci si sente compresi e benevolmente guidati nelle scelte di vita da genitori e familiari.

Sei morto troppo presto per poter provare l'euforia dei giochi di squadra, la soddisfazione di un voto alto a scuola, l'orgoglio di scoprire un talento personale nel pieno dei propri cambiamenti fisici, come a me è successo con la poesia e la scrittura quando avevo quindici anni.

Maledetto RRM2B!! Era quello il tuo gene difettoso, che ha compromesso le tue funzioni vitali.
Mi dispiace un sacco, Charlie. 
Mi dispiace che tu sia stato affetto da quella bruttissima sindrome, mi dispiace che tu sia stato dipendente dalle macchine per più di otto mesi, mi dispiace che i medici dell'ospedale e i giudici abbiano sempre negato ai tuoi genitori la possibilità di provare una terapia sperimentale, che forse avrebbe potuto migliorare la tua qualità di vita.

Mi dispiace moltissimo, Charlie. 
Spero che la tua morte abbia aiutato gli adulti a ragionare, a pensare, a immalinconirsi; perché fa bene la malinconia di tanto in tanto, aiuta a crescere, rende più ragionevoli e più forti.

Conforta i tuoi genitori da lassù, aiutali a sopravvivere al dolore e a fare progetti che diano frutti significativi, come la Fondazione in tuo onore. (Mamma Connie ci tiene tanto!)

Salutami i miei nonni e Gabriella. Dovrebbero esserci lassù. Dà loro un abbraccio da parte mia.
Ciao, piccolino, buon Paradiso.

                                                                                                                                          Anna 
                                                                                                                                                                "









3 agosto 2017

"Il sole dentro":


Un film molto carino, a mio avviso da far vedere ai ragazzini delle medie per poi far loro scrivere una recensione ricca di riflessioni personali sui temi dell'amicizia, della solidarietà umana, della miseria e della fame nel mondo.
Si tratta di due storie profondamente diverse, una inverosimile e a lieto fine e una realmente accaduta e molto drammatica.
Le due vicende si intrecciano nel corso della proiezione. In questo post io le presenterò separate.
Parto dalla più drammatica.
Lo sfondo delle vicende sono dei luoghi caldi e assolati e, a proposito, questo non sarà un post lunghissimo: c'è un caldo talmente torrido, micidiale e persistente che fa venire il mal di testa.


YAGUINE E FODE':

Nel giugno del 1999 due quattordicenni africani, per l'esattezza originari della Guinea, dopo aver scavalcato la rete di recinzione dell'aeroporto di Conakry, riescono a nascondersi all'interno del carrello di un Airbus 300 diretto a Bruxelles.
Il giorno prima della partenza avevano scritto una lettera indirizzata alle "Eccellenze d'Europa" a nome di tutti i loro connazionali.
 All'aeroporto di Bruxelles la signora Chiara Trevisan, in quel periodo addetta all'ispezione dell'aereo, aveva trovato i cadaveri abbracciati dei due ragazzini e naturalmente anche la loro lettera, scritta in lingua francese.
Ecco il contenuto:

"Alle Loro Eccellenze, i signori membri e responsabili dell'Europa. 
Abbiamo l'onore, il piacere e la grande fiducia di scrivervi questa lettera per parlarvi del nostro viaggio e delle sofferenze di noi bambini e giovani dell'Africa.
Ma prima di tutto vi presentiamo i nostri saluti più squisiti, rispettosi. 
Siate il nostro sostegno e il nostro aiuto. Siatelo per noi in Africa, voi ai quali bisogna chiedere soccorso. 
Ve ne supplichiamo per l'amore del vostro bel continente, per il vostro sentimento verso i vostri popoli, le vostre famiglie e soprattutto per l'amore per i vostri figli che voi amate come la vita. 
Signori membri e responsabili dell'Europa, è alla vostra solidarietà e alla vostra gentilezza che noi vi chiediamo aiuto per l'Africa. Aiutateci, soffriamo enormemente, aiutateci.
Abbiamo dei problemi, i bambini non hanno diritti.
Noi africani, soprattutto noi bambini e giovani africani, vi chiediamo di fare una grande organizzazione utile per l'Africa perché progredisca. 
Se vedete che ci sacrifichiamo, rischiamo la vita è perché soffriamo troppo in Africa. 
Noi vogliamo studiare.
Vi chiediamo di aiutarci a studiare per diventare come voi.
Infine vi supplichiamo di scusarci moltissimo di aver osato scrivervi questa lettera in quanto voi siete degli adulti a cui noi dobbiamo molto rispetto.


Scritto da Yaguine e Foidè, due bambini guineiani. "


La signora, profondamente scossa sia dall'accaduto sia dalle parole della lettera, aveva deciso di cooperare con l' UNICEF e di stabilirsi in un villaggio africano in modo tale da poter garantire ai bambini di quella zona il diritto allo studio e ad una vita il più serena possibile.
Con le parole di questa lettera si chiude il film, che alterna le immagini della donna con quelle di Yaguine e Foidè da vivi.

Yaguine e Foidè vivevano a Conakry, la capitale della Guinea, caratterizzata da sovraffollamento, da strade sporche, piene di polvere e piuttosto caotiche.                                                               
Questa è una caratteristica comune tra le città africane le quali, dal momento che hanno tutte attraversato una rapida e precoce fase di urbanizzazione, si ritrovano ad essere pressoché invivibili per le persone che si trasferiscono: il traffico è intenso, le condizioni igieniche sono pessime e quelli che dovrebbero essere edifici e palazzi sono in realtà degli ammassi di baracche.
Negli ultimi anni, soprattutto in paesi come anche il Kenya, un buon numero di contadini provenienti dalle zone rurali, per cercare di migliorare le condizioni di vita, abbandona l’agricoltura per recarsi nelle città. In quel disgraziato continente, il risultato della migrazione campagna-città è purtroppo questo: diffusione di malattie infettive, mortalità infantile altissima e lavoro precario.
Ad ogni modo, la vita di questi due ragazzini prevedeva l’aiuto ai genitori nel lavoro durante il giorno e lo studio collettivo, tutte le sere, in un campo vicino all’aeroporto.                                         
In Guinea il 47% della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà e, oggi ancor più che nel ’99, l’economia non dà segni di miglioramenti significativi. Se i ragazzi vogliono studiare, devono inevitabilmente compiere dei sacrifici che di norma richiedono molte energie psico-fisiche e un’ammirevole forza di volontà.



ROCCO E THABO:

Rocco e Thabo sono due simpaticissimi tredicenni vittime della tratta dei baby calciatori, realtà di cui non ero mai stata informata prima di vedere il film.
Se voi lettori non conoscete questo tristissimo e disumano fenomeno che considera i ragazzini come oggetti da acquistare e da buttare, lo capirete fra poche righe, dopo aver letto le frasi limpide e sincere
di un tredicenne che "ci è finito dentro".


Thabo proviene da N'Dula, un villaggio africano oltre il Sahara.
Il ragazzino è stato acquistato da un "mister" italiano e portato in Italia.
All'inizio del film, durante un viaggio in autostrada verso Bari, i due ragazzini raccontano le loro storie all'autista del pullman che li porta a destinazione.
"Thabo, diglielo che quel delinquente si è preso tutti i soldi della tua famiglia e che tuo padre e tua madre hanno fatto i debiti per pagarlo! E ti hanno fatto piangere in un container con dieci prostitute e a momenti morivi di sete!", dice Rocco con voce triste e pochi istanti dopo continua così: "Se sei bravo ti tengono per fare soldi, se non sei bravo ti buttano in mezzo alla strada".
 
Rocco è originario di Bari ed è praticamente un ragazzino senza famiglia: la madre è morta, il padre si è trasferito a Torino con una nuova compagna e il ragazzino subisce violenze fisiche da parte dello zio che lo ha venduto come calciatore.

I due ragazzini, amici per la pelle, decidono di allontanarsi dall'Italia per arrivare a N'Dula, luogo natale di Thabo.
Mi ha molto colpita una frase di Rocco, che penso costituisca uno dei messaggi più importanti della storia: "Casa tua non è dove sei nato, ma dove ti vogliono bene".
Con questa bella verità, il ragazzino decide di imbarcarsi clandestinamente con Thabo su un traghetto.
Dapprima arrivano in Tunisia e da lì raggiungono l’immenso deserto del Sahara, grande come l’Europa (8 milioni di km quadrati).
Non sempre il viaggio nel deserto fila liscio: Thabo e Rocco trovano delle persone disposte ad aiutarli ma assistono, nascosti dietro a una duna, ad un episodio in cui i soldati rubano i pochi averi di chi percorre il deserto per raggiungere il Mediterraneo.

Riescono poi a raggiungere il villaggio di Thabo? Sì.
E, per di più, Chiara Trevisan si preoccupa di entrambi: Thabo si ricongiunge con la famiglia e Rocco si stabilisce in Africa; d'altra parte in Italia non ha nessuno che gli voglia un po' di bene e allo zio violento e cattivo viene negato l'affido.

Concludo con due scene (non distanti l'una dall'altra) e con un breve commento su queste.






Da precisare che la colonna sonora è stupenda!

Padre X, pur essendo un pochino svitato, dice ai due protagonisti di questa vicenda delle cose che non si possono disprezzare. Io le condivido pienamente.
Come quella del primo spezzone: "(...) sono un po' africano come voi ma anche messicano, indiano, cinese... uomo."
Sapete cos'è questo? Un palese e netto rifiuto del razzismo!

Questa parte su YouTube non c'è, ma ve la svelo io.
All'interno della capanna, Padre X ha appeso tutte le foto dei fondatori delle principali fedi religiose al mondo. Poi, sempre all'interno della capanna, afferma: "Chi ha deciso di distinguere il terzo mondo dai paesi sviluppati? I potenti della Terra! Ma il mondo non è uno solo?"

Devo ammettere che questa suddivisione ha sempre dato un po' fastidio anche a me.

Bellissimi gli aquiloni sopra la capanna di Padre X!
Secondo me costituiscono un'ulteriore sottolineatura del tema dell'uguaglianza sostanziale di ogni essere umano.

Siamo diversi l'uno dall'altro per aspetto fisico, caratteristiche della personalità, colore della pelle, fede religiosa, modo di vestire e abitudini di vita.
Però siamo tutti umani con due gambe, due braccia, un viso, un cervello e un cuore.
Le condizioni esistenziali sono identiche per tutti: ignoranza riguardo al futuro, anche quello più prossimo, precarietà dell'esistenza, imprevisti, preoccupazioni, alternanza di gioia e dolore, di angoscia e di pace.













26 luglio 2017

La piaga giovanile del bullismo:


Nota dolente, penserete voi. Sì, ma comunque necessaria all'interno di un blog.
Vivremmo tutti in un mondo più felice se non ci fossero prepotenze e cattiverie!
Chissà quante volte nel corso di questi ultimi anni avrete sentito questo termine che designa un fenomeno ormai purtroppo molto comune tra le fasce generazionali 12-18 e 19-27.

Lucidamente, dopo un periodo in cui ho pensato piuttosto spesso a questo fenomeno, posso dire che non è del tutto esatto parlare del bullismo ma di "bullismi".
Ce ne sono di più tipi, ai quali ho dato diversi nomi. Li elenco qui sotto:


1) "Bullismo evidente". E' quello che si manifesta attraverso violenze fisiche e pestaggi.
Questa tipologia è più comune tra i ragazzi e in casi gravissimi può portare anche alla morte della vittima.

Penso che ricordiate ancora piuttosto bene quello che è accaduto ad Alatri (Lazio) questa primavera, quando Emanuele Morganti, un giovane di 20 anni che si trovava in un locale notturno con gli amici e la fidanzata, è stato ingiustamente e crudelmente trascinato fuori dal locale e picchiato da un gruppo di venti persone. Ricorderete tutti che non ce l'ha fatta e che è morto il giorno dopo in ospedale.
Era domenica ed era la fine di marzo. Quando ho sentito questa notizia alla radio ero in auto. Stavo tornando da una giornata di preghiera e meditazione sul Vangelo che era stata organizzata in un paesino di montagna ai piedi del Baldo.
Per prima cosa ho pensato ai genitori del ragazzo: come faranno mai a farsene una ragione? Come faranno a convivere per il resto della vita con una tragedia così assurda? Sicuramente non avranno più pace! Emanuele, a quanto sembra, ha avuto soltanto la colpa di girarsi verso quel prepotente che lo spintonava. Il terribile pestaggio di cui è stato vittima non ha mai avuto né un senso né una logica.
Senso, logica... più cresco più mi rendo conto di essere molto più affezionata dei miei coetanei a questi termini. Le persone che, come me, sono "attaccate" a questi principi, sono in via d'estinzione.
La verità è che ogni pestaggio non ha e non avrà mai senso, nemmeno se venisse fatto al ragazzo più odioso del mondo!
Non si fa violenza fisica per il puro gusto di farla come non si fa violenza fisica per assecondare il proprio desiderio di vendetta.

Riporto qui sotto una parte del discorso della madre del ragazzo durante il funerale, fa venire i brividi. Mi meraviglia il fatto che sia riuscita a trovare la forza di parlare:
"Dio non ha chiamato Emanuele perché era cattivo, l’ha solo ricevuto dalla cattiveria degli uomini. Avrei tante cose da dirvi, ma posso solo dire che vi abbraccio e vi bacio per quello che avete fatto per noi. Ogni vostra lacrima ci aiuta anche se non basterà." 

Ci sono altri due aspetti da mettere in evidenza; e il primo è questo: pare che nessuno in quel frangente abbia pensato di chiamare immediatamente la polizia. 
Quasi tutti, per dirla con James Archibald Cronin, "sono stati a guardare". 
Solo uno degli amici di Emanuele si è inserito nella lite per cercare di difendere la vittima, prendendole anche lui al punto tale da aver bisogno di un ricovero in ospedale di alcuni giorni. 
Ma capite bene che, sempre secondo la famigerata logica, due contro venti è disumano.
Bisognava telefonare ai carabinieri!

Altro particolare contestualizzante: erano le tre del mattino. 
Un'ora pericolosa, l'ora in cui entrano i ladri in casa e l'ora in cui gli sbronzi e i drogati si aggirano per fare danni.
E' tardissimo, secondo i miei canoni.
E' l'ora in cui io sono a letto sotto le coperte, perché durante il giorno mi attendono un sacco di impegni: lezioni accademiche, studio, lavori domestici, attività sportive e diversi interessi da coltivare.
Giovani e adulti mi prendono in giro quando dico loro che spesso quando esco torno a casa in orari compresi tra le 23 e l'una e mezza. Pochissime volte sono rientrata più tardi.
Basta poco per rendermi contenta: una cena e una passeggiata all'aperto, in luoghi abbastanza frequentati. E fortunatamente quei pochi amici che ho me li tengo stretti non soltanto perché sono delle brave persone piene di qualità ma anche perché il loro modo di svagarsi è simile al mio.

Io non mi permetterò mai di dire che siccome era fuori casa a quell'ora, allora si è meritato la brutta fine che ha fatto. Sarebbe una cattiveria di pessimo gusto. 
Voglio soltanto affermare che, a mio modesto parere, le primissime ore del mattino non sarebbero proprio le più adatte per praticare la vita sociale, chiamiamola così, visto che quell'espressione per molti ventenni significa "discoteca sballo e alcolici fino all'alba". 
Fare le ore piccole è pericoloso, anche quando uno è maggiorenne. E non scherzo.

Al di là di tutte queste riflessioni, ribadisco che mi dispiace un sacco, mi è sempre dispiaciuto. 
Per il ragazzo, per i suoi due fratelli e per i loro poveri genitori.
Sapete, Emanuele in fin dei conti, sotto diversi aspetti, era un ragazzo fortunato, nel senso che aveva i suoi buoni motivi per essere sereno: si era diplomato in un istituto tecnico, aveva la ragazza ed era riuscito a trovare lavoro nello stesso paese in cui viveva. 
Che diritto avevano quei bulli delinquenti senza morale di privarlo della vita??!


2) "Bullismo indiretto"
E' quello con cui io ho avuto a che fare per alcuni anni dell'adolescenza. 
Non è da sottovalutare, perché fa male; è di natura psicologica.
E' diffuso presso le componenti femminili delle classi che sono abili soltanto a compiere carognate.
Si tratta prima di tutto di emarginare una persona con un carattere molto diverso dal tuo e con opinioni diverse dalle tue. 
Oltre alla condizione di emarginazione, ci sono spesso anche sia l'abitudine di diffondere calunnie meschine sul conto dell'emarginata sia il vizio di sussurrare commenti stizziti e pieni di invidia ogni volta che la vittima raggiunge un obiettivo o riscuote un piccolo successo.



3) "Cyberbullismo". Forma recentissima, nata dapprima nel triste mondo anglo-americano. 

"E' di quelle che se la cercano", direbbero i ragazzi. Non siate così precipitosi, vi consiglio io.
Certo è vero, ci sono le ragazze come Tiziana Cantone che autorizzano un amico pervertito a filmarle durante un rapporto sessuale. Che poi mi chiedo: cosa cavolo c'è da filmare? Non sono affari tuoi, stanne fuori! E invece no. Filmano tutto quanto e postano tutto quanto. 
Talvolta, il seguito e l'epilogo di vicende come questa sono tragici: vergogna, depressione, perdita del lavoro, suicidio.
L'ho detto lo scorso anno alla fine dell'estate: queste ragazze fanno un grave errore, ma la pagano troppo cara, perché adesso come adesso il mondo è crudele e ti giudica non tanto per il temperamento che hai, quanto piuttosto per i video e le foto che ti riguardano.
C'è distinzione tra vita reale e vita online? Non lo so, almeno io non riesco a rispondere.

Poi ci sono anche quelle che si spogliano di fronte ad una fotocamera per farsi un autoscatto compromettente da inviare magari a un compagno un po' porcello che le ricatta più o meno in questo modo: "Devi dimostrarmi che mi ami veramente".
Alla diffusione di queste foto seguono commenti piccanti e volgari.
I cretini che ricattano le loro compagne in questo modo e che poi diffondono le loro foto "osé"  sono proprio da liquidare, e al più presto! 
Vuoi una prova d'amore? Sparisci dalla mia vita! Te lo chiedo per preservare la mia dignità di donna. 
Perché se il rispetto verso l'altra persona lo tieni sotto le suole delle scarpe, tanto vale che maturi come uomo, prima di metterti insieme con qualsiasi altra.

Io però mi chiedo anche una cosa, da qualche tempo a questa parte...
Siamo sicuri che trasmissioni di elevatissimo livello culturale come "Il grande fratello" e "Temptation Island" non influiscano almeno in parte sia sul nostro modo di vivere le relazioni affettive che sui nostri comportamenti?

"Il grande fratello" secondo me era di una noia mortale! Non so se lo trasmettano ancora.
Ecco in che cosa consisteva: telecamere attive, pronte a spiare i concorrenti anche quando questi ultimi si dirigevano verso la porta dei servizi igenici. Ma che interessante! Ma che efficace impatto emotivo!
In quel programma non succedeva mai niente! Vengono filmate azioni banali, vengono registrati discorsi stupidi, viene data importanza a qualunque semplicissimo e naturalissimo movimento del corpo.
L'ho visto soltanto una volta e mi sono bastati dieci minuti per capire di che nullità si trattava!

Anche a "Temptation Island" le videocamere sono attive 24/7.
E così uno non è nemmeno libero di tradire la propria fidanzata! Sto scherzando, naturalmente.
Volevo dire che è abbastanza demenziale.
I video salvati avrebbero la funzione di far capire al partner che sta dall'altra parte dell'isola se l'altro membro della coppia è affidabile o meno.
E risulta che non lo è quasi mai, visto che le telecamere filmano i tradimenti e i comportamenti sconvenienti.
Mi stupisco del fatto che questo programma riscuota un così grande successo!
Eventi ed aspetti della vita quotidiana che dovrebbero essere protetti da privacy vengono visti (purtroppo sono così tanti!) da qualche milione di telespettatori.
E qualcuno, convincendosi che le videocamere siano fondamentali nel corso della propria vita, si ammala di "protagonismo" e quindi mette telecamera fissa o si fa filmare in certi momenti...

Puntualizzo anche che ci sono pur sempre degli e delle innocenti che subiscono cyberbullismo.
Sono quei casi in cui un bullo scatta una foto ad un ragazzo che ha un difetto fisico, dopodiché la pubblica con una didascalia oltremodo sprezzante e offensiva.
Ultimamente succede anche che molte ragazze e molte donne vengano fotografate di nascosto e poi sottoposte, via web, a insulti e a commenti pornografici. E questo senza che siano vestite in modo particolarmente provocante.


4) Il "Blue Whale", una spietata guida al suicidio. 

Io la considero una forma di bullismo psicologico, oltre che un reato di istigazione al suicidio.
Vengono coinvolti i ragazzi di età compresa tra i 12 e i 16 anni, l'età in cui frequentemente ci si sente impotenti e "nudi" di fronte al male che si sente dentro e che a volte si subisce dall'esterno. (E quando raggiungi la ventina non è che le cose cambino più di tanto, per quanto forte tu possa essere. Non è immaturità questa, è il fatto che si è ancora troppo giovani.)
Il nome deriva da una caratteristica dell'esemplare della balena blu, ovvero, quella di approdare su una spiaggia e di lasciarsi morire di asfissia, senza nutrimento. Praticamente si suicidano a un certo punto della vita.
Per chi ancora non ne fosse stato informato, questo gioco dura 50 giorni. Il giocatore è guidato da un curatore che gli ordina di compiere una serie di atti autolesionistici come tagliarsi i polsi, incidersi su un braccio una balena, alzarsi alle 4 e 20 per vedere film molto violenti o dell'orrore, sporgersi dal bordo di un ponte o del tetto di un condominio. Naturalmente tutto dev'essere fotografato, filmato e inviato al curatore, che decide la data di morte del giocatore.
Questo gioco è stato inventato da uno studente russo nato nel 1995, come me, il quale non ha alcun rimorso. In effetti, ha dichiarato: "Con questa invenzione ho purificato la società dagli scarti biologici." Ma che cattiveria! Questo è un discorso che potrebbe essere pronunciato da un nazista.
In Russia sono morti 157 adolescenti. In Italia, grazie soprattutto a dei bravi insegnanti che hanno fatto denuncia alla polizia postale, sono stati scoperti e fermati circa una dozzina di ragazzini che avevano iniziato a giocare al Blue Whales.
Le catechiste delle medie nella parrocchia di mio zio Attilio si preoccupano se i ragazzini invece di ascoltarle canticchiano "Ulisse Lowlow"... Quel video è niente in confronto al Blue Whale.
Anzi, sono due cose che non sono nemmeno paragonabili! 
Ho visto anch'io il video di quella canzone e sono d'accordo sul fatto che i ragazzini non dovrebbero vedere la violenza che c'è e non dovrebbero sentire il linguaggio scurrile che viene adottato.
"Ho scelto il male perché il bene era banale, Dio mi ha dato una pistola facile da maneggiare".
Come se Dio dispensasse pistole dall'alto dei cieli per compiere rapine e per fare giustizia sui ricchi corrotti ed egoisti!
Bisognerebbe preservare i ragazzini sia dal Blue Whale sia da video e da messaggi negativi come quello che trasmette la canzone "Ulisse".
Non ho idea di che cosa voglia dire in pratica, anzi forse sì: bisognerebbe cercare di parlarne con loro.
Le catechiste non ne hanno il tempo, ma le insegnanti di italiano sì.
Quindi, visto che "Ulisse-Lowlow" risulta molto più bello di qualsiasi traccia di tema e molto più accattivante di qualsiasi esercizio di analisi logica, tanto vale dedicargli un'oretta per una discussione.
E' una protesta, ma è giusto il suo modo di protestare?! Cosa vuole trasmettere?

E per quel che riguarda il Blue Whale: perché secondo voi alcuni vostri coetanei ci cascano e lo prendono ingenuamente come un gioco? Giocare sapendo di essere destinati al suicidio: vi sembra una sfida accettabile?


Alla fine ho scritto un post sia sulle tipologie di bullismo sia sul marciume che c'è su internet e in televisione. Perché anche quello credo che influisca sui comportamenti scorretti dei giovani, quindi forse qualche accenno ci stava.

Per ulteriori vostre riflessioni personali, allego alla fine del presente post un'immagine che mi ha colpito molto:


Se foste voi così e se vi prendessero in giro solo per questo... brutti str....!!!