Visualizzazioni totali

3 maggio 2017

Rapporti tra letteratura e musica:

In questo post non riemergerà soltanto il mio entusiasmo nel creare collegamenti interdisciplinari...
E in effetti, prima di quelli, ho inserito un breve excursus storico dell'opera italiana.
Gli studenti dei Conservatori e dei Licei Musicali sicuramente hanno studiato in modo più approfondito di me i contenuti qui sotto esposti, ma spero che apprezzino questo post! ;-) ... Io ho frequentato e superato soltanto due esami di storia della musica e ora sto seguendo un laboratorio musicale che mi sta dando la possibilità di assistere a prove orchestrali e di regia presso il Filarmonico della mia città. Le mie conoscenze sono più che discrete ma non approfondite.

STORIA DELL'OPERA DRAMMATURGICA:

Prima tre aspetti fondamentali: 

1) Il testo del "Rigoletto" è stato scritto dal poeta Francesco Maria Piave ma, nonostante ciò, si dice sempre che è un'opera di "Giuseppe Verdi". Come mai? Non sarebbe più corretto affermare che "è un'opera scritta da Piave e messa in musica da Verdi"?  Se devo essere sincera, io sono una dei pochi che tende a dire così, perché, a mio avviso, l'opera lirica è generata da due straordinarie forme d'arte, ovvero, la letteratura e la musica, che operano praticamente in simbiosi al fine di rendere piacevolmente fruibile un prodotto culturale di notevole rilievo storico.
"Il Rigoletto" non è soltanto un'opera di Verdi, questo è vero. Però bisogna tener presente che è ben diversa da qualunque opera teatrale recitata. Il teatro di parola non è come il teatro musicale. Nell'opera lirica, i sentimenti dei protagonisti della storia, vengono valorizzati dalla componente musicale, la quale ha la capacità di suscitare spesso un forte impatto emotivo negli spettatori.
Per questo la musica è considerata "la colonna portante" di ogni opera lirica.

2) Sul piano vocale bisogna distinguere tra l'intonazione recitativa (o semplicemente il recitativo), ovvero, una tipologia di canto che tende a rimanere il più possibile aderente all'enunciato poetico; e l'intonazione cantabile (o pezzo chiuso o aria), ovvero, un canto in parte sganciato dalla struttura verbale che mira a evidenziare sentimenti, conflitti interiori, emozioni.

3) Nessun soggetto rappresentato nelle opere drammaturgiche è originale, nel senso che è sempre desunto da fonti letterarie. Può, è vero, essere liberamente ispirato a un racconto letterario, ma comunque mantiene sempre dei rapporti piuttosto rilevanti con questo.

A) IL SEICENTO:

Molto probabilmente (sempre se non vado errata!), la prima opera messa in musica era intitolata "Euridice", con testi del poeta Ottavio Rinuccini e musiche del nobile Jacopo Corsi. Era stata messa in scena nel 1600 in occasione delle nozze di Maria de' Medici. Ricordo anche che la storia non era fedele al mito classico di "Orfeo ed Euridice", perché nella narrazione di Rinuccini è previsto un lieto fine: Euridice ritorna sulla Terra con Orfeo e il coro intona canti di gioia e di felicità.
Otto anni dopo, Claudio Monteverdi metteva in musica un libretto scritto dal letterato mantovano Alessandro Striggio e intitolato "Orfeo". Qui il racconto si atteneva alla versione classica del mito in cui Orfeo perde per sempre l'amata.
Ad ogni modo, nelle opere musicali della prima metà del XVII° secolo, le arie erano destinate alle parti corali mentre i recitativi comprendevano i dialoghi e anche i monologhi. I recitativi avevano spesso un andamento declamatorio, ma, in quel periodo, non erano rare le cavate, ovvero, dei punti in cui da un recitativo declamatorio si passava a un andamento melodico quando vi erano dei momenti di maggior tensione emotiva.
Nella seconda metà del Seicento le arie iniziano ad "estendere" nel tempo i sentimenti dei personaggi e, per realizzare lo scopo, si utilizza la tecnica del "refrain", ovvero, un espediente attraverso il quale la prima frase del pezzo chiuso era ripetuta più volte. E qui penso ad un'aria di Tolomeo nel "Giulio Cesare in Egitto" che fa: "L'empio, sleale, indegno, l'empio, sleale, indegno vorria rapirmi il regno e disturbar così la pace mia". Questa frase iniziale è ripetuta almeno quattro volte nel corso dell'esecuzione.

B) IL SETTECENTO:

Nel XVIII° secolo scompaiono le cavate e si fa sempre più netta la distinzione tra recitativi, riservati ai dialoghi, e le arie, incaricate di esprimere gli stati d'animo e quindi funzionali a interrompere per alcuni minuti il fluire degli eventi.
Nel Secondo Settecento compaiono i rondò; particolari arie svolte verso la fine dell'opera e incentrate a manifestare uno stato di conflitto interiore del protagonista. Sempre nella seconda metà di questo secolo le arie appaiono, dal punto di vista poetico, sempre più monostrofiche e prive degli "a capo".

C) L'OTTOCENTO:

La struttura interna dell'opera è completamente rivoluzionata! Non è più così chiara e netta la distinzione tra recitativo ed aria, ma si utilizza un altro schema, secondo cui le scene sono logicamente strutturate nel seguente modo:
-Scena: Corrisponde a quello che in narrativa chiamiamo "situazione iniziale"
-Tempo d'attacco: Scontro tra due personaggi.
-Cantabile: E' lo sfogo sentimentale di un personaggio in reazione ad un colpo di scena.
-Tempo di mezzo: E' l'irrompere di una nuova situazione.
-Cabaletta: E' un ulteriore sfogo emotivo.

Questo è un esempio, è la scena quinta del secondo atto della "Traviata":
(Vi assicuro che per me un conto è analizzarla in modo lucido, dettagliato e freddo a lezione con un insegnante, un altro invece è ascoltarsela da sola a casa... nel secondo caso fa veramente piangere!)



 -Giorgio Germont, di voce baritono, entra tuonando: "Madamigella Valery?". Qui inizia la scena, che ha una funzione espositiva: il padre di Alfredo entra nella villa di campagna della giovane.

- Da "Pura sì come un angelo" inizia l'attacco: il vecchio rovina-convivenze rivela a Violetta di avere un'altra figlia da sposare. Per garantire la buona riuscita del matrimonio di quest'ultima e per preservare la reputazione della famiglia borghese Germont, a Violetta è intimato di lasciare Alfredo.

-Da "Dite alla giovine sì bella e pura" inizia il cantabile, lo sfogo emotivo e doloroso di Violetta, che cede alla richiesta di Germont padre. Il colpo di scena consisteva in queste battute:
V= "Volete che per sempre a lui rinunzi?"
G= "E' d'uopo".
V= "No, giammai!"

- Il tempo di mezzo è introdotto da un motivo di archi pizzicati.
V="Or imponete". 
G= "Non amarlo ditegli".
Dopo lo sfogo emotivo i due pensano a quale potrebbe essere il modo migliore per agire.

-La cabaletta inizia da: "Morrò! la mia memoria non fia ch'ei maledica". Violetta prega Giorgio di rivelare al figlio il suo sacrificio, cosa che Germont farà molto tardi e poco prima che Violetta muoia.

Per quel che riguarda il periodo post-risorgimentale invece, è bene affermare che in Italia si diffonde il repertorio operistico francese, che importa tutte le sue caratteristiche influenzando quindi notevolmente poeti e compositori. Le opere di questo periodo, come "Otello", "Il Falstaff" e "Tosca", sono caratterizzate da una notevole eterogeneità metrica. Vengono utilizzati versi inconsueti come il trisillabo, il quinario doppio e il novenario. Questo è tutto ciò che so. Non so esattamente quando si è smesso di scrivere libretti per opere musicali, come non so quando la gente ha iniziato a preferire il cinema all'opera.

"E LUCEVAN LE STELLE":

E' l'aria di Mario Cavaradossi, tratto dall'ultimo atto della "Tosca", opera musicata da Puccini.
Non mi metto a scrivere la trama, vi dico solo che Cavaradossi si trova prigioniero a Castel Sant'Angelo in attesa della sua esecuzione capitale. E' stato torturato e condannato perché aveva aiutato l'ex console della Repubblica Romana, Cesare Angelotti, a nascondersi dalla polizia.
Tosca è la cantante lirica, l'amante appassionata e gelosa di Mario.
"Tosca" è ambientata nel 1800, ovvero, in piena epoca napoleonica... in quel periodo per i repubblicani era veramente duro fuggire e nascondersi!
"E lucevan le stelle,
e olezzava la terra,
stridea l'uscio dell'orto
e un passo sfiorava la rena.
Entrava ella, fragrante,
mi cadea fra le braccia.

Oh! Dolci baci, o languide carezze,
mentr'io fremente
le belle forme disciogliea dai veli!
Svanì per sempre il sogno mio d'amore...
l'ora è fuggita,
e muoio disperato,
e muoio disperato!
E non ho amato mai tanto la vita!"

Notate che nei primi otto versi il tempo verbale utilizzato è l'imperfetto. Compare soltanto un verbo al passato remoto e poi, a partire dal verso dieci, ci sono dei presenti indicativi, con la sola eccezione del passato prossimo "ho amato".
Poche battute prima, il carceriere ha detto a Mario che gli rimaneva soltanto un'ora di vita, giusto il tempo per scrivere un commiato. La didascalia che i librettisti Illica e Giacosa inseriscono poco prima del testo dell'aria è questa: "Rimane alquanto pensieroso, quindi si mette a scrivere. Ma dopo tracciate alcune linee è invaso dalle rimembranze e si arresta dallo scrivere."


In questo pezzo chiuso Mario ricorda i migliori momenti vissuti con Tosca. Occhio però, non è esattamente un sogno erotico questo. Non sono sogni quelli evocati da Mario, sono momenti realmente vissuti. Notate bene la differenza tra sogno e ricordo: il primo è un prodotto mentale, un qualcosa che si desidera accada; il secondo invece rimanda ad eventi realmente accaduti.
I pensieri iniziali di Mario rimandano a una placida atmosfera notturna, in cui gli elementi sono in perfetta sintonia con il desiderio d'amore delle figure umane che compaiono poco dopo. I suoni che pervadono l'atmosfera sono delicati, leggeri: "stridea", "sfiorava"... E la terra profuma di primavera!
Penso a un sonetto di Petrarca che inizia così: "Or che 'l cielo e la terra e 'l vento tace/ et le fere e gli augelli il sonno affrena/ notte il carro stellato in giro mena/ et nel suo letto il mar senz'onda giace."
Anche qui, l'atmosfera notturna evoca tranquillità e pace interiore. 
Di tanto in tanto mi capita di cantare "e lucevan le stelle" sotto la doccia, è di grande intensità poetica e meritatamente è il punto più celebre di "Tosca"! Il mese scorso ho assistito alla rappresentazione di quest'opera: ero in platea in quinta fila. Vi assicuro che vedere da vicino le emozioni e i volti dei cantanti è un qualcosa di unico che ti mette i brividi e ti rende partecipe, ti dà la possibilità di calarti all'interno delle vicende rappresentate.
Vi sono espressioni e stati d'animo che ricorrono piuttosto spesso nelle liriche di letteratura italiana, come queste: "dolci baci", "languide carezze", "fremente", "discogliea". Sono, permettetemi pure di essere chiara, le fasi preliminari di un atto sessuale pieno di tenerezza. Ma sono ricordi, non fantasie erotiche porcellose!
Ad ogni modo, verso la fine del suo canto, Mario ritorna al presente: nella frase "svanì per sempre il sogno mio d'amore". E qui la parola "sogno" è sinonimo di futuro, com'è giusto che sia in ogni storia d'amore che sia seria e matura. Mario vorrebbe condividere ogni giorno della sua vita con Tosca, ma sta perdendo tutto: il lavoro, l'amore, la partecipazione attiva alla vita politica e... l'intero avvenire. Tenete presente che Mario è un giovane uomo poco meno che trentenne.
Però, la fine dell'aria è significativa: "E non ho amato mai tanto la vita". Cosa fa dire a Mario una frase così strana? Ricordate il finale di "Veglia" di Ungaretti: "non sono mai stato tanto attaccato alla vita"? In entrambi i casi l'amore/attaccamento alla vita è espresso di fronte a una situazione di morte avvenuta nel caso della lirica e di morte imminente nel caso dell'opera. Ungaretti ricava una lezione di vita dalla morte del suo compagno d'armi, Cavaradossi proclama il valore della vita poco prima di essere fucilato.
Il valore della vita lo si comprende nel momento in cui si sta per perderla o comunque nel momento in cui qualcuno che ti sta a cuore la perde.
Mai più. Quante volte pronunciamo questa espressione nell'arco di una settimana? Beh, vi assicuro che il suo senso reale è terribile. Una persona che non rivedrai mai più perché è morta. Un'occasione che non avrai mai più perché non l'hai colta al momento giusto. Una cosa che non potrai far mai più perché non hai più l'età per poterla fare.
Anche dire a se stesse una cosa come: "Non commetterò mai più l'errore di innamorarmi" è terribile.
Quando prendi una delusione in quell'ambito è come se qualcuno ti risvegliasse dal sonno a colpi di manganello. E allora ti svegli, apri gli occhi e capisci che il tuo sogno era una favola e la realtà invece era ben altro. Scusate lo sfogo.

Vi ho messo questa scena per "alleggerire" un pochino i contenuti del post: c'è, è vero, l'aria di Mario, e Kaufmann la canta divinamente. Però prestate attenzione a ciò che succede dopo: la cantante addetta al ruolo di Tosca, gelosa del talento del tenore, si rifiuta di comparire sulla scena.





Nessun commento:

Posta un commento